venerdì, Dicembre 13

Venezuela: nessun accordo tra USA e Russia? Intervista a Ugo Tramballi, senior advisor ISPI

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Nella disputa presidenziale di Caracas tra Nicolas Maduro e Juan Guaidò, Stati Uniti e Russia si sono contrapposti, riaprendo, peraltro, molti “passati” delle recenti crisi internazionali. I membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (UNSC) sondano le possibili soluzioni di questa impasse. Donald Trump scaglia nel dibattito l’intervento militare a favore di Guaidò, l’Unione Europea si muove disunita a favore del Presidente ad interim, Vladimir Putin riconosce la Presidenza di Maduro. Infatti, in queste ore, Mosca sta valutando la presentazione di una risoluzione all’UNSC, il cui contenuto non è stato ancora ufficializzato, ma che prevedrebbe un dialogo tra le parti senza la richiesta di elezioni presidenziali, opzione che invece nelle scorse ore alcune fonti di stampa avevano avanzato.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha recentemente criticato l’azione europea e quella statunitense: viene contestato un approccio sbagliato di ingerenza interna che ha come unica alternativa un cambio di regime, con relativi risvolti drammatici per l’unità nazionale. In questi giorni, i vertici dell’esercito bolivariano possono fare la differenza per il futuro del Venezuela.

Sul tema abbiamo sentito Ugo Tramballi, senior advisor ISPI, a lungo corrispondente estero per i principali quotidiani italiani.

 

Come si può definire la posizione russa, tenendo conto della differenza tra il rapporto storico Mosca-Caracas, le recenti parole del Ministro degli Esteri Lavrov e questa apertura alla mediazione nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU?

Questo discorso viene affrontato da qualche anno, richiama quello che cominciò quando ci fu l’attacco al regime di Gheddafi. Non esiste un caso unico di regime change, non ci sono solo casi come quello fallimentare in Libia, quello tragico in Iraq nel 2003, bensì ci sono posizioni internazionali che differiscono profondamente: nel caso venezuelano è profondamente sbagliato parlare di regime change, perchè quando è stato offerto ai venezuelani di votare con un certo margine di libertà hanno votato per il regime illiberale di Maduro. La posizione russa non vuole elezioni libere perché non vengono praticate nemmeno nel loro territorio. I regimi illiberali come quello russo (ma non quello venezuelano) hanno sicuramente un ampio consenso generale, ma questo risulta molto pilotato e opacamente ottenuto. Quindi, la questione non riguarda più un regime change, bensì una frattura tra chi crede nella democrazia liberale e chi, invece, è convinto di ben altro.  

La divisione tra sostenitori di Guaidò e di Maduro apre molte prospettive interessanti che possono richiamare assetti formalmente dissolti nel 1991, la rete di relazioni internazionali che convergono in America Latina cosa ci suggerisce?

In America Latina non si può parlare di una destra e di una sinistra ideologiche. I Paesi nell’America Latina che sono favorevoli a Maduro sono Paesi che praticano un populismo sociale, di sinistra. In questi giorni, i nostalgici dei tempi della guerra fredda e del vecchio socialismo sovietico parlano di Paesi di sinistra, ma francamente fatico a definire il regime di Vladimir Putin di sinistra, ancora di più quello di Recep Tayyip Erdogan o quello di Xi Jinping, il quale ha un’economia a dir poco di stampo socialista, ad esempio.

Lavrov ha parlato di un approccio sbagliato degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. A tal proposito, è meglio che la mediazione avvenga tra due figure istituzionali legittimate oppure che sia il presidente ad interim a traghettare il Venezuela a nuove elezioni democratiche? Tenendo a mente che l’esercito venezuelano rappresenta oggi l’ago della bilancia.

Il problema maggiore è se si possano svolgere delle elezioni presidenziali democratiche. Maduro discute solo di elezioni parlamentari, già vinte da Guaidò e gli oppositori. La risoluzione americana presenta assurdità di matrice trumpiana: la pericolosità di questo intervento militare tradisce l’America first isolazionista e protezionista, inoltre rappresenta un’incognita pericolosa dal punto di vista strategico. In ogni caso, la differenza tra le due risoluzioni è nell’invocare libere elezioni presidenziali: gli Stati Uniti non riconoscono la rielezione di Maduro del 21 maggio 2018, la Russia invoca un compromesso politico interno. Intanto, la posizione di Maduro è quella di non mettere in discussione il suo potere attraverso il voto presidenziale. Lo scontro vero è sulle elezioni presidenziali: nel primo caso Maduro si presenta in elezioni democratiche sotto un controllo internazionale delle Nazioni Unite, nel secondo si evita questo processo di legittimazione per timore che le perda. I militari stanno decidendo cosa fare in base a questo: loro sono l’ago della bilancia in America Latina.

Caracas e Mosca condividono istituzioni svuotate e un potere dello Stato privatizzato. Quanto possono pesare i rapporti commerciali che intercorrono tra Mosca e Caracas nella risoluzione intrapresa dalla Russia? Lei crede che il timore di una guerra civile o della graduale ascesa di Guaidò stiano facendo preoccupare il Cremlino e i partner economici?

Il regime illiberale madurista è un dato di fatto. La Russia di Vladimir Putin vuole vestire il ruolo di superpotenza nella scena internazionale, ma alla Russia manca un efficiente sistema economico e, soprattutto, un sistema di alleanze. Gli Stati Uniti, al netto di Donald J. Trump, hanno un sistema di alleanze che nessuna superpotenza al mondo ha mai avuto dai tempi dell’Impero romano. La Russia nel suo confronto aperto e sempre più duro con gli Stati Uniti e l’Occidente, cerca alleati, persone che possano contrapporsi agli Stati Uniti e al sistema occidentale di economia e politica liberali. Non è un caso che Paesi neo-populisti di sinistra, come il Messico, non abbiano preso posizione a favore di Mosca, bensì a favore di Maduro: Città del Messico non sta entrando nella sfera di influenza russa, insomma.

Quanto è probabile il gioco di veto tra Russia e Stati Uniti? La situazione venezuelana rappresenta per la Russia un’opportunità per elevarsi a nuovo faro della diplomazia internazionale?

Non credo ci sia possibilità di compromesso sulle due due risoluzioni, il nodo rimane la tempistica e il corretto svolgimento di nuove elezioni presidenziali. A meno che i militari non decidano in un modo o nell’altro di cambiare le carte in tavolo, cioè di rompere questa impasse, questa attesa che sta angosciando il Venezuela. Oltre a ciò, questo scenario rappresenta l’ennesimo scontro tra Stati Uniti e Russia, tra Occidente e Russia. Se dovessimo fare un excursus di tutti i punti di crisi internazionali non ne troveremmo nessuno in cui russi e americani si sono dati ragione a vicenda.

Quindi, in questo senso, Lei reputa importante il fattore politico, ovvero la rivoluzione bolivariana che non contempla in alcun modo il compromesso con un presidente nemico riconosciuto dal nemico statunitense?

La rivoluzione bolivariana è fallita, non è mai decollata. Essa è l’invenzione di un genio della politica come Hugo Chavez. La cosiddetta rivoluzione bolivariana è un caso di populismo ante litteram, è la diretta conseguenza dei furti clamorosi fatti dalla borghesia venezuelana negli anni precedenti. Non aveva senso che un Paese come il Venezuela non fosse uno dei Paesi più ricchi del mondo con le risorse petrolifere che aveva. Hugo Chavez e la rivoluzione bolivariana sono state la logica conseguenza di questo, ma non la soluzione. Nicolas Maduro è una figura di secondo ordine, era Chavez ad avere la visione. Maduro nella sua mediocrità politica e ignoranza ha portato al baratro l’economia di Caracas, non le sanzioni della comunità internazionale. Hugo Chavez aveva consenso, la gente lo seguiva. Maduro non ha il consenso popolare e deve “barare” nelle elezioni per mantenere il potere.

La risoluzione russa è mossa dal timore di una guerra civile in Venezuela o dalla graduale ascesa di Guaidò? Il Cremlino o il settore energetico russo spostano gli equilibri diplomatici in questa vicenda?

Credo che il confronto tra russi e americani sulle elezioni sia puramente geopolitico. Credo che il fattore economico non sia il più importante, gli americani non hanno bisogno del petrolio venezuelano, né i russi ne hanno strettamente bisogno. Ci sono tanti affari potenziali, ma credo che la ragione principale dello scontro sia geopolitica.

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