venerdì, Ottobre 2

Venezuela nel mirino di Washington

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Quando, nello scorso maggio, l’Ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite evidenziò che la crisi in Venezuela sarebbe concretamente potuta degenerare fino a divenire analoga a quella scoppiata in Siria, molti pensarono che si trattasse di un’esagerazione. Ma in realtà Nikki Haley aveva colto nel segno.

E il Presidente Nicolas Maduro ne era ben consapevole, quantomeno dai primi mesi del 2016, quando il suo Governo si ritrovò a fronteggiare simultaneamente una serie di fenomeni negativi dall’impatto potenzialmente disastroso. A partire dalla primavera di quell’anno, sul Paese si abbatté una siccità tra le peggiori verificatesi da un secolo a quella parte. E dal momento che il fabbisogno energetico venezuelano viene soddisfatto in larga parte dagli impianti idroelettrici che dipendono dalla diga Guri, sul Rio Caroni, la riduzione del bacini idrico di questo grande fiume ridusse considerevolmente la produzione elettrica, creando forti disagi in tutto il Paese. Le forze anti-bolivariane decisero quindi di soffiare sul fuoco, sabotando gli impianti onde scatenare un caos sociale che sarebbe potuto rivelarsi molto utile se canalizzato per minare l’autorità del Governo.

A ciò va sommato il crollo verticale del prezzo del petrolio, frutto di una strategia concepita da Stati Uniti e Arabia Saudita per privare i propri avversari geopolitici (essenzialmente Russia, Iran e Venezuela, che all’epoca avevano una soglia di remunerazione piuttosto alta) di una delle loro principali fonti di introito, e una forte penuria di cibo solo in misura assai parziale imputabile all’inadeguatezza delle misure applicate da Caracas nel corso degli anni precedenti.

Lo rileva il noto giornalista spagnolo Ignacio Ramonet, spiegando che «negli ultimi diciassette anni, il consumo alimentare (grazie al massiccio investimento sociale della rivoluzione) è salito dell’80%. Questo cambiamento strutturale spiega perché la produzione nazionale di alimenti, molto più importante di quello che si crede, si è rivelata insufficiente. Poiché la domanda aumentò in maniera massiccia, esplose anche la speculazione. E di fronte a un’offerta strutturalmente limitata, i prezzi aumentarono vertiginosamente. Il fenomeno del mercato nero o ‘bachaqueo’ si è ampliato. Molte persone acquistavano i prodotti sovvenzionati dal governo a prezzi inferiori a quelli di mercato per venderli a prezzi molto superiori. Oppure li ‘esportavano’ in maniera massiccia verso i paesi vicini (Colombia e Brasile) dove venivano rivenduti al triplo del prezzo sovvenzionato. In questo modo le riserve in dollari detenute dal Venezuela – che scarseggiavano per via della caduta dei prezzi del petrolio – venivano dissanguate per alimentare questi ‘vampiri’ che rubavano i prodotti di prima necessità ai più umili per arricchirsi eccezionalmente», Maduro reagì introducendo milioni di lampadine led in sostituzione di quelle a incandescenza e a maggior consumo energetico che gran parte dei venezuelani avevano in casa propria, ricalibrando il sistema dei sussidi ai più poveri per evitare speculazioni, e annunciando la messa in cantiere di un progetto di industrializzazione rivolto a trasformare l’economia venezuelana da ‘estrattiva’ a ‘produttiva’.

Il che, a fianco di corposissimi investimenti pubblici nel settore della sanità e delle pensioni, ha permesso al Governo di guadagnare la fiducia di una base sociale assai nutrita, la quale ha continuato ad appoggiare Maduro anche nelle fasi più dure della crisi.

Il che indusse le opposizioni che controllavano l’Assemblea Nazionale fin dal dicembre precedente ad alzare il tiro, confortate nel loro intento di rovesciare il Governo dall’ordine esecutivo firmato nel marzo 2015 dall’allora Presidente Barack Obama in cui si rilevava che il Venezuela costituiva una «minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti».

Le grandi manifestazioni di protesta organizzate in tutte le principali città del Paese degenerarono tuttavia a seguito dell’infiltrazione nei movimenti di protesta di alcuni gruppi armati radicali denunciata persino da alcuni leader di opposizione moderati e ‘costituzionalisti’ come Angel Alvarado – e della comparsa di cecchini mai identificati, i quali aprirono il fuoco tanto sui civili quanto sulle forze di polizia con lo scopo di invelenire il clima e destabilizzare l’ordine pubblico. A quel punto, gli Usa intervennero pubblicamente imponendo una serie di sanzioni contro alcune personalità legate al Governo e allo stesso Tribunal Supremo de Justicia e minacciando di applicarne altre dagli effetti ben più pesanti.

Il Venezuela vide così riprodursi l’esatto schema operativo che era stato attuato nel 2002 per rovesciare Hugo Chavez e in numerose altre occasioni (Romania nel 1989, Russia nel 1993, Thailandia e Kirghizistan nel 2010, Tunisia, Egitto, Libia e Siria nel 2011 e Ucraina nel 2014) in cui il ‘regime change‘ fu preceduto da un sistematico ‘tiro a segno’ sulle piazze gremite da parte di anonimi specialisti.

Ma le analogie con quanto accadde nello stesso Venezuela nel 2002 non si riducono a questo. Lo stesso ‘Independent‘ ha denunciato che «:oltre ad appoggiare le forze che arrestarono Chavez nel 2002, gli Usa hanno inviato centinaia di migliaia di dollari ai suoi avversari attraverso la National Endowment for Democracy», come documentato nello stesso sito della Ong fondata dallo speculatore George Soros.

Nello scorso aprile, per di più, la Brookings Institution, un think-tank vicino al Partito Democratico che si occupa di analizzare gli scenari problematici e proporre soluzioni che garantiscano la tutela degli interessi statunitensi, ha pubblicato uno studio focalizzato sulla situazione venezuelana in cui si proponeva di implementare un programma operativo rivolto al regime change‘ e basato su cinque capisaldi fondamentali.

«In primo luogo – si legge nel documento in oggetto – gli Usa potrebbero intensificare il supporto a Stati fortemente dipendenti dai rifornimenti petroliferi venezuelani, così da privare Maduro del sostegno regionale. In secondo luogo, gli Stati Uniti potrebbero assicurare agli organismi civili e alle Ong l’appoggio finanziario necessario a permetter loro di fornire regolarmente cibo e medicinali al popolo venezuelano; in questo modo, gli Usa avrebbero modo di ammantare la pressione sul governo di Caracas di ragioni squisitamente umanitarie. In terzo luogo, gli Usa potrebbero spalleggiare in maniera più convinta i tentativi dell’opposizione venezuelana di isolare l’ala dura del regime di Maduro, così da privarla del sostegno delle forze moderate e condurre queste ultime ad una progressiva accettazione del piano di transizione verso la democrazia. In quarto luogo, gli Stati Uniti potrebbero intensificare la collaborazione con istituzioni internazionali come il Fmi per richiedere con maggior forza nuove elezioni democratiche, promettendo come contropartita una piano economico rivolto a favorire la ripresa del Venezuela. Come ultima risorsa, gli Usa potrebbero imporre una serie di sanzioni mirate a colpire le esportazioni petrolifere venezuelane e rendere al governo molto più ostico il compito di ottenere finanziamenti. Si tratta della strada più rischiosa, perché porrebbe il governo di Maduro nelle condizioni di scaricare la responsabilità della crisi sugli Stati Uniti ed ottenere così solidarietà e appoggi internazionali».

È interessante notare che, subito dopo la morte di Chavez, l’American Enterprise Institute (Aei), altro potente ed ascoltato think-tank, aveva prodotto un documento in cui si evidenziava la necessità di «allontanare i narcos dal governo venezuelano; garantire il rispetto delle norme costituzionali che regolano il processo di transizione dei poteri; fare in modo che le elezioni si svolgano in maniera trasparente e in un clima idoneo; smantellare le reti iraniane e di Hezbollah in Venezuela […]. È il momento che i diplomatici statunitensi avviino un dialogo silenzioso con le potenze-chiave della regione per illustrare le pesanti ripercussioni che sono state prodotte sui loro Paesi dal regime criminale di Chavez, a partire dall’impatto della complicità chavista con i narcotrafficanti che seminano confusione in Colombia, America Centrale e Messico. Forse potremo convincere i leader regionali a dimostrare solidarietà ai democratici venezuelani che vogliono ripristinare uno Stato di diritto e ricostruire un’economia che può essere motore della crescita del Sud America».

Nel corso degli anni successivi, in cui il Venezuela ha visto cadere numerosi alleati regionali (Christina Kirchner e Dilma Rousseff), gli Usa hanno intensificato l’appoggio al partito di opposizione Primero Justicia, guidato da personaggi come Leopoldo Lopez, Julio Borges e, soprattutto, Henrique Capriles Radonski. Si è inoltre registrato il frenetico attivismo delle formazioni paramilitari di estrema destra vicine all’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, le quali sono penetrate svariate volte in territorio venezuelano per lanciare attacchi e operazioni sotto falsa bandiera – in passato, alcuni miliziani colombiani sono stati arrestati dalle forze dell’ordine di Caracas mentre indossavano divise della polizia venezuelana – finalizzate a screditare l’immagine internazionale del governo di Caracas.

Circostanze che rendono il ruolo svolto dalla Colombia nella crisi venezuelana molto simile a quello esercitato dalla Turchia rispetto al conflitto siriano; se quest’ultima è ritenuta unanimemente responsabile di aver aperto il cosiddetto ‘corridoio della Jihad’ a centinaia di migliaia di guerriglieri sunniti intenzionati a rovesciare il governo di Bashar al-Assad, il governo colombiano guidato da Manuel Santos è fortemente indiziato di fornire supporto attivo alle frange paramilitari annidate nella giungla colombiana in funzione anti-bolivariana.

Le stesse milizie che hanno recentemente preso d’assalto una stazione della polizia venezuelana situata nei pressi del confine con la Colombia, al fine di assumere il controllo di alcune aree strategicamente fondamentali per condurre operazioni di sabotaggio verso le regioni più interne.

Non va inoltre dimenticato che lo stesso Santos si è incontrato con una delegazione senatoriale Usa (in Colombia staziona non solo il più corposo contingente militare che gli Stati Uniti hanno in tutto il continente) per valutare l’opportunità di lanciare un’operazione militare congiunta atta a «permettere alla Colombia di difendersi dalle provocazioni venezuelane nel Tachíra». In Venezuela è andato quindi delineandosi uno schema operativo che è stato implementato più volte in passato, specialmente in America Latina, in Paesi ritenuti non allineati al Washington consensus’ come Cile, Guatemala e Nicaragua.

Ciononostante, gli sforzi profusi dagli Usa e dai loro alleati non si sono rivelati sufficienti a mettere all’angolo Maduro, il quale, facendosi beffe delle sanzioni applicate contro di lui da Washington a causa dell’introduzione della nuova Assemblea Nazionale Costituente, è passato all’attacco accusando la Cia di «preparare un golpe in Venezuela con la complicità del Messico e della Colombia» dopo che Mike Pompeo, direttore dell’agenzia, aveva ammesso nel luglio scorso di essersi recato «a Bogotà ed in Messico due settimane fa dove ho evocato il tema di una transizione politica in Venezuela, cercando di aiutarli a capire cosa potrebbero fare per ottenere risultati migliori in questo angolo del mondo».

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