domenica, Agosto 25

Venezuela, Maduro si ‘rafforza’ e guarda alla Russia Dopo le elezioni locali, Maduro collabora con Putin per allentare la pressione esercitata dagli USA e dal Gruppo di Lima

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Domenica 9 dicembre, in Venezuela, si sono tenute le elezioni comunali che hanno decretato una vittoria lampante del regime chavista. La coalizione Gran Polo Patriótico, guidata dal partito PSUV (Paritdo Socialista Unido de Venezuela) del Presidente Nicolás Maduro, secondo i primi dati diffusi dal Consiglio Nazionale Elettorale, ha raggiunto il 92% dei consensi. Tibisay Lucena, Presidente del CNE, ha dichiarato che il PSUV si è aggiudicato 142 delle 156 amministrazioni da rinnovare, in linea con le municipali 2017 quando il partito chavista ne conquistò 300 su 355. Ma se questo dato sembra ‘straordinario’, ancora di più lo è quello relativo all’astensione, attestatasi al 72,6%. Degli oltre 20 milioni di cittadini venezuelani aventi diritto al voto, solo circa 5.6 milioni lo hanno esercitato. Oltre all’astensione, a pesare sul dato finale è stata l’assenza dell’opposizione politica che, divisa nelle sue varie correnti, non ha partecipato a queste elezioni, ritenendole illegittime e denunciando la violazione delle regole elettorali, così come aveva fatto durante le contestate presidenziali del 23 maggio scorso, nelle quali Maduro risultò nuovamente vincitore, divenendo bersaglio della critica internazionale.

La percentuale di partecipazione a questo turno elettorale (24,6%), è di molto inferiore a quella delle municipali del 2013, quando fu registrata al 58,36%. Quel dato ‘straordinario’ del 92%, dunque, dato il contesto, va ridimensionato.

Ridimensionamento che Maduro – il quale vede consolidare la sua posizione al potere dopo un’astensione così alta – ha evitato accuratamente di effettuare. Il leader bolivariano, infatti, subito dopo l’annunciò della vittoria elettorale ha espresso tutta la sua soddisfazione per i risultati tramite il suo account Twitter personale, definendo la giornata ‘meravigliosa’: «Mi congratulo con i consiglieri ed i consiglieri eletti per il meraviglioso giorno delle elezioni di questo #9Dic. Vi invito ad essere in prima linea nelle difficoltà che il nostro popolo soffre, a muovervi verso la costruzione di un futuro prospero della Patria. Vittoria Popolare!».

Nonostante questi risultati e il consolidamento del potere, Maduro si trova ad affrontare una crisi economica che sta devastando il Paese – con il FMI (Fondo Monetario Internazionale) che, per il 2019, ha calcolato un’inflazione del 10.000.000% e le grandi aziende che lasciano i confini così come hanno già fatto milioni di cittadini venezuelani – a cui si è aggiunta una grave emergenza sanitaria ed è sempre più isolato a livello diplomatico. Il Gruppo di Lima, infatti, su proposta del Governo peruviano, è pronto a rompere completamente le relazioni col Venezuela e a proibire lingresso dei governanti venezuelani nei Paesi membri del Gruppo. Il Ministro degli Esteri peruviano, Nestor Popolizio, che presenterà le richieste all’incontro del gruppo previsto il 19 dicembre nella capitale colombiana, Bogotà, ha dichiarato che tali misure cercano di contribuire alla fine della «dittatura di Maduro», il cui nuovo mandato dovrebbe cominciare il prossimo 10 gennaio, per terminare nel 2025.

Anche gli Stati Uniti di Donald Trump, che già tengono sotto scacco il Venezuela con le sanzioni insieme all’UE, hanno polemizzato sui risultati di questo turno elettorale.

Preso d’assalto dalle critiche, però, Maduro va avanti e, in un discorso post-scrutinio sulla tv di Stato, ha rinnovato la sua denuncia sul complotto che sarebbe stato organizzato per estrometterlo dallo scranno presidenziale: «Con il coordinamento della Casa Bianca, si sta cercando di minare la vita democratica del Venezuela e compiere un colpo di Stato contro il regime costituzionale, libero e democratico in vigore nel nostro Paese». Il Presidente venezuelano ha detto, inoltre, che molti leader dell’opposizione starebbero aspettando un intervento degli USA, senza però fornire alcun dettaglio.

Anche Diosdado Cabello, capo del PSUV, ha condiviso le stesse preoccupazioni su un presunto golpe a stelle e strisce, «non c’è nessun colpo di Stato nel mondo in cui gli Stati Uniti tengano le braccia conserte».

Sarà stata, forse, la paura di una guerra con gli USA ed i vicini sudamericani, a portare Maduro ad intensificare i contatti con la Russia e a consentire l’arrivo di due Tu-160 russi – bombardieri strategici supersonici in grado di trasportatore missili da crociera o nulceari –  a Maquetia, poco fuori Caracas. Il Ministro della Difesa venezuelano, il generale Vladimir Padrino López, a proposito di questo evento, ha annunciato che le aviazioni di Russia e Venezuela hanno tenuto manovre congiunte per leventuale difesa del Paese sudamericano.

La cosa non è passata inosservata a Washington, che ha preso subito posizione con il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, il quale si è pronunciato attraverso un tweet: «il popolo russo e quello venezuelano dovrebbero vedere questo [l’arrivo dei due aerei, ndr] per quello che è: due Governi corrotti che sperperano fondi pubblici e reprimono la libertà mentre il loro popolo soffre». Il portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Robert Mannig, invece, durante una conferenza stampa al Pentagono, ha voluto sottolineare la differenza dell’approccio alla regione tra Cremlino e Casa Bianca, «mentre la Russia invia bombardieri, noi abbiamo inviato una nave ospedale».

«Inappropriato» e «non diplomatico», sono stati gli aggettivi utilizzati da Dmitry Peskov, portavoce del Presidente russo Vladimir Putin, per bollare il commento di Pompeo. Lo stesso Peskov ha poi rincarato la dose dicendo che tali critiche non possono essere mosse da un Paese come gli Stati Uniti «la cui metà del bilancio militare sarebbe sufficiente per nutrire l’intera Africa».

La spedizione dei due bombardieri russi in Venezuela arriva dopo lincontro tra Putin e Maduro, avvenuto lo scorso 5 dicembre a Mosca, nel quale hanno annunciato la firma di diversi contratti, con la Russia che investirà 5 miliardi di dollari in progetti congiunti nel settore petrolifero, 1 miliardo in quello aureo ed  esporterà 600.000 tonnellate di grano in Venezuela per coprire le esigenze del Paese sudamericano nel 2019.

Nel vertice Russia-Venezuela, c’è stato spazio anche per il meeting tra i due Ministri della Difesa, López e Sergei Shoigu, con il primo che ha espresso l’interesse a modernizzare e rinnovare  l’equipaggiamento militare venezuelano ed il secondo che ha sottolineato come la Russia sia interessata a continuare a utilizzare gli aeroporti e i porti del Paese sudamericano per le sue navi da guerra e per l’aviazione. Da qui, probabilmente, l’idea di inviare i due bombardieri.

La partnership russo-venezuelano non è recente, anzi, risale al 1999, quando, dopo la Revolución Bolivariana portata a termine da Hugo Chávez – predecessore e mentore di Maduro – i rapporti tra i due Stati si intensificarono. Dal 1999 ad oggi, infatti, Russia e Venezuela hanno firmato più di 261 accordi in vari settori: agricoltura, petrolio, gas, industria e armi. Ma quando Chavez prese il potere, il Venezuela era uno degli Stati emergenti più ricchi al mondo. Oggi la situazione è completamente differente e il debito del Venezuela nei confronti dei creditori esteri supera i 140 miliardi di dollari.

Tra i principali creditori e sostenitori del regime madurista, la Russia, sul finire dello scorso anno, si è fatta carico di una ristrutturazione del debito venezuelano per una cifra poco superiore ai 3 miliardi di dollari.

La domanda che sorge spontanea, dunque, è la seguente: perché questo interesse della Russia per il disastrato VenezuelaLa Russia è presente all’interno dei confini venezuelani anche con la Rosneft, la compagnia petrolifera statale. Russia e Rosneft acquistano debito sovrano e fanno avanzare denaro alla PDVSA, compagnia petrolifera nazionale venezuelana, investendo in giacimenti di petrolio e gas.

Come riporta ‘The Hill’, la Russia ha prestato miliardi di dollari al Venezuela per mantenere a galla il regime, soprattutto attraverso prestiti a PDVSA. Invece di ripagare in contanti, il Venezuela paga spesso in petrolio. È stato stimato che Rosneft rivendesse 225.000 barili al giorno di petrolio venezuelano, circa il 13% delle esportazioni totali del Paese.

Nel dicembre dello scorso anno, Maduro aveva assegnato licenze alla Rosneft per lo sviluppo di due giacimenti di gas offshore. Secondo l’accordo, valido per 30 anni, la Rosneft è diventata l’operatore dei giacimenti di gas di Patao e Mejillones – le cui riserve totali sono stimate essere di 180 miliardi di metri cubi di gas – e avrà il diritto di vendere tutta la produzione dei campi per l’esportazione, anche sotto forma di gas naturale liquefatto.

Inoltre, una banca russa sarebbe stata dietro l’istituzione de ‘el petro’, la criptovaluta del Venezuela creata per aggirare sanzioni statunitensi.

L’interesse della Russia, però, non è solo strettamente economico, ma anche geopolitico. La presenza in Venezuela è importante per la vicinanza agli Stati Uniti ed è unportosicuro per poter espandere legemonia russa in Sud America, dove, in questo momento storico, Trump ha posto un freno alle politiche ‘ingerenti’ statunitensi, ma dove, allo stesso tempo, la Cina sta allargando il suo raggio d’azione.

Nell’aprile scorso, il think tank americano Wilson Center, ha organizzato una tavola rotonda, come parte del suo ‘Programma Latinoamericano’, in cui ha riunito molti esperti proprio per parlare del ruolo della Russia in Venezuela. Victor Jeifets, uno degli analisti presenti all’incontro, ha spiegato come « il Venezuela potrebbe essere l’ultimo posto in America Latina da cui la Russia si ritirerebbe volontariamente. Non è a causa dell’economia – perché l’economia venezuelana non è nelle migliori condizioni e non so quando torneranno le buone condizioni – ma è un gioco politico serio. Almeno al momento, possiamo osservare che le relazioni tra Russia e Stati Uniti potrebbero peggiorare e, in questo caso, il Venezuela è una delle ‘figure’ [che potrebbero essere utilizzate, ndr]per vincere l’intero gioco globale».

La Russia, però, non sarebbe l’unica tra le due parti ad avere vantaggi in questa collaborazione. Il Venezuela, infatti, seppur privato dalle sue immense risorse naturali, ha bisogno dellappoggio del Cremlino, sia per allentare le pressioni derivanti dagli USA e dal Gruppo di Lima, ma anche perché la Russia è membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: farsi sfuggire un alleato così imprescindibile spoglierebbe Maduro di ogni protezione, sia sul piano politico che su quello militare, e allora sì che a quel punto sarebbe facile preda per i suoi detrattori.

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