martedì, Novembre 12

Venezuela, l’oro ‘militare’ Dopo la morte di Chavéz, Maduro ha nazionalizzato e militarizzato le riserve aurifere attraverso la CAMIMPEG

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Nella giornata di ieri, secondo il parlamentare venezuelano Jose Guerra, circa 20 tonnellate d’oro sarebbero state disposte per essere trasportate, tramite un Boeing 777 russo, dai caveau della Banca Centrale del Venezuela a Mosca. Quei lingotti, dal valore totale di 840 milioni di dollari, rappresenterebbero il 20% delle proprietà minerarie del Paese. Secondo ‘Bloomberg’ – primo a dare la notizia –  non si tratterebbe di semplici illazioni dato che Guerra è un ex economista della Banca Centrale in contatto con vecchi colleghi. Inoltre, un’altra fonte avrebbe dichiarato che proprio 20 tonnellate d’oro sarebbero state messe da parte della banca, senza però citare piani specifici o dare ulteriori informazioni. Da Mosca sono arrivate subito le smentite da parte di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, che ha detto di non essere a conoscenza dei piani per portare l’oro venezuelano in Russia, esortando i giornalisti a «stare attenti con diverse bufale», e ribadendo che «la Russia è pronta a contribuire a risolvere la situazione politica in ogni modo possibile, senza interferire negli affari interni del Paese». Il Ministro delle Finanze venezuelano, Simon Zerpa, invece, non ha commentato la notizia quando e ha negato che ci fosse un aereo russo all’aeroporto Simon Bolivar di Caracas. Intanto, nel pomeriggio – secondo le corrispondenze – l’aereo sarebbe ripartito da Caracas e se contiene o meno i lingotti probabilmente lo sapranno solo i funzionari addetti a ricevere il mezzo al rientro.

Indipendentemente dalle smentite di facciata, questa vicenda si basa sostanzialmente su due elementi concreti: l’importanza dell’asse russo-venezuelano per la non capitolazione del regime chavista – Valdimir Putin si propone da mediatore all’interno della crisi politica – e il fatto che il Venezuela possieda una delle più grandi riserve auree del mondo, nel quale i militari – che al momento sostengono fortemente il Governo – hanno un ruolo attivo.

Negli ultimi anni, con l’aggravarsi della crisi economica, in Venezuela è ripresa la corso all’oro, con il Presidente Nicolás Maduro che ha deciso di dedicarsi alle attività minerarie, le quali, però, sono oggetto delle sanzioni statunitensi. È proprio di oggi la notizia secondo la quale si starebbe creando un pericoloso tiro alla fune sulle sorti della Citgo Petroleum Corp, l’ottava raffineria più grande degli Stati Uniti, ma appartenente alla PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.), la compagnia petrolifera statale venezuelana. L’Amministrazione guidata da Donald Trump, infatti, ha ordinato che i profitti della Citgo vengano trattenuti: un’ennesima manovra messa in campo per aumentare le pressioni su Maduro dopo quella della Bank of England che ha congelato nei suoi depositi l’oro venezuelano dal valore di 1.2 miliardi di dollari.

Storicamente, il Venezuela ha vissuto la suagold rush nella seconda metà dellOttocento negli altipiani della città di El Callao. Nel 1853, infatti, fu fondato il primo sito di estrazione dell’oro ad El Callao quando fu scoperto che le miniere di quella zona erano particolarmente ricche di minerali. E se nel 1870 venne fondata la Compañía Minera Nacional Anónima El Callao, circa quindici anni dopo la città divenne il principale produttore d’oro al mondo. Dopo la conclusione di questa prima fase ‘aurifera’ e la riqualificazione delle miniere, nel 1970 venne fondata, come joint venture, la società mineraria Corporación Venezolana de Guayana Minerven (CGV Minerven), poi nazionalizzata nel 1974. Attualmente la Minerven gode di 12 concessioni rilasciate dal Ministero dell’Energia e delle Miniere, per un periodo di 25 anni, con il diritto di esplorare, sfruttare ed estrarre l’oro.

Una svolta nelle vicende minerarie del Paese si è avuta con Hugo Chávez che tra il 2009 ed il 2011 decise di nazionalizzare le attività estrattive minerarie. Decisione resa effettiva da Maduro, il quale, tramite Decreto presidenziale 2.231 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 40.845 il 10 febbraio 2016, costituì la Compañía Anónima Militar de Industrias Mineras, Petrolíferas y de Gas (CAMIMPEG), al 100% di proprietà statale, pensata come società militare al servizio di PDVSA. Come si legge sul sito ufficiale della compagnia, CAMIMPEG è stata creata per promuovere, rafforzare, implementare e cooperare nella fornitura di servizi di petrolio, gas e miniere, come stabilito nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la quale accredita alle FANB (Fuerza Armada Nacional Bolivariana) la cooperazione nel mantenimento dell’ordine interno e la partecipazione attiva allo sviluppo nazionale. Lo scopo di questa società di è  svolgere tutto ciò che riguarda le attività lecite delle operazioni petrolifere, del gas e minerarie in generale: distribuzione, trattamento delle materie prime, preparazione dell’area di sfruttamento, supporto logistico, estrazione di minerali e trasporto di valori.

In quanto società militare, la CAMIMPEG, non ricade sotto la giurisdizione del Ministero delle Miniere, ma del Ministero del Potere Popolare per la Difesa, sotto il cui comando vi sono, appunto, le FANB, fedelissime al Presidente chavista. Una mossa che i critici e gli oppositori del regime hanno visto come una nuova strategia del Governo per ottenere la lealtà del corpo militare.

Due settimane dopo la fondazione di CAMIMPEG, il 24 febbraio 2016, Maduro creò la ‘zona di sviluppo strategico nazionale’ Arco Minero del Orinoco (AMO), un’area che si trova nello Stato di Bolivar, con una superficie di circa 111.800 km2, equivalente al 12,2% del territorio nazionale, le cui riserve sono stimate in 200 milioni di tonnellate di bauxite e 44.000 tonnellate tra oro e diamanti, oltre a contenere coltan, ferro e rame. Come riporta ‘Venezuela Analysis’ l’iniziativa prevede una giurisdizione legale speciale che consente l’estrazione a cielo aperto e, secondo le nuove leggi, il 55% dei profitti, oltre a royalties e tasse, devono andare al Governo.

Per finanziare il progetto minerario, il Governo ha dunque cercato di attuare delle partnership su scala internazionale contattando circa 150 compagnie, ma solo 16 hanno accordi formalizzati e sono state create quattro joint venture, di cui solo una ha una presenza visibile nella parte orientale del Paese. In questo senso si deve intendere la collaborazione con la compagnia canadese Gold Reserve, la quale, dal 1992 al 2009, investì quasi 300 milioni dollari per ilProgetto Brisas’, che prevedeva l’autorizzazione per acquisizioni, esplorazioni ed estrazioni nello storico distretto minerario nello ricco Stato di Bolivar. Nell’aprile 2008, però, in seguito alla spinta nazionalista dettata da Chávez, il Governo venezuelano revocò l’autorizzazione ai canadesi. Revoca che portò ad un contenzioso giudiziario risolto nel 2014 dal Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID – Centro internazionale per il Regolamento delle Controversie in relative ad Investimenti) della Banca Mondiale, che ha decretato un ‘premio’ a favore della società canadese di 750 milioni di dollari per i danni causati dal Governo chavista. Finite le contese giudiziarie, nell’ottobre 2016, le due parti hanno istituito la Empresa Mixta Ecosocialista Siembra Minera (o semplicemente Siembra Minera) – partecipata al 45% dalla Gold Reserve e per il 55% dallo Stato del Venezuela – la quale detiene alcuni diritti minerari strategici per oro, rame, argento e altri minerali nello Stato di Bolivar (con una durata di 20 anni e due estensioni di 10 anni) nelle aree di Bristas e Cristinas  per un’estensione di 18.950 ettari. Area che fa parte del famigerato e contestato Arco Minero del Orinoco.

Ma, ad agire in questa zona, oltre alla Gold Reserve, vi sono anche altre multinazionali come la congolese Afridian, le cinesi Shandong Gold e Yankuang Group e l’altra canadese Barrick Gold, ma potrebbero essere coinvolte anche altre compagnie russe, tedesche, indiane e sudafricane.

Nonostante la regolamentazione e l’istituzione della zona AMO, dal 2016 sono crollate le riserve auree del Paese che sono passate dalle oltre 350 tonnellate del 2015 alle 187.57 del 2018, mentre, dalla formazione del CAMIMPEG i militari hanno consegnato solamente 100 milioni di dollari in oro alla Banca Centrale. Una volta nazionalizzata l’industria mineraria la produzione è diminuita: si è passati dalle 11 tonnellate all’anno tra il 2005 ed il 2009 ai 500 kg allanno dal 2015.

A questo si deve aggiungere l’elevato tasso di illegalità che vige all’interno delle dinamiche estrattive aurifere. Secondo i dati relativi al 2016, riportati dal centro studi The Global Iniziative, centinaia di migliaia di lavoratori sarebbero impiegati per lestrazione illegale dell’oro in tutta l’America Latina e l8090% di quello prodotto in Venezuela deriverebbe da attività illecite.

Con l’esacerbarsi della crisi finanziaria, infatti, i venezuelani si sono dedicati all’estrazione illegale dell’oro per provare a sbarcare il lunario o semplicemente per mera sopravvivenza. Tra questi, gli indigeni Penom che vivono all’interno del Parco Nazionale di Canaima (patrimonio dell’UNESCO dal 1994), che – come riporta il ‘Wall Street Journal’ – da protettori delle riserve naturali e guide turistiche quali erano si sono trasformati in cercatori d’oro per la superinflazione che ha colpito il Paese.

La rinnovata corsa all’oro ha fatto sì che si costituissero numerosi gruppi criminali impegnati nelle attività illegali di estrazione, che non di rado entrano in conflitto con i militari che presidiano le zone aurifere. Il 10 febbraio dello scorso anno – a due anni precisi dalla formazione della CAMIMPEG – 18 persone sono state uccise durante un raid dellEsercito venezuelano a Cicapra, miniera nella città di Guasipati, nello Stato di Bolivar.

Convogli militari e motocicli fanno il giro dei siti minerari mentre i soldati sono appostati nei posti di blocco. Altri ufficiali, invece, hanno sostituito molti degli 80 leader delle compagnie petrolifere statali che Maduro ha imprigionato. Promozioni che delineano bene la linea di militarizzazione della burocrazia di Maduro che sotto la sua presidenza può disporre di ben oltre 1.300 tra generali e ammiragli.

La funzione dell’Arco di Minero, dunque, è duplice: da una parte, rappresenta il tentativo di rimpinguare le defraudate casse venezuelane, dall’altro, per citare le parole di Rocio San Miguel, presidente del gruppo di sorveglianza Control Ciudadano a Caracas, «è un incentivo per la lealtà» che Maduro offre alle sue FANB. Basterà?

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