martedì, Luglio 23

Venezuela: l’inizio della fine di Maduro Juan Guaidò, Presidente del Parlamento, si è autoproclamato Presidente ad interim del Paese, una spallata che si potrebbe rivelare decisiva per Maduro. Rischio guerra civile con il coinvolgimento delle potenze straniere

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Ieri, nella giornata di commemorazione dei i 61 anni della caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, il 23 Gennaio 1958, Juan Guaidò, Presidente del Parlamento del Venezuela -controllato dall’opposizione del quale Guaido è leader-, si è dichiarato il Presidente ad interim del Paese. «Giuro di assumere formalmente i poteri nazionali dell’Esecutivo come Presidente ad interim del Venezuela fino alla fine dell’usurpazione, la creazione di un governo di transizione e lo svolgimento di libere elezioni», così Guaidò ha dato una spallata che si potrebbe rivelare decisiva al Governo di Nicolas Maduro, la cui rielezione ad un secondo mandato è stata ritenuta illegittima da quasi tutta la comunità internazionale, mandato assunto appena lo scorso 5 gennaio.

Immediatamente dopo l’annuncio di Guaidò, nel corso di una manifestazione dell’opposizione a Caracas cui partecipavano decine di migliaia di persone, è giunto il riconoscimento dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA), per bocca del suo segretario Luis Almagro, e soprattutto dell’Amministrazione americana di Donald Trump, un segno che, secondo gli analisti, l’iniziativa era stata quanto meno comunicata in anticipo a quelli che l’opposizione considera i suoi principali alleati all’estero.

Trump ha ribadito l’intenzione di «usare tutto il peso del potere economico e diplomatico degli Stati Uniti per sollecitare il ripristino della democrazia venezuelana», e fonti dell’Ammnistrazione hanno sottolineato come «tutte le opzioni siano sul tavolo» nel caso che il Governo di Maduro decidesse di usare la forza.

Sulla scia dell’Osa e di Trump, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Paraguay, Costa Rica, Guatemala e Canada hanno deciso di riconoscere Guaidò come legittimo Presidente ad interim del Paese. Il Messico di Andres Manuel Lopez Obrador, uno dei pochi rappresentanti della sinistra al Governo nel continente, ha ribadito il proprio sostegno a Maduro, almeno «per il momento», ribadendo il principio di non interferenza nelle questioni interne degli atri Paesi, così come la Bolivia di Evo Morales, che ha denunciato ‘l’imperialismo’ degli Stati Uniti, e Cuba.

L’Unione Europea al momento non si esprime apertamente nel riconoscere Guaidò, in attesa di definire una posizione comune dei propri Stati membri, ma, in una nota dell’Alto rappresentante per la sicurezza Federica Mogherini, si dice pronta a «sostenere il ripristino della democrazia e dello stato di diritto in Venezuela attraverso un processo politico pacifico e credibile in linea con la costituzione venezuelana».
Il 23 gennaio, prosegue la nota, «il popolo venezuelano ha invocato massiccia democrazia e la possibilità di determinare liberamente il proprio destino. Queste voci non possono essere ignorate. L’UE chiede con forza l’avvio di un processo politico immediato che porti a elezioni libere e credibili, in conformità con l’ordine costituzionale». «L’UE sostiene pienamente l’Assemblea nazionale in quanto istituzione democraticamente eletta, i cui poteri devono essere ripristinati e rispettati. I diritti civili, la libertà e la sicurezza di tutti i membri dell’Assemblea nazionale, incluso il suo Presidente, Juan Guaidò, devono essere osservati e pienamente rispettati». «La violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza sono completamente inaccettabili e sicuramente non risolveranno la crisi». L’UE spera di lanciare un gruppo di contatto internazionale a febbraio per cercare di trovare uno sbocco per la crisi.

Dopo l’annuncio di Guaidò sono scoppiati scontri tra la Polizia e i sostenitori dell’opposizione a Caracas.
Il Presidente Maduro ha annunciato che il suo Paese stava interrompendo le relazioni diplomatiche con il Governo ‘imperialista degli Stati Uniti’, dando 72 ore ai rappresentanti diplomatici nordamericani per lasciare il Paese. Ordine prontamente respinto dagli USA non riconoscendo alcuna autorità a Maduro. La Corte Suprema del Paese, composta da fedeli al regime, ha detto di aver ordinato un’inchiesta penale contro i membri del Parlamento, accusandoli di usurpare le prerogative del Presidente Maduro.

Maduro da parte sua ha chiesto ai suoi sostenitori di scendere in piazza in una veglia davanti al palazzo presidenziale, ribadendo di essere il legittimo Capo dello Stato, elencando tutti i colpi di Stato orchestrati nel passato dagli Stati Uniti, che ha accusato di voler instaurare nel Paese un ‘governo marionetta’.

Il rischio è quello di una guerra civile.

Non è chiaro di quale sostegno goda Maduro nel Paese, in preda al collasso economico: solo due giorni fa un gruppo di 27 militari che si erano sollevati contro il Governo sono stati arrestati rapidamente prima che la situazione degenerasse, ma scontri anche violenti si sono verificati negli ultimi giorni fra Polizia e manifestanti in quartieri della capitale che prima erano roccaforti indiscusse del ‘chavismo’. L’Esercito continua a stare a fianco di Maduro, ma le sollevazioni dei giorni scorsi dimostrano chiaramente che un clima pesante comincia a interessare anche il miglior alleato di Maduro.

Anche per quanto riguarda l’opposizione è difficile capire di quanto e quale sostegno goda:
nonostante la crisi, fino ad ora nessuna delle iniziative anche di massa degli ultimi mesi ha portato ad un qualche effettivo risultato politico, se non ad un sostegno dall’estero e in particolare dagli Stati Uniti che agli occhi di non pochi sudamericani, sensibili all’argomento del colonialismo e dell’imperialismo -non a caso subito rilanciati da Maduro e anche dallo stesso Morales nel suo messaggio di sostegno- rimane sempre sospetto. Da qui la possibilità che il rischio di guerra civile evolva in rischio di guerra per procura, magari a bassa intensità. Non sembra casuale l’intervento, nella nottata europea, del vice presidente del Brasile, Himalton Mourao, per dire che il Brasile pur riconoscendo Juan Guaidò come Presidente ad interim del Venezuela esclude un intervento militare. «La nostra politica estera non prevede di interferire negli affari interni di altri Paesi», il “Brasile «sosterrà politicamente ed economicamente il processo di transizione per la democrazia e la pace sociale in Venezuela».

I cronisti sul posto raccontano di negozi, scuole e istituzioni rimasti chiusi ieri, e pochi veicoli nelle strade. Le violente manifestazioni del 2017 che hanno ucciso 125 persone sono ancora nella memoria di tutti.

Sulla scia della rivolta dei militari, circa trenta rivolte erano state registrate nei quartieri popolari della capitale e dei suoi sobborghi. E nella notte tra lunedì e martedì, i carri armati antisommossa avevano pattugliato la capitale.

Le prossime ore potrebbero essere decisive: o Guaidò riesce velocemente a mettere fuori gioco Maduro, magari con qualche altro ‘colpo’ inaspettato come quello di ieri, oppure si va verso la stagnazione, che potrebbe essere una sorta di guerra civile a bassa intensità. Molto dipenderà dall’Esercito: l’opposizione continua a chiedere all’Esercito di rompere con il regime. Il Parlamento ha promesso l’amnistia ai membri dell’Esercito che si rifiutano di riconoscere il nuovo mandato di Maduro.

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