giovedì, Dicembre 12

Venezuela: l’immagine di un Paese ‘in guerra’ Il Paese sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti

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L’immagine del Venezuela è simile a quella un Paese in guerra. Il Venezuela sta vivendo una crisi umanitaria senza precedenti, che ha portato di conseguenza ad un’emigrazione di massa della sua popolazione. Mancanza di cibo e medicine, iperinflazione, criminalità dilagante in ogni città, migliaia di bambini che muoiono di malnutrizione, costanti blackout elettrici, saccheggi e repressione hanno portato 1.2 milioni di venezuelani a fuggire dal Paese solo negli ultimi due anni. Quasi il 90% della popolazione venezuelana è scesa al di sotto della soglia di povertà e la classe media è praticamente scomparsa. Il venezuelano medio non ha la possibilità di mangiare più di un pasto al giorno e per le strade del Paese persone di tutte le età raccolgono abitualmente cibo dalla spazzatura.

La crisi della sanità pubblica è scioccante. Il segretario generale Luis Almagro dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) ha dichiarato in un discorso pubblico al CSIS a febbraio 2018 che i neonati in Siria hanno una possibilità di sopravvivenza in più, rispetto a quelli nati in Venezuela oggi. Le farmacie sono sfornite su circa l’85% dei farmaci e gli ospedali ricevono meno di un decimo delle forniture di base e dei medicinali di cui hanno bisogno per operare.

La crisi nella quale è sprofondato il Paese, ha portato alla fuga dei cervelli nel settore sanitario venezuelano. I professionisti medici rimasti in Venezuela lavorano in condizioni estreme, mentre i loro stipendi non sono sufficienti nemmeno per comprare il cibo per le proprie famiglie. Per un numero crescente di venezuelani malati, l’unica speranza di trovare cure mediche resta semplicemente l’uscita dal Paese.

Il crollo pressoché totale dell’economia in Venezuela arriva dopo un decennio nel quale i prezzi del petrolio storicamente elevati, hanno contribuito a mascherare politiche macroeconomiche profondamente difettose. «Il Fondo Monetario Internazionale stima il 13.000% di iperinflazione nel 2018 e il prodotto interno lordo si è contratto di quasi il 50% negli ultimi quattro anni. L’industria petrolifera, che rappresenta il 95 percento delle esportazioni venezuelane, è in piena crisi e attualmente produce solo 1,5 milioni di barili al giorno», si legge nel report ‘Venezuela’s Crisis Is Now a Regional Humanitarian Disaster’, scritto da Moises Rendon, direttore e associato del programma CSIS Americas.

Nel frattempo che l’Amministrazione di Nicolás Maduro sta esaurendo ogni risorsa monetaria dello Stato, aumentano giorno per giorno i grandi debiti internazionali, infatti, il Venezuela, entro l’anno in corso deve «oltre 7 miliardi di dollari ai detentori di obbligazioni internazionali» si legge nel report. Nonostante i disperati tentativi di ricevere assistenza esterna non autorizzata e incostituzionale, come ad esempio i prestiti dalla Cina e dalla Russia avvenuti senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale, e la creazione di una moneta digitale ‘Petro’ per evitare sanzioni internazionali, il default è quasi inevitabile.

Il regime di Maduro è consapevole della crisi umanitaria, ma ha costantemente rifiutato offerte di aiuti umanitari da organizzazioni internazionali, Paesi vicini e dalla Chiesa cattolica, sostenendo che queste organizzazioni stanno tentando un ‘intervento imperialista’.

Dunque i venezuelani continuano a fuggire dal loro Paese di origine.

La maggior parte di essi si sposta via mare, il loro salario non gli permette viaggi differenti da quelli su gommoni e piccole imbarcazioni e in alcuni casi sulle loro stesse gambe, per raggiungere i Paesi vicini come il Brasile attraversando il bacino amazzonico, o la confinante Colombia. Altri, invece, raggiungono Paesi più lontani, che in molti casi sono anche quelli di origine delle proprie famiglie, come Spagna o Italia. Caracas non diffonde i dati ufficiali relativi al numero di persone che hanno lasciato il Venezuela negli ultimi anni, ma secondo diversi centri di ricerca, la migrazione si è trasformata in un vero e proprio esodo. Secondo i dati dellACNUR (Agenzia ONU per i rifugiati), quelli del Pew Research Centre e di Migration Colombia, sono tra i due e i 4,5 milioni i venezuelani costretti a lasciare il Paese. In totale si stimano ben 25.000 venezuelani emigrati in Cile, 30.000 in Perù, 35.000 in Messico, 50.000 in Argentina e in Italia, 60.000 in Ecuador, 70.000 a Panama, 250.000 in Spagna, 320.000 negli Stati Uniti ed al primo posto la Colombia che ha visto più di 500.000 venezuelani attraversare il confine. Di quelli che hanno come meta Brasile e Colombia, pochi passano per vie legali. Il resto prova ad attraversare tramite le ‘trochas’, delle strade sterrate dove non servono i documenti ma è sufficiente pagare una tangente a chi controlla il transito. 

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha recentemente dichiarato che le Nazioni che ricevono e ospitano già i venezuelani dovrebbero consentire loro l’accesso al loro territorio e adottare tutte le protezioni che fornirebbero ai rifugiati.  «La vicina Colombia ha sopportato il peso dell’esodo con l’afflusso quotidiano che ha toccato un massimo di 91.000 persone all’inizio di febbraio», scrive Rendon nel report. Molte di queste persone attraversano il confine in una disperata ricerca di cibo e medicine per poi tornare in Venezuela. Molti non hanno risorse per acquistare nulla, ma sono alla ricerca di aiuti umanitari. «Sul ponte internazionale Simon Bolivar a Cúcuta, che divide la Colombia dal Venezuela, si incontrano persone di ogni sfera sociale che cercano disperatamente di attraversare: madri molto magre che portano in braccio i loro bambini malnutriti, anziani in sedia a rotelle che sperano di incontrare un dottore e bambini che attraversano da soli per riportare beni di primaria necessità alle loro famiglie. Circa il 40% di quelli che attraversano ha meno di 18 anni», afferma Rendon.

Gli aiuti dei volontari negli ultimi mesi a Cúcuta si sono moltiplicati, come quelli del vescovo cattolico Victor Ochoa, della Rete internazionale migratoria scalabriniana, della Croce rossa colombiana, dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e del Governo colombiano, ma nonostante ciò, restano ancora insufficienti.

Sebbene Colombia e Venezuela  abbiano una storia di legami formali, informali, amichevoli e di reciproco sostegno, l’improvvisa ondata di venezuelani impoveriti e disperati che si sono ‘sistemati‘ nei parchi e nelle strade colombiane, ha iniziato a generare qualche contraccolpo. L’invasione di luoghi pubblici da parte di senzatetto venezuelani portatori di malattie debellate in passato come il morbillo e la difterite, ha aumentato gli allarmi sulla salute pubblica. Tuttavia, impedire alle persone di attraversare il confine non rappresenta un’opzione per la Colombia.

Dei 50.000 cittadini che in media giornalmente attraversano il confine per soddisfare i loro bisogni di base, molti sono anche in fuga con un chiaro timore di persecuzioni. «Una donna venezuelana incaricata di cucinare in uno degli otto centri di alimentazione di emergenza del vescovo di Cúcuta ha detto che il figlio di 22 anni era stato malmenato dalla guardia nazionale venezuelana quando si era rifiutato di riconsegnare la motocicletta avuta in dotazione. La donna ha iniziato a protestare, disperata per la morte del figlio e ha attirato l’attenzione delle autorità locali. Non avendo i soldi per sostenere i suoi due piccoli nipoti è fuggita in Colombia con sua figlia», si legge nel report.

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