lunedì, Marzo 25

Venezuela: la crisi si infiamma, e la Russia? A differenza di Chrusciov a Cuba nel 1962, Putin sembra deciso a contrastare fino in fondo i disegni americani per rovesciare il regime di Maduro

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Il 10 dicembre scorso un paio di aerei da bombardamento russi, capaci di lanciare missili nucleari, atterravano a Caracas suscitando allarme a Washington, soprattutto, ma anche un po’ dovunque. Con il Venezuela in piena crisi, il pensiero correva istintivamente a quella di Cuba del 1962, breve ma tra le più acute della ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest. Quando John Kennedy decretò il blocco navale dell’isola governata da Fidel Castro per impedire l’arrivo a L’Avana di missili sovietici già in viaggio via mare.

Appena eletto, due anni prima, il giovane presidente americano aveva subito lo smacco della Baia dei porci, teatro del tentativo ignominiosamente fallito di rovesciare il regime castrista sbarcandovi qualche centinaio di suoi oppositori. L’allora numero uno del Cremlino, Nikita Chrusciov, lanciò contro Kennedy tutte le possibili contumelie, non senza riscuotere consensi di vario colore nel mondo, ma non tardò a ritirare navi e missili per scongiurare, al limite, l’ecatombe nucleare sempre dietro l’angolo.

Il successore di Stalin ottenne in cambio la garanzia americana del rispetto della sovranità di Cuba e dei suoi legami sempre più stretti con l’URSS. Ciò non gli risparmiò l’accusa di irresponsabile avventurismo, tra le altre, quando, due anni più tardi, i suoi colleghi al vertice del regime decisero di spodestarlo. Almeno per la sua conclusione all’insegna della prudenza, tuttavia, l’episodio sarebbe diventato esemplare dei comportamenti che caratterizzarono da ogni parte la condotta della Guerra fredda e successiva ‘coesistenza competitiva’, oltre che più o meno ‘pacifica’.

Non va peraltro dimenticato che anche Stalin sapeva innestare la retromarcia, all’occorrenza. Abbandonò infatti al loro destino i guerriglieri comunisti greci dopo la vittoria nella seconda guerra mondiale e pose fine al blocco di Berlino-ovest nel 1948, non essendo riuscito a piegare la resistenza degli ex alleati occidentali.

Ci si deve domandare, adesso, se non sia per caso Vladimir Putin il signore del Cremlino destinato a cambiare approccio e stile rispetto a così illustri predecessori, capi supremi di uno Stato del quale rimpiange non solo la grandezza pur avendo preso molteplici distanze dal suo regime.

Proprio il ‘nuovo zar’, cioè, che deve accontentarsi almeno per ora di guidare una potenza mondiale, sì, ma molto inferiore alla superpotenza sovietica in termini sia relativi sia assoluti. E che finora aveva promosso il suo risollevamento con vigore e grinta, correndo talvolta anche qualche rischio però debitamente calcolato, senza spingersi fin ‘sull’orlo dell’abisso’ come amava dire (più che fare, in realtà) un segretario di Stato americano particolarmente bellicoso, John Foster Dulles.

I bombardieri russi inviati a Caracas nello scorso dicembre sono stati richiamati subito in patria, giustificando in qualche modo la loro missione e quasi irridendo agli allarmi altrui. La crisi venezuelana, tuttavia, non ha fatto che inasprirsi, nel frattempo, e l’impegno russo in difesa del regime di Nicolas Maduro si è parallelamente intensificato a livello politico, economico e anche militare, in risposta alla minaccia americana di ricorrere alle maniere forti, con l’obiettivo opposto, in collaborazione con i vicini latino-americani del disastrato Paese.

E’ parso per un momento che Mosca e Washington fossero avviati, col presumibile appoggio della Cina per quanto schierata in partenza a fianco della Russia, a cercare un compromesso, tra le rispettive posizioni anche di principio, per risolvere la crisi salvando il Venezuela dalla guerra civile e soddisfacendo almeno in parte i propri contrastanti interessi. Il tentativo, non si sa quanto serio, è però fallito, benchè sperabilmente destinato a ripetersi sotto la spinta, se non altro, di rischi crescenti e sempre meno oggettivamente accettabili per dirigenti politici non irresponsabili.

Sta di fatto che mentre Donald Trump e compagni, per convinzione o per i loro condizionamenti interni, non deflettono dall’intransigenza sulla necessità di deporre Maduro, mediante libere elezioni o con qualsiasi altro mezzo, da parte russa già si contesta pregiudizialmente il riconoscimento americano (e di numerosi altri governi) del suo rivale, Juan Guaidò, come presidente interinale della Repubblica. Secondo quanto dichiarato da Sergej Lavrov il 29 gennaio scorso, esso equivale a predisporre un «cambiamento illegale di regime», per cui, come ha categoricamente proclamato nella stessa occasione il ministro degli Esteri russo, «insieme con altri membri responsabili della comunità mondiale noi faremo di tutto per sostenere il legittimo governo del presidente Maduro nella sua difesa della Costituzione venezuelana».

Si tratta ora di capire che cosa esattamente implichi o possa implicare quel «di tutto». Quasi contemporaneamente, richiesto di precisare se Mosca invierebbe aiuti militari a Maduro qualora si arrivasse a qualsiasi forma di coinvolgimento militare USA in Venezuela, il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, si è praticamente rifiutato di rispondere, affermando che la questione è «troppo delicata» per prestarsi ad una discussione.

Ugualmente evasivo il portavoce era stato in precedenza a proposito delle notizie o voci circa la presenza a Caracas e dintorni di milizie private russe, i cosiddetti contractors, e la sua reticenza certo non stupisce trattandosi della stessa forza armata irregolare utilizzata da Mosca in Ucraina senza mai ammetterlo a piene lettere ovvero con un minimo di dettagli.

In compenso, Peskov aveva bollato le sanzioni americane contro la compagnia petrolifera nazionale venezuelana (PDVSA) come un’inammissibile ingerenza negli affari interni del Paese, assicurando che Mosca avrebbe usato tutti gli strumenti legali disponibili per tutelare i propri interessi al riguardo, ricollegabili ai legami esistenti tra la stessa società e Rosneft, la sua omologa russa, con la quale la PDVSA è indebitata per oltre 3 miliardi di dollari. Da tener presente che il boss di Rosneft, Igor Secin, non solo è un vecchio sodale di Putin, ma viene altresì considerato un possibile candidato a succedergli.

Quei tre miliardi, poi, sono soltanto una frazione dei crediti, prestiti e altre elargizioni finanziarie effettuate dalla Russia, nel corso degli anni, a favore del regime amico del defunto Hugo Chavez prima di Maduro. A quanto risulta, il totale oggi in serio pericolo di perdita ammonta ad almeno 17 miliardi di dollari, più che sufficienti a giustificare ogni possibile sforzo da parte di Mosca per recuperarli o per farli comunque fruttare adeguatamente. Non è però facile stabilire quale sia il modo migliore e meno rischioso per riuscirci, e quindi neppure se convenga appoggiare fino in fondo e ad ogni costo un regime traballante oppure abbandonarlo alla sua sorte, sempre che l’obiettivo prioritario sia quello o, ad un certo punto, diventi quello.

L’opinione pubblica russa, e anzi soprattutto l’uomo della strada, non dovrebbe avere dubbi al riguardo. Già largamente indignati per tutti i soldi dispensati all’estero per scopi spesso puramente politici, a cominciare dalla serie di condoni dei debiti accumulatisi nel mondo nei confronti dell’URSS, il tutto a scapito dei propri molteplici bisogni, i comuni cittadini voterebbero sicuramente a favore di salvare il salvabile, in un eventuale quanto improbabile referendum, piuttosto che spendere ancor più per nuove avventure militari.

Di simili sentimenti e risentimenti si è fatto interprete tra gli altri il settimanale ‘Argumenty ì fakty’ in una lunga e approfondita corrispondenza recente da Caracas, nel complesso abbastanza rispettosa della linea ufficiale. La conclusione dell’autore, però, è fin troppo eloquente: «La cosa più importante è che abbiamo investito in Venezuela 17 miliardi di dollari e quello che ci interessa è riavere i nostri soldi con relativi interessi. Che vi provveda Nicolas Maduro o un altro politico è indifferente. Chi garantisce la restituzione sarà anche nostro amico, e non altrimenti».

La linea ufficiale sembra tuttavia ben diversa, ossia orientata piuttosto nel senso del proverbiale ‘i soldi non sono tutto’, benchè non sia facile prevedere la sua probabile evoluzione anche a seconda delle circostanze. Il Venezuela, certo, non è l’Ucraina né la Georgia e neppure la Serbia, ma l’orgoglio e la dignità nazionali si possono voler difendere anche molto lontano da casa, e persino assai vicino, invece, alla casa del nemico, quando si coltivano ambizioni da grande potenza a raggio planetario.

Un loro attendibile banco di prova potrebbe ridiventare proprio l’area caraibica, benchè (o forse anche perché) nella fattispecie attuale la sfida russa a quanto resta della superpotenza americana si trova spalleggiata sinora, almeno in una certa misura, dall’amica Cina, le cui analoghe ambizioni si presentano parecchio più fondate per quanto inscenate in modo meno combattivo. Pechino non ha ancora sentito il bisogno di lanciare all’indirizzo di Washington teatrali minacce di ricorso a nuovi ordigni bellici sempre più micidiali per far valere le proprie ragioni, pur partecipando con tutta evidenza e senza alcuna remora, ma solo più sommessamente, alla generale corsa agli armamenti.

Se non altro per una questione di stile c’è quindi da domandarsi cosa si pensi anche in Cina dell’ultima sortita di Putin, che fino a ieri alternava a minacce ed accuse nei confronti degli USA assicurazioni di armarsi sì fino ai denti ma senza alcun intento aggressivo verso chiunque e a scopo puramente difensivo.

Mercoledì scorso, invece, il presidente russo ha destato non poca sorpresa dichiarando alla stampa, secondo un dispaccio non confermato né smentito dell’agenzia Reuters, che Mosca è militarmente pronta ad affrontare una crisi tipo Cuba 1962, se gli USA fossero così folli da provocarla, anche perché forte ormai della superiorità rispetto ad essi nella fatidica (in un tempo che sembrava passato) capacità di primo colpo nucleare.

Il pensiero, naturalmente, è subito corso al Venezuela, dove la situazione e le prospettive sembravano finora preannunciare, nella peggiore delle ipotesi, una svolta conflittuale di tipo ucraino oppure, se si preferisce un richiamo storico, paragonabile alla guerra civile spagnola degli anni ’30 con partecipazione informale su fronti opposti dei futuri avversari nella seconda guerra mondiale.

Un precedente, quest’ultimo, ovviamente inquietante, al punto da proporre un altro interrogativo ancora: se qualcosa e di che genere possa avere indotto il ‘nuovo zar’ (che qualcuno in patria cominciava a chiamare ‘zar buono’, come il malcapitato e oggi beatificato Nicola II) a cambiare improvvisamente volto per assomigliare più al suo attuale omologo nordcoreano, odierno campione dello scherzare col fuoco, che non col proprio predecessore che ci provò, a Cuba, ma seppe poi tirarsi indietro.

Può darsi, naturalmente, che Putin, distintosi finora per una non frequentissima capacità di mordere a ragion veduta piuttosto che di abbaiare senza freni, abbia semplicemente deciso di alzare al massimo voce e toni a scopo dissuasivo. Col rischio, però, di screditarsi agli occhi del mondo e dei propri connazionali qualora l’effetto voluto non si producesse e la controparte americana, anziché piegarsi, lo ponesse di fronte al drammatico dilemma tra coerenza e autosconfessione.

La risposta all’interrogativo verrà col tempo e dai fatti, ma intanto va registrata un’altra novità alquanto inattesa che gli conferisce ulteriore pertinenza. Un paio di settimane fa, ricorrendo il 30° anniversario del ritiro sovietico dall’Afghanistan, si dava per scontata l’approvazione da parte della Duma, la Camera bassa del Parlamento federale russo, di una risoluzione che ripudiava quella con cui il Parlamento gorbacioviano aveva a sua volta condannato, nel 1989, la decisione sovietica di invadere il travagliato Paese centroasiatico.

In altri termini, era stata messa in cantiere la legittimazione politica di una decisione e di un conseguente atto la cui condanna, nelle parole e nei fatti, era sempre apparsa più che giusta politicamente e moralmente. La prevista approvazione però non è avvenuta, e non certo solo a causa della vivace protesta del vecchio Michail Gorbaciov. E’ stata forse solo rinviata a miglior tempo, pare, per ragioni di contingente opportunità diplomatica, e secondo fonti di stampa dietro pressione di varie personalità compreso Sergej Lavrov.

Il tentativo comunque c’è stato, ed evidentemente a Mosca e dintorni, nonché intorno al Cremlino e magari anche al suo interno, non manca chi invece preme a favore di scelte e comportamenti in politica internazionale ancor più assertivi, per usare un eufemismo, di quelli che vengono rimproverati al ‘nuovo zar’, buono o cattivo che sia.  

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