mercoledì, Luglio 24

Venezuela: il successo di Guaidó è una vittoria di Pirro per gli USA Quali possono essere le conseguenze della crisi venezuelana per Washington?

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Com’era prevedibile, l’annuncio del Presidente dell’Assemblea nazionale venezuelana, Juan Guaidó di assumere la presidenza ad interim del Paese sudamericano è stato accolto dagli Stati Uniti con una soddisfazione nemmeno troppo nascosta. Il ‘bolivarismo’ del precedente governo di Caracas, con il suo impasto di socialismo, nazionalismo, terzomondismo e teologia della liberazione, non poteva non risultare indigesto alle autorità statunitensi; tanto più quando questo ha assunto i toni della sfida aperta tanto alla loro egemonia sull’emisfero occidentale quanto al loro ruolo nel sistema internazionale. In passato, Washington si è espressa ripetutamente a favore di un ‘regime change’ in Venezuela; una posizione che si è irrigidita quando, nei mesi passati, le manifestazioni contro Nicolás Maduro hanno preso dimensioni di massa. Anche se con Donald Trump si è avuto un nuovo giro di vite, non si tratta di una posizione limitata all’attuale amministrazione. Già con Barack Obama, gli Stati Uniti hanno adottato misure sanzionatorie nei confronti di cittadini e imprese venezuelane in ottemperanza del Venezuelan Human Rights and Democracy Protection Act, approvato dal Congresso a sua volta in linea con una posizione che risale alla prima metà degli anni Duemila.

Prima della crisi degli anni Duemila, i rapporti politici ed economici fra Stati Uniti e Venezuela erano solidi. Tradizionalmente inserito nell’orbita statunitense, il Paese (che è al primo posto della classifica mondiale per entità di riserve petrolifere provate) è stato a lungo un importante partner commerciale di Washington. Anche sul piano politico la collaborazione è sempre stata forte, almeno finché il potere a Caracas è stato nelle mani dei partiti del c.d. ‘patto di Punto Fijo’. Le cose cominciano a cambiare con l’arrivo alla presidenza di Hugo Chávez (1998) e, dopo la sua morte (2013), del suo delfino, Nicolás Maduro. E’ stato soprattutto durante il mandato di quest’ultimo che la situazione si è deteriorata, portando a un irrigidimento delle rispettive posizioni. Le misure volute da Washington per indurre cambiamenti nel governo di Caracas (oltre all’adozione dello Human Rights and Democracy Protection Act, quella del Venezuela Defense of Human Rights and Civil Society Act, sempre nel 2014, e delle sanzioni economiche già ricordate) sono state criticate, inoltre, della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici e dall’Unione degli Stati sudamericani, che le hanno etichettate come atti unilaterali e ‘tesi a scardinare il processo democratico in corso in Venezuela’.

Al momento, la situazione è ancora fluida. Washington è stata sollecita nel riconoscere le rivendicazioni di Guaidó, dando così credito alle accuse di Maduro e del suo entourage di essere in qualche modo dietro alla vicenda. L’Unione Europea ha preso a sua volta posizione, appellandosi alla centralità del ruolo dell’Assemblea nazionale e chiedendo lo svolgimento di nuove elezioni che legittimino in modo chiaro la posizione del vincitore. Nell’interno dell’Unione, non mancano, tuttavia, i distinguo. Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna, in particolare, hanno chiesto a Maduro di indire le consultazioni – ‘eque, libere, trasparenti e democratiche’ – entro otto giorni, pena il riconoscimento della legittimità delle rivendicazioni di Guaidó; una posizione di fatto condivisa da Washington, che attraverso il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha invitato la comunità internazionale a ‘prendere posizione’ sulle vicende venezuelane..laia  Tuttavia, proprio il Consiglio di Sicurezza ONU si è spaccato sull’adozione di eventuali misure contro Caracas, con Russia e Cina contrarie a ogni iniziativa. Il rappresentante russo ha inoltre parlato della crisi in atto come di un tentativo di golpe promosso dagli Stati Uniti, dando così consistenza e visibilità alle posizioni pro-Maduro.

Da questo punto di vista, la crisi venezuelana rischia di approfondire ulteriormente la frattura che già esiste fra Mosca e Washington. Le voci sulla presunta presenza di personale militare russo in Venezuela, al di là della loro verità, sono indicative dei timori che la vicenda sta sollevando. Le parole dell’ambasciatore Nebenzya prefigurano, tuttavia, una sfida più ampia. Quello che sembra coagularsi intorno alla ‘questione Maduro’ è, infatti, ancora una volta, il dibattito intorno al ruolo internazionale di Washington, che negli ultimi anni è stato messo sempre più apertamente in discussione. Non è senza significato che, seppure con sfumature diverse, il fronte pro-Maduro ruoti intorno a Russia e Cina, campioni di un possibile, futuro, nuovo ordine multipolare. Per la prima volta dalla fine della guerra fredda, la sfida di Mosca a Washington tocca, oggi, il ‘santuario’ americano, raccogliendo il sostegno di diversi Stati della regione e mettendo in scena uno scontro sui principi del diritto internazionale di cui gli Stati Uniti si sono sempre dichiarati paladini. Come detto, la situazione è ancora e fluida. Tuttavia, è possibile che, paradossalmente, sul lungo periodo, il probabile successo di Juan Guaidó finisca con l’essere, per Washington, soltanto una vittoria di Pirro.

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