domenica, Aprile 5

Venezuela: il popolo e il diritto in panne Maduro e Guaidó rappresentano una parte del popolo: nessuno dei due, è in grado di ‘rappresentare’ il popolo venezuelano. E’ qui che entra in affanno il diritto internazionale

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La situazione in Venezuela è sempre più complicata, sempre più tesa, sempre più violenta. I due attori principali, forse qualcuno più apparente che reale, e questo è gravissimo, si scambiano minacce e insulti, accuse di violazioni della Costituzione, che entrambi affermano di voler rispettare e in nome della quale agire, e accuse di violazioni o richieste di azioni della Comunità internazionale in nome del diritto internazionale.
Entrambi, ed è la cosa più significativa (e a mio parere gravemente irresponsabile) chiamano la piazza a sostegno delle proprie posizioni, in nome del ‘popolo’, il solito sempre invocato ‘popolo’: una parola ricorrente e ricorsa tante volte e da tante parti (si pensi anche solo al nostro povero Paese, nelle mani di populisti dichiarati, cui si oppongono altri ufficialmente non populisti, ma sempre in nome del ‘popolo’); tante volte usata la parola ‘popolo’ da avere perso ogni significato. È, dico, irresponsabile ‘chiamare il popolo in piazza’, perché poi alla fine chi ci lascia la pelle è qualcuno di quel popolo, non i leader.

Vorrei cercare di fare un salto mortale triplo senza rete, per discutere il tema in termini giuridici, ma comprensibili a chi il diritto non lo conosca, evitando con cura, e per quanto possibile, i temi strettamente politici; pure perfettamente conscio e certo che chi legga qui ne sia a sua volta altrettanto conscio, di un fatto preciso, del dato di fatto per cui dietro i contendenti si gioca una partita tutta politica, anzi, di potere, e, forse, di dominazione. Lo so, che è così, lo sappiamo tutti, ma cerchiamo di ragionare un momento al di là di ciò, dopo che ieri si è celebrata una festa che dovrebbe essere del popolo, ma che, almeno in Italia, è divenuta ancora di più occasione di volgari e violente strumentalizzazioni, perfino in termini musicali: tutto in Italia ‘fa’ politica, che spesso trasforma tutto in strame.

Il diritto è un fenomeno umano, cioè è un prodotto dell’uomo per l’uomo: serve a regolare la vita dell’uomo, nel suo interesse. Naturalmente molto spesso, per non dire sempre, le norme giuridiche sono ‘poste’ dai ceti dominanti e tendono a difendere i loro interessi. Ma è anche vero che anche negli ordinamenti giuridici più ‘autoritari’ le Costituzioni affermano principi, almeno formali, di parità di diritti per le persone, ma poi spesso non se ne curano.
E qui sorge il problema reale. Ilpopolo’ è una espressione verbale, che, costituzionalmente parlando, non ha una identità e meno che mai una personalità giuridica: è solo un consesso di persone, alle quali viene chiesto periodicamente di votare. Ovvio che semplifico al massimo.

Il ‘popoloè preso in considerazione come entità giuridica significativa solo dal diritto internazionale, che lo identifica come il destinatario unitariamente del diritto all’autodeterminazione, appunto, dei popoli.
Anzi, il diritto internazionale fa anche di più, perché accanto all’autodeterminazione dei popoli, definisce eimpone i diritti dell’uomo. Non, sia chiaro, perché le singole costituzioni, come quella italiana ad esempio, non lo facciano, assolutamente! Anzi, le costituzioni nazionali, li assicurano in maniera concreta e articolata edesigibile’, nel senso che un cittadino leso nei suoi diritti può agire contro lo Stato che glieli ha negati. Un cittadino, non un popolo.
Ma, dal punto di vista del diritto interno, si deve aggiungere: ‘finché li ha’ quei diritti. Perché non è impensabile che di fatto o di diritto, quei diritti gli vengano negati, non in quanto singolo cittadino nel singolo caso specifico, ma in quanto parte di una collettività di cittadini a cui tutti vengono negati.
Il diritto internazionale, molto poco considerato, in genere, invece, quei diritti ligarantiscea tutti, anzi, atutte le persone’, che vuol dire a tutti gli esseri umani, ovunque si trovino, di qualunque colore siano, qualunque cosa facciano e quindi, per esempio: migranti o non migranti, cittadini o non cittadini, ecc.

Che poi quella ‘garanzia’ possa essere più o meno efficace è cosa in un certo senso irrilevante da un punto di vista giuridico: ciò che conta è che quei diritti, sempre e comunque, spettano e, prima o poi per così dire, potranno essere rivendicati. Anzi, in molti ordinamenti giuridici, quei diritti, magari previsti ‘solo’ nel diritto internazionale possono essere rivendicati anche all’interno dello Stato, come accade, ad esempio, per l’Italia, che è parte della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che consente ad ogni singolo individuo di rivendicare contro lo Stato un diritto violato, magari previsto dal diritto internazionale (ad esempio, nella Convenzione sui diritti dell’uomo) pur se non esplicitamente previsto nel proprio ordinamento giuridico interno.
Sarebbe troppo lungo, ora, mostrare che ciò vale per tutti gli Stati, non solo per quelli che abbiano sottoscritto le convenzioni: basti dire che il diritto internazionale, in quanto ordinamento giuridico della intera Comunità internazionale, deve essere applicato da tutti gli Stati. E che, in gran parte, è diritto non scritto, per cui la mancata sottoscrizione di una Convenzione non garantisce la possibilità di non rispettare certe norme: altra cosa spesso trascurata anche dai giuristi.

Il popolo, come dicevo, dal punto di vista del diritto interno non ha una sua individualità precisa e unitaria, ma specialmente capace di esprimersi in quanto tale. Tanto più perché, specie in Stati nazionalisti o addirittura razzisti (come purtroppo tende a diventare il nostro Paese), il ‘popolo’ è il popolo dei cittadini, votanti, per lo più sulla base di propagande fuorvianti.
Diversamente, dal punto di vista del diritto internazionale, dove il popolo è visto, perché è, come una entità unitaria e collettiva, alla quale vengono offerte una serie di ‘garanzie’, tra cui quella ad esprimersi liberamente e a decidere di conseguenza, nella misura in cui l’intero popolo, cioè l’unità complessiva del popolo, esprima la volontà, o del quale sia riconoscibile una volontà unitaria, non necessariamente espressa da una maggioranza del popolo. Non è il voto, o, diciamo meglio, non è solo il voto quello che esprime la volontà, cioè le aspirazioni collettive di un popolo determinato. E non mi dilungo a spiegare come si ‘determina’ il popolo; mi limito a dire che il popolo per il diritto internazionale è «tutti coloro che abitano in un territorio delimitato da confini attuali». Non per nulla, la volontà effettiva (questo è il termine tecnico) di un popolo è espressa spesso, e specialmente in situazioni di conflitto, da una minoranza, unaavanguardia’, che interpreta le aspirazioni dell’intero popolo e che quindi dal diritto internazionale èlettacome la volontà del popolo.

Mi rendo conto che il discorso è complicato e sintetizzarlo nelle poche righe di un articolo è difficile, ma la conseguenza è che le invocazioni dei vari contendenti interni al potere in Venezuela, che, entrambi, dicono di essere i rappresentanti del ‘popolo del Venezuela’, nella realtà concreta dei fatti rappresentano (se pure rappresentano e ho i miei dubbi!) una parte del popolo: nessuno dei due, probabilmente, è in grado dirappresentareil popolo venezuelano.
Il che è dimostrato all’evidenza da due fatti, a mio giudizio, decisivi: la partecipazione di masse consistenti di popolazione sia alle pretese dell’uno che a quelle dell’altro, la sempre più pressante ‘interferenza’ (termine tecnico di diritto internazionale, che definisce un illecito gravissimo) di Stati terzi. Gli Stati Uniti, ‘dalla parte’ di Juan Guaidó, Cuba, Bolivia, Russia e altri Stati sud-americani dalla parte di Nicolás Maduro. Tutti gli altri Stati che sono ‘entrati’ nel tema, hanno di fatto espresso sostanzialmente la volontà di ‘seguire’ le indicazioni di un soggetto ‘leader’: gli Stati Uniti e la Russia. Con una variante notevole: ‘dalla parte’ di Maduro vi è un gruppo di Stati (come Cuba) che teme o si oppone alle interferenze, non certo nuove, degli Stati Uniti in quello che questi ultimi hanno sempre denominato ‘il cortile di casa’ (la cosiddetta dottrina Monroe), da Cuba, ad Haiti, al Guatemala, a Panama, al Cile, all’Argentina ecc. Concetto che, in sé, è innocuo, ma è illecito se esprime la volontà di predominio, e cioè di interferenza.

È evidente, infatti, che le predette interferenze, hanno per effetto di impedire o almeno di rendere molto più difficile una soluzione pacifica della controversia, specialmente se le ‘minacce’ esterne sono forti: dire «prendo in considerazione qualunque soluzione» equivale a dire «sto pensando ad un intervento militare» e queste, dal punto di vista del diritto internazionale, sono ‘minacce’, condannate dall’articolo 2.4 dello Statuto delle Nazioni Unite, a norma del quale, nel 1984 (cosa unica in qualche modo), gli Stati Uniti sono stati condannati dalla Corte internazionale di Giustizia nella controversia con il Nicaragua, che fu dichiarato oggetto di aggressione, pur non avendo un solo militare statunitense messo piede sul suolo del Nicaragua.

Ma è altrettanto evidente che quelle interferenze, stanno ricreando, con riferimento al Venezuela, una situazione molto simile a quelle del passato, nel confronto continuo tra Stati Uniti e Russia, come aspiranti leader mondiali.

Detto ciò, aggiungo solo che, dal punto di vista del diritto internazionale l’unicogoverno legittimodel Venezuela è quello di Maduro, fin tanto che non se ne dimostri, alla luce del diritto interno, la illegittimità.
Ciò non toglie che, e questo a mio parere è fondamentale, qualora la Comunità internazionale (e quindi non solo gli Stati Uniti e la Russia, ecc.) nel suo complesso, si rendesse conto che la volontà effettiva del popolo venezuelano nel suo complesso sia nel senso voluto dall’uno o dall’altro dei due contendenti, la stessa Comunità avrebbe l’obbligo di agire per ‘garantire’ al popolo venezuelano la soddisfazione delle proprie aspirazioni.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.