martedì, Luglio 16

Venezuela: il debito con la Cina cresce Aiuti umanitari e accordi per produrre in loco medicine e attrezzature mediche dalla Cina, Maduro ricambia puntando su Huawei

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Il Venezuela ha ricevuto, lunedì il quarto e ultimo carico di aiuti umanitari donati dalla Cina, 68 tonnellate di medicinali e materiale sanitario. Il Paese ha ricevuto 465 tonnellate di medicinali e medicine dalla Cina, dalla Russia, dalla Croce Rossa, dall’Organizzazione Panamericana della Sanità (PAHO) e dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF). Di queste 465 tonnellate, 269 sono state donate dalla Cina. Entro fine anno il Ministero della Sanità stima che gli aiuti provenienti da vari soggetti potrebbero raggiungere le 800 tonnellate.
Il Governo di Nicolas Maduro ha inoltre negoziato con la Cina più di 106 milioni di dollari per comprare altri farmaci e un accordo con la compagnia cinese Meheco, per produrre medicine e attrezzature mediche direttamente nella Nazione bolivariana.

Nicolas Maduro ha ricambiato i favori assicurando che Huaweinell’occhio del ciclone dei divieti di Donald Trumpcontinuerà ad operare in Venezuela, per «aumentare le capacità dell’intero sistema di comunicazione e rendere il sistema 5G una realtà», ha dichiarato il Presidente, firmando il decreto di creazione della Corporación Nacional de Telecomunicaciones y Servicios Postales de Venezuela.

Questi ultimi interventi rafforzano ulteriormente la posizione della Cina in Venezuela, Paese in cui, ha detto  il Presidente cinese Xi Jinping, in una dichiarazione ai media russi, Pechino è «disposta a collaborare con la comunità internazionale per svolgere un ruolo positivo, e costruttivo», volto a far tornare Caracas «a un normale percorso di sviluppo il prima possibile».  Sviluppo al quale Pechino, come per altro Mosca, considerando che la Russia è l’altro grande creditore di Caracas, è molto interessato, e non soltanto per rientrare dei molti prestiti e aiuti umanitari rilasciati in questi anni di crisi.
Nel decennio 2007-2017, Pechino ha fornito finanziamenti per oltre 60 miliardi di dollari al Governo di Caracas, il Venezuela è ha assorbito oltre il 40% del totale dei prestiti cinesi in America Latina. Gli investimenti hanno riguardato accordi di cooperazione energetica, agricoltura, aeronautica civile, infrastrutture e industria.

Il ‘controllodel Venezuela è una questione geostrategica, infatti, quella che si sta combattendo in Venezuela è una sorta di guerra per procura a bassa intensità che vede da una parte gli Stati Uniti e dall’altra Russia e Cina, insieme a Iran.  La Russia e la Cina stanno facendo leva sul loro sostegno economico a Caracas per stabilire una presenza militare-industriale in Venezuela, secondo la gran parte degli analisti. Gli Stati Uniti stanno rendendosi conto che ‘l’America Latina è il nuovo campo di battaglia nel più grande conflitto geopolitico del nostro tempo’.

Il Venezuela ha le più grandi riserve di petrolio al mondo, dal canto suo la Cina è il primo importatore di petrolio al mondo.
Per venti anni e fino al 2010, la produzione giornaliera è stata superiore a 3 milioni di barili al giorno. A partire dal 2013, anno dell’insediamento di Maduro, dopo la morte di Hugo Chávez,  la produzione è stata gradualmente e continuativamente ridotta a circa 1,5 milioni, causa la cattiva gestione. La US Energy Information Administration (EIA) prevede che la produzione di petrolio scenda a 700.000 entro dicembre 2019.
Quando Maduro è subentrato dopo la morte di Chavez nel 2013, il petrolio ha rappresentato il 95% delle esportazioni e oltre il 25% del PIL. Con Maduro, l’economia venezuelana si è progressivamente deteriorata. Quando i profitti petroliferi iniziarono a calare, nel 2014, Maduro ridusse le importazioni necessarie ai venezuelani e con la riduzione degli introiti dal petrolio il Paese inizio a sprofondare.

Nel luglio 2018, il FMI ha confrontato l’iperinflazione in Venezuela con quella della Germania nel 1923. Il crollo ha portato a carenze di cibo, medicine e altri beni di base e ha provocato un esodo dei venezuelani che ha travolto i paesi limitrofi. Le Nazioni Unite stimano che il 7% della popolazione (2,3 milioni di persone) sia emigrato per sfuggire alla povertà e alla violenza. Il Paese è classificato come la Nazione più insicura al mondo da Gallup a causa della carenza e della fame: il 98% dei crimini rimane impunito, mentre i prigionieri vengono abbandonati e muoiono in carceri sovraffollate.
La situazione è peggiorata negli ultimi mesi da quando, con l’inizio del 2019, la Casa Bianca ha deciso di congelare le attività statunitensi della PDVSA, la compagnia petrolifera statale, compresi i proventi delle esportazioni di petrolio. Il che ha portato a una drastica carenza di valuta forte, fattore che certo ha indebolito  Maduro, ma considerando che di fatto lEsercito controlla l’economia questo è rimasto fedele al Presidente tenendo in mano il Paese. 

Con l’insediamento di Chavez la relazione tra Pechino e Caracas è cresciuta, sia in termini di scambi commerciali -tra il 1999 e il 2009, lo scambio commerciale tra i due Paesi ha raggiunto i 7,5 miliardi di dollari- sia in fatto di nuovi investimenti cinesi nel Paese. Nel 2001 il Venezuela è divenuto il primo Paese latinoamericano a entrare in una ‘partnership di sviluppo strategico’ con la Cina; nel 2014 la relazione è divenuta ‘partnership strategica globale’.
Ad oggi sono circa 800 i progetti cinesi di investimento in territorio venezuelano, che vanno dal settore spaziale a quello agricolo, a quello industriale e tecnologico.
Nel solo 2017 la Cina ha investito 3,2 milioni di dollari in Venezuela, senza contare le joint venture tra China National Petroleum Corp e PdVSA., piuttosto che la joint venture da 400 milioni di dollari tra la Corporacion Venezolana de Mineria e le imprese cinesi CAMCE e Yankuang Group. Dal carbone al nichel, le aziende cinesi sono grandemente coinvolte anche nel settore minerario, molto ricco di potenzialità nel Paese anche se molto poco governato e in mano, per una parte, ai cartelli mafiosi.

E’ evidente come per la Cina il Venezuela sia strategico, e la tenuta di Maduro vada difesa ad oltranza perché significa difendere i propri crediti e la propria ‘zampa’ sul subcontinente; altrettanto evidente che se Maduro dovesse cadere, l’autoproclamato Presidente Juan Gaidò, o chi per lui, comunque dovrà fare i conti con una presenza (un debito stimato attorno ai 20 miliardi di dollari nei mesi scorsi, e investimenti -circa 800 progetti) cinese decisamente molto ingombrante e infiltrata in tutti i settori strategici del Paese. Un nuovo governo potrebbe rifiutarsi di riconoscere il debito, ma rischierebbe di fare più male al Venezuela che alla Cina.

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