sabato, Dicembre 14

Venezuela e Cuba sulla linea del fronte I rischi delle tensioni tra Stati Uniti e Russia non risparmiano il Centroamerica anche a causa di crisi e difficoltà economiche

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Scampato pericolo? Sì, a quanto pare, anche stavolta. Quella precedente, così simile all’attuale, risale nientemeno che al lontano 1962, quando Nikita Chrusciov, il leader sovietico succeduto a Stalin dopo un breve interregno di ‘direzione collegiale’, inviò via mare nella Cuba di Fidel Castro missili nucleari in grado di colpire la Florida e molto altro da breve distanza, per difendere quel giovane regime rivoluzionario dalla minaccia americana e per intimidire ad ogni buon fine la superpotenza rivale.

Il mondo intero fu scosso da brividi senza precedenti, perché sembrava di toccare con mano, per la prima volta, il rischio di un’apocalittica ecatombe termonucleare. Nulla lasciava prevedere che i successivi capi supremi di USA e URSS, con tutti i loro difetti, avrebbero evitato di provocarla, aiutati fors’anche dalla fortuna, malgrado tutte le crisi, tensioni e prove di forza susseguitesi ancora per un quarto di secolo, e benchè la disfida tra il “campo socialista” e lo schieramento liberal-capitalista fosse ben più aspra, fatidica e politicamente mortale di quelle odierne.

Non successe niente perché John Kennedy, il giovane presidente americano destinato a morire assassinato poco dopo, in circostanze mai del tutto chiarite, ordinò il blocco navale di Cuba intimando al Cremlino di ritirare i missili, e Chrusciov si piegò ottenendo in cambio l’impegno USA a non abbattere il regime castrista. Impegno che fu sempre rispettato nonostante i suoi legami sempre più stretti con Mosca e la sua partecipazione a varie iniziative e operazioni in più continenti decisamente sgradite a Washington. Chrusciov, invece, finì deposto dai suoi colleghi anche con l’addebito di imperdonabile ‘avventurismo’.

Resta da vedere, adesso, se in presenza di contese oggettivamente meno fatidiche e mortali i nuovi contendenti sapranno essere altrettanto responsabili quanto i loro predecessori. Dovrebbe risultare in realtà più facile, oltre che augurabile, dato che le armi di distruzione di massa si sono talmente moltiplicate, potenziate e perfezionate, cadendo in mano di un gran numero di Paesi grandi e piccoli malgrado trattati e impegni collettivi di ‘non proliferazione’, da rendere il MAD, (mutua distruzione assicurata), più che mai certo e quindi anche efficace in una benefica funzione deterrente. Il disarmo universale sarebbe certamente preferibile, ma come crederci?

La storia, comunque, spesso si ripete, mai però al cento per cento, ovviamente. Ferme restando le tante analogie, l’episodio della scorsa settimana ha riscosso ampia e viva risonanza, a livello ufficiale come di opinione pubblica, pur senza suscitare l’allarme rosso e le grandi paure del 1962.

Protagoniste in qualche misura attive sono state in entrambe le occasioni, insieme alla Russia sovietica e postsovietica, due repubbliche latino-americane, Cuba e Venezuela, che con l’aggiunta del Nicaragua costituiscono il terzetto (la “trojka della tirannia”, secondo l’aggiornata definizione dell’attuale Casa bianca) che Mosca continua a coltivare con particolare assiduità, nel Nuovo mondo, come se il tempo si fosse davvero fermato, non ci fosse mai stato il ‘ribaltone’ che affossò l’URSS e il ‘campo socialista’, e così via.

Tutte e tre si distinguono per il controllo più o meno saldo da parte di regimi di sinistra di matrice rivoluzionaria, oggi come ieri con la sola eccezione del Venezuela. Ciò le accomuna in parte ad altri Paesi dell’America latina più curati da Mosca non perché ‘progressisti’ o temporaneamente tali (Brasile, Messico, Bolivia, Ecuador) bensì per le loro dimensioni e/o per la loro adesione ad un populismo e sovranismo di vecchio tipo o all’ultima moda ma comunque abbinato, soprattutto, alla contestazione della storica egemonia yankee e alla disponibilità a collaborare in varia forma contro di essa sul piano internazionale.

Un requisito, quest’ultimo, che permette all’odierna dirigenza russa, illiberal-democratica secondo una fortunata (e tutto sommato appropriata) definizione di stampo magiaro, di passare sopra, semmai, alla matrice o vocazione rivoluzionaria di altri regimi specie se nuovi, per nulla gradita, ad ogni buon conto, in casa propria come fuori, ad un Cremlino che rivendica continuità soprattutto col passato presovietico ossia zarista. Realpolitik, si sarebbe chiamata in altri tempi, quasi a scusarsene, quando gli zar si alleavano con la Francia repubblicana, dopo avere cercato di distruggerla sul nascere, contro la più affine Germania guglielmina e contro l’impero asburgico che aveva in precedenza salvato schiacciando l’insurrezione ungherese.

Nel celebre episodio più lontano Chrusciov aveva mandato a Cuba navi cariche di missili il cui montaggio, documentato da foto USA, era già cominciato quando l’ultimatum di Kennedy indusse i sovietici ad andarsene portando via tutto. L’episodio più recente ha visto invece la Russia di Vladimir Putin spedire in Venezuela un paio di aerei da bombardamento Tu-160 capaci di trasportare e sganciare missili strategici che non si sa, nella fattispecie, se fossero effettivamente a bordo.

Secondo la versione ufficiale di Mosca lo scopo della missione era semplicemente (se così si può dire) quello di effettuare esercitazioni comuni con l’aviazione venezuelana compreso un volo di 10 ore sopra il Mare dei Caribi e l’area circostante. Missione puntualmente compiuta, ha reso noto l’agenzia TASS venerdì scorso, nel giro di due giorni, dopo di che i due aerei sarebbero tornati alle loro basi indipendentemente, sembrerebbe, dal clamore sollevato dalla faccenda e da eventuali pressioni, moniti o minacce ricevuti, ma non pubblicamente, da terze parti.

Per quanto se ne sa Washington avrebbe solo chiesto spiegazioni e assicurazioni, evidentemente ottenendole, e che non hanno tuttavia impedito al segretario di Stato Mike Pompeo di tuonare, sia pure solo via twitter, contro “due governi corrotti che sperperano fondi pubblici e calpestano libertà e diritti mentre i loro popoli soffrono”. Parole che il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, si è accontentato di definire “non diplomatiche” e “completamente inopportune”.

Tra le numerose altre reazioni la più rimarchevole è stata forse quella del segretariato dell’OAS, l’0rganizzazione degli Stati americani che conta 35 membri, con in testa gli Stati Uniti la cui autorità, tuttavia, non è più incontrastata come un tempo. Nella sua dichiarazione si esprime la “massima preoccupazione” per il possibile stazionamento nel Venezuela di forze aeree russe in grado di usare armi nucleari e si denuncia un “atto nocivo alla sovranità” del Paese e che per di più violerebbe la sua Costituzione in quanto non autorizzato, come previsto, dal parlamento di Caracas.

Ma i punti di vista in questione sono ovviamente diversi e non facilmente conciliabili neppure in sede OAS. Che il popolo venezuelano soffra come pochi altri in questo momento, a causa di una devastante crisi economica, è fuori di dubbio. Così come, del resto, il crollo della popolarità di Nicolas Maduro, il presidente succeduto al defunto Hugo Chavez e che senza il ricorso alle maniere forti non riuscirebbe verosimilmente a conservare il potere.

Non basterà forse a salvarlo neppure il multiforme aiuto russo, economico-finanziario nei limiti delle possibilità tutt’altro che sconfinate di Mosca, ma soprattutto militare, mediante copiose forniture di armi sempre più a credito. Un aiuto non disinteressato, peraltro, anche perché Mosca non manca di sfruttare le circostanze per assumere un sostanziale controllo dell’industria petrolifera di un Paese che vanta le maggiori riserve di “oro nero” nel mondo.

Tutto ciò premesso, si deve presumere che ad accentuare la potenziale gravità della mossa russa, per quanto apparentemente rientrata su due piedi, contribuisca non poco il fatto che sia stata preceduta dalle minacce dell’Amministrazione di Donald Trump di colpire il governo di Caracas mediante sanzioni e addirittura un eventuale intervento armato, evidentemente motivato non solo dalla repressione a danno dei suoi oppositori interni ma anche, e forse soprattutto, dall’inaccettabilità della trasformazione del Venezuela in base avanzata russa per le comunicazioni e lo spionaggio oltre che militare.

In sé e per sé la breve vicenda non è una novità assoluta. Già nel 2008 bombardieri e navi da guerra russe avevano visitato il Paese, in concomitanza con la tensione tra Mosca e Occidente a causa del conflitto con la Georgia, preludio della crisi ucraina. E gli stessi Tu-160 vi erano tornati nel 2013, con quest’ultima ancora agli inizi. Si trattava però di preliminari schermaglie, in sostanza, che non avevano impedito, ad esempio, la firma a Praga nel 2010, da parte di Barack Obama e di Dmitrij Medvedev, allora presidente della Federazione russa per conto di Putin, del Nuovo START per la limitazione degli armamenti strategici, l’ultimo grande trattato distensivo tra Mosca e Washington.

In seguito i rapporti tra Russia e USA, in particolare, sono solo via via peggiorati su tutta la linea, inasprendosi al punto di consentire che si parlasse sempre più di nuova “guerra fredda” prossima ventura o già in atto, con annesso pericolo di diventare calda in qualsiasi momento anche per cause puramente accidentali. Il tutto con un solo sprazzo di possibile schiarita generato dalle aperture di Trump nei confronti di Putin, che non hanno tuttavia tardato a rivelarsi di dubbia ispirazione e comunque a scontrarsi forse irrimediabilmente con vari ostacoli, resistenze e incomprensioni reciproche.

Lo stesso Nuovo START, in scadenza nel 2021, non è affatto sicuro di venire rinnovato, e nel frattempo vacilla ancor più lo storico trattato USA-URSS del 1987 (INF) per la messa al bando degli euromissili, ovvero missili nucleari a raggio intermedio, del quale Washington ha già preannunciato la rescissione unilaterale qualora Mosca, accusata di ripetute violazioni, non si emendi e acconsenta ad una revisione negoziata. Finora il Cremlino risponde solo con durezza ricambiando le accuse e minacciando pesanti ritorsioni qualora gli euromissili americani ricompaiano in forze nel vecchio continente.

L’ultima battuta di una questione resa ancora più scottante dai contestuali accenni di degenerazione del conflitto ‘ibrido’ in Ucraina è un ultimatum di 60 giorni lanciato da Pompeo il 4 dicembre scorso e al quale Putin ha immediatamente replicato mostrando comprensione solo per la preoccupazione americana di coinvolgere anche la Cina in una rinegoziazione. L’incursione dei due Tu-160 a Caracas può intanto essere considerata un segnale di sempre pronta attivazione, ad ogni buon fine, dell’ampia gamma di ritorsioni di cui Mosca dispone.

Oltre al Venezuela, in America latina, c’è anche Cuba, naturalmente. La capostipite del “socialismo tropicale” sembrava indirizzata verso una collocazione internazionale critica grazie all’avvìo di riforme interne, prima ancora della scomparsa di Fidel e della temporanea conferma in sua vece di Raul Castro, di riforme all’insegna di una tendenziale decollettivizzazione, se non della liberalizzazione, nonché di un processo di normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, formalizzata in modo apparentemente promettente dal fratello del lider maximo e da Barack Obama.

Con l’avvento di Trump alla Casa bianca la scena è nuovamente cambiata ma nel senso opposto. The Donald ha archiviato ogni proposito e prospettiva di revoca del pluridecennale embargo e annunciato nuove sanzioni finanziarie a carico di un regime reinserito nella categoria di quelli che Washington chiamava “Stati canaglia”. Tenendo conto, è da presumere, soprattutto dei molteplici legami tra Cuba e Russia, tornati a crescere dopo un sensibile allentamento in seguito al decesso dell’URSS.

Gli attuali rapporti dell’Avana con Mosca non si differenziano molto da quelli che intrattiene Caracas, in ogni campo salvo forse quello economico, che vede Cuba certo non fiorente ma meno disastrata del Venezuela e quindi meno bisognosa di aiuti. Forniti, del resto, anche da vari Paesi occidentali, benchè non più, ovviamente, dallo stesso Venezuela che in precedenza largheggiava. Si spiega così, ad esempio, che l’Avana non abbia mai accolto la vecchia richiesta russa di riaprire un centro per la raccolta di informazioni a largo raggio concesso a suo tempo all’URSS ma chiuso nel 2001.

Ora però si parla, nei frequenti scambi di visite anche ai più alti livelli, di un possibile ripensamento cubano a tale riguardo così come di un’intensificazione della cooperazione militare con Mosca. Il che contribuisce a dare un’idea del ruolo che potrebbero giocare, magari loro malgrado dati gli inerenti rischi, i Paesi del Nuovo mondo più esposti alle conseguenze di ulteriori esacerbazioni delle sfide planetarie tra le maggiori potenze.    

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