martedì, Marzo 19

Venezuela, dagli USA venti di guerra? Il ritiro dei diplomatici statunitensi da Caracas potrebbe essere un segnale che la situazione venezuelana è arrivata ad una svolta, con l’intervento di Nicola Bilotta e Jean Pierre Darnis

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«Gli Stati Uniti ritireranno tutto il personale rimanente dallAmbasciata americana in Venezuela questa settimana». Questo l’annuncio condiviso dal Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, attraverso il suo account Twitter, e in cui ha spiegato come questa decisione rifletta l’esacerbamento della crisi venezuelana e dei rapporti diplomatici tra i due Paesi.

La situazione in Venezuela, infatti, è sempre più critica. Giovedì 7 febbraio, un potente blackout ha interessato 22 dei 23 Stati bolivariani, inclusa la capitale Caracas, provocando caos generale e mandando in tilt anche i centri sanitari: sarebbero 21, ad oggi, le vittime in vari ospedali del Paese dopo oltre 100 ore continue di assenza di elettricità e si susseguono casi di saccheggio nei supermercati e laddove le persone hanno lasciato incustodite le loro abitazioni. Il Presidente eletto, Nicolás Maduro – che ha prorogato la chiusura delle scuole e degli uffici per altre 24 ore – ha puntato come sempre il dito contro lAmministrazione americana, rea di aver danneggiato con un attacco cibernetico ed elettromagnetico la rete elettrica venezuelana. Da Washington, però, sempre tramite Pompeo, hanno fatto sapere che l’interruzione della corrente non è stata causata dagli Stati Uniti, ma è dovuta all’«incompetenza del regime di Maduro». “La rete elettrica del Venezuela soffre di parecchi problemi, il blackout sembra piuttosto dovuto alla cattiva manutenzione e allobsolescenza”, afferma Jean Pierre Darnis, consigliere scientifico dello IAI (Istituto Affari Internazionali) e professore associato dell’Università di Nizza Sophia-Antipolis, in teoria, un attacco cibernetico su una rete elettrica, ad esempio su sistemi di centrali elettriche, è possibile. Qualsiasi sistema con un software può essere l’oggetto di un attacco cibernetico e spesso sono i sistemi più vecchi che risultano più vulnerabili. Sebbene sia possibile svolgere azioni del genere, che il corto circuito della rete elettrica venezuelana sia effettivamente opera degli hacker statunitensi è tutto da dimostrare, “anche perché un attacco da parte degli USA avrebbe senso soltanto se rivendicato dalla Casa Bianca, cosa che non é avvenuta”, continua il professore, “invece, viene usato dal Governo Maduro e dalla stampa internazionale favorevole, ad esempio russa, per individuare il colpevole dietro quello che potrebbe essere un banale incidente e cercare di provocare una difesa ‘nazionalista’ contro il nemico statunitense”.  

Nel frattempo, su proposta dell’autoproclamato Presidente ad interim, Juan Guaidó, lAssemblea nazionale – di cui Guaidó è ancora il Presidente – ha decretato lo stato di allerta  in tutto il Paese. Attraverso il decreto, Guaidó ha ordinato alle Forze Armate di proteggere le strutture e i funzionari di Corpoelec (Corporación Eléctrica Nacional), mentre i membri delle forze di sicurezza hanno l’obbligo di astenersi dal reprimere proteste legittime sulla situazione. «Le notizie di saccheggi provenienti da diverse città sono il risultato di un regime usurpatore che continua ad impedire la soluzione a questa crisi», ha twittato il giovane leader.

In seguito al precipitare della situazione, arriva, dunque, la decisione della Casa Bianca di ritirare dall’Ambasciata i diplomatici rimasti nel Paese entro la fine di questa settimana. Il 23 gennaio scorso, infatti, a seguito delle ingenti proteste di piazza che avevano portato all’auto proclamazione presidenziale di Guaidó, Maduro aveva annunciato lo scioglimento delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti – i quali avevano immediatamente legittimato il ruolo del Presidente dell’Assemblea – e ordinato la partenza dal Paese di tutti i diplomatici statuinitensi. Ma, non riconoscendo l’autorità del chavista, Washington aveva solamente consigliato a tutti i cittadini americani di lasciare il Venezuela e richiamato tutto il personale ‘non essenziale’ e le famiglie dei diplomatici, facendo però rimanere questi ultimi a Caracas.

Nonostante, non abbiano dato altre indicazioni in merito, appare chiaro che si tratti di una svolta nella crisi socio-politico-economica che attanaglia il Paese ormai da tempo e, come sempre dichiarato dagli stessi vertici statunitensi senza nascondersi, tutte le opzioni, compresa quello dell’uso della forza militare, sono sul tavolo. In questo senso, il ‘The Sydney Morning Herald’ ha riportato le parole di Jose Machillanda, colonnello venezuelano in pensione e apprezzato analista militare, secondo il quale il Venezuela sarebbe in rotta verso una guerra civile. «Se gli Stati Uniti entrano, ci vorranno tre giorni, se entrano i colombiani, forse una settimana», ha dichiarato l’ex ufficiale, il quale crede che un intervento militare degli USA possa verificarsi solamente dopo lo scoppio di una guerra civile.

La decisione della Casa Bianca, dunque, può essere interpretata come un segnale? Sono imminenti una guerra civile o uninvasione militare da parte delle forze che sostengono? “Penso che la decisione di richiamare i diplomatici rientri perfettamente in linea con la strategia della tensione usata dagli USA che stanno cercando di incrementare la pressione su Maduro con tutti i mezzi possibili”, dice Nicola Bilotta, ricercatore presso lo IAI, “una lettura possibile è che Guaidó, come primo passo, dichiari la stato di emergenza prima di chiedere un intervento militare, giocando sul fatto che sia l’unica soluzione. Secondo Bilotta, poi, un’invasione del Venezuela da parte degli USA sarebbe giustificabile solo dopo un’escalation della tensione tra le due fazioni politiche antagoniste nazionali. Senza pretesti di una crisi interna lacerante, gli USA avrebbero difficoltà a giustificare un intervento militare senza lappoggio delle Nazioni Unite”, continua l’analista, “perciò se dovesse sorgere una situazione interna sempre più polarizzata in cui – come detto dal senatore Rubio – i bambini muoiono in ospedale, gli Stati Uniti avrebbero il pretesto e, secondo loro, la legittimità per considerare un intervento militare”.

A gestire le operazioni militari americane in America Centrale, America Latina e nei Caraibi vi è l’US Southern Command (SOUTHCOM), con sede a Doral, in Florida, uno dei 10 Commandi Combattenti unificati (COCOMs) che fanno capo al Dipartimento della Difesa americano. Le missioni della SOUTHCOM – nato durante la seconda guerra mondiale quando venne istituito il Comando di Difesa dei Caraibi degli Stati Uniti – sono eseguite dai vari commandi che lo compongono: Esercito (US Army South), Aviazione (Air Forces Southern), Marina (U.S. Marine Corps Forces, South), Quarta Flotta del Comando Meridionale delle Forze Navali (U.S. Naval Forces Southern Command / 4th Fleet) e Commando per le Operazioni Speciali (Special Operations Command South).

Dal ‘Posture Statement’ stilato da un Comandante del SOUTHCOM, l’Ammiraglio Craig S. Faller, e pubblicato il 7 febbraio scorso, si evince come le forze armate americane stiano migliorando le partnership con Brasile, Colombia e Cile,  reputate «forze per la sicurezza regionale e globale». Molto attive sono anche le collaborazioni con Argentina, Perù, Ecuador, El Salvador, Panama e Honduras: tutti «partner pronti a rispondere alle minacce spalla a spalla con noi» con i quali, nell’ultimo anno, è migliorata «la qualità, la profondità e la frequenza degli scambi di informazioni e intelligence, producendo prodotti congiunti su questioni transnazionali di reciproco interesse».

Secondo i dati rilasciati dal Dipartimento della Difesa relativi al dicembre 2018, quindi prima che la crisi venezuelana precipitasse, il personale civile e militare statunitense in tutta lAmerica Latina ammonterebbe a 14.823 unità, la maggior parte stanziato a Porto Rico, territorio non incorporato degli Stati Uniti ancora in attesa, dopo vari referendum positivi, di diventare ufficialmente il 51° Stato a stelle e strisce. Secondo la versione online del mensile americano ‘Monthly Review’, su circa 800 basi militari statunitensi dislocate nel mondo, 76 di queste si trovano in America Latina, tra cui 12 a Panama, 12 a Porto Rico, 9 in Colombia e 8 in Perù.

Tra questi Paesi, la Colombia è sempre stata un Paese geopoliticamente importante per gli Stati Uniti, i quali hanno investito per far sì che l’Esercito colombiano diventasse uno dei più preparati della regione. Non a caso, qualche giorno dopo la legittimazione di Guaidó, il Consigliere per la sicurezza nazionale americano, John Bolton, era stato fotografato con in mano un taccuino in cui vi era appuntato sopra «5000 truppe in Colombia». Così come la Colombia, riporta ancora ‘Monthly Review’, anche il Perù è diventato un elemento chiave nell’espansione delle forze armate statunitensi in tutta la regione, con l’installazione di basi nella giungla peruviana e nei centri regionali di operazioni di emergenza.

La questione dellintervento militare, però, è delicata sia dal punto del diritto internazionale sia per i rischi che si correrebbero a livello regionale. Un intervento militare, infatti, provocherebbe un’ondata migratoria ancora più poderosa – ad oggi più di 3 milioni di venezuelani hanno abbandonato il loro Paese – e conseguenze devastanti dal punto di vista socio-economico.

Sebbene, dunque, Washington abbia deciso di ritirare i suoi diplomatici da Caracas, è probabile che, negli ultimi mesi, i numeri delle unità dell’Esercito americano in America Latina siano aumentati, ma questo fa capire come, in caso di un’ulteriore escalation, gli Stati Uniti sarebbero pronti, grazie anche alle loro hub regionali e le loro relazioni diplomatiche, a far prevalere le loro ragioni e appoggiare, in caso di guerra civile, la fazione fedele a Guaidó.

 

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