lunedì, Maggio 20

Venezuela: crisi, solitudine e speranza Maduro tra crisi sanitaria e isolamento internazionale con l’opzione Obrador, ovvero rilascio soft del potere

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Il Venezuela di Nicolas Maduro, oltre a fare i conti col tracollo finanziario che ha spinto tre milioni di cittadini a lasciare il Paese e a rifugiarsi nelle vicine regioni sudamericane, deve ora affrontare una forte crisi sanitaria, un isolamento crescente e un’opposizione che sembra dare segni di vita.

Secondo lultimo aggiornamento epidemiologico sul morbillo, pubblicato il 24 ottobre dalla PAHO (Pan American Health Organization), l’agenzia della WHO (World Health Organization –Organizzazione Mondiale della Sanità) dal luglio 2017 sono stati registrati 6.252 casi confermati, compresi 75 decessi. Questo quanto dice il referto: «In Venezuela, dalla conferma del primo caso di morbillo nel 2017 fino al 2018, sono stati segnalati un totale di 7.524 casi sospetti, inclusi 6.252 casi accertati di morbillo. Il tasso di incidenza nazionale è di 17,4 per 100.000 abitanti e gli Stati con i tassi di incidenza più elevati sono Delta Amacuro, il Distretto Capitale e l’Amazzonia. Sono stati segnalati in totale 75 decessi, 2 nel 2017 a Bolivar e 73 nel 2018».

Oltre al morbillo, è riemersa anche la difterite. Sempre secondo le ultime stime della PAHO, dal 2016 al 2018, sono stati segnalati in totale 2.170 casi sospetti, di questi ne sono stati confermati 1.249 che hanno portato a 287 decessi.

Secondo la WHO, poi, il Venezuela è il Paese con più grande aumento di casi di malaria al mondo. Nel 2017, con 406.000 casi accertati, si è registrato un aumento del 69% rispetto all’anno precedente e i migranti venezuelani, che si sono riversati nei Paesi vicini a causa della crisi, hanno contribuito a diffondere l’epidemia nel resto del Sud America. Risultato: dopo un periodo di successi, questanno non ci sono stati progressi nella lotta alla malaria.

Come riporta l’organizzazione umanitaria HRW (Human Right Watch), il numero di casi di tubercolosi segnalati in Venezuela è aumentato da 6.000 nel 2014 a 7.800 nel 2016 e le relazioni preliminari indicano che ci sono stati più di 10.000 casi nel 2017. Il tasso di incidenza della tubercolosi del 2017 (32,4 per 100.000) è stato il più alto osservato in Venezuela negli ultimi 40 anni.

Questa crisi sanitaria, purtroppo, colpisce maggiormente i soggetti più vulnerabili: i bambini. Le ultime statistiche ufficiali disponibili dal Ministero della Sanità venezuelano indicano che nel 2016 la mortalità materna è aumentata del 65% e la mortalità infantile è cresciuta del 30% in un solo anno. Come affermato da Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite, durante il ‘Noon Briefing’ del 27 novembre, l’UNICEF, da agosto, ha trasportato circa 130 tonnellate di medicinali, prodotti sanitari e nutrizionali per 350.000 donne e bambini. Le forniture fanno parte di un accordo con il Governo per espandere i programmi dell’UNICEF nel Paese. L’agenzia ha consegnato 100 tonnellate di forniture nutrizionali per 150.000 bambini. Sono state fornite, inoltre, 30 tonnellate di medicinali che saranno utilizzate nel trattamento e nella cura di 25.000 donne in gravidanza, 10.000 neonati e oltre 2.300 bambini affetti da HIV.

Infatti, anche l’HIV è un altro enorme problema sanitario che attanaglia il Paese. Il numero dei casi di HIV in Venezuela è aumentato del 24% tra il 2010 e il 2016 e a ciò si deve aggiungere che la maggior parte dei soggetti che riesce a curarsi è costretta a sospendere il trattamento a causa della carenza di farmaci.

Per affrontare questa emergenza, lo scorso 26 novembre, le Nazioni Unite hanno annunciato un finanziamento a favore del Venezuela di 9.2 milioni di dollari. Questo è il primo aiuto finanziario che l’ONU, attraverso il CERF (Central Emergency  Response Found), concede a Maduro. I soldi serviranno a finanziare cinque progetti principali: UNICEF per i bambini sotto i 5 anni; Fondo dell’ONU per la violenza di genere e per la tutela della salute riproduttiva delle donne; ong QUIEN per l’efficienza delle unità di pronto soccorso delle strutture sanitarie; UNHCR per l’alimentazione d’emergenza per salvare la vita dei migranti; IOM (International Organization for Migration) per salvare le vite dei venezuelani in movimento nelle comunità di frontiera negli Stati di Apure, Tachira e Zulia.

Unitamente al problema sanitario, dunque, c’è da affrontare quello migratorio, per il quale, oltre alle Nazioni Unite, si sono mosse anche le autorità colombiane. Il Governo di Bogotà, infatti, ha attivato ieri la Border Mobility Card, un servizio completamente gratuito dedicato ai venezuelani. Secondo le stime dell’IOM (International Organization for Migration), relative al settembre 2018, sarebbero – tra regolari, irregolari e in transito- poco meno di un milione i cittadini venezuelani presenti in Colombia.

La Border Mobility Card (o TMF) è un documento che consentirà ai venezuelani di entrare in Colombia per fare scorta di cibo, visite mediche, acquistare materiale di prima necessità per i  minori e consentire l’iscrizione nelle istituzioni educative.

«Il TMF è una misura flessibile con cui cerchiamo di stringere la mano alla popolazione venezuelana che si sposta quotidianamente tra Colombia e Venezuela», ha spiegato Christian Krüger Sarmiento, Direttore Generale dell’agenzia governativa Migración Colombia, che poi ha precisato «tuttavia, è necessario chiarire che questo documento può essere annullato nel caso in cui vi siano prove di qualsiasi modifica ad esso, che sia usato impropriamente, che lo straniero commetta infrazioni criminali o incorra in una permanenza irregolare, che sia entrato in Colombia con passaggi irregolari».

Come se non bastassero già le crisi finanziaria, migratoria e sanitaria, Maduro ora deve anche vedersela con l’accusa di sostegno al terrorismo mossa da Washington. Come riportato in un editoriale del ‘The Washington Post’, la Casa Bianca sta considerando di includere il Venezuela nella black listdei Paesi che sponsorizzano il terrorismo: lista che già include Corea del Nord, Iran, Siria e Sudan. I parlamentari repubblicani guidati dal senatore Marco Rubio – riporta il ‘WP’- hanno spinto per la designazione, citando i presunti legami del Venezuela con Hezbollah, FARC, le forze armate rivoluzionarie della Colombia,  e altri gruppi. Tale mossa potrebbe limitare ancora di più l’assistenza degli Stati Uniti al Venezuela e proibire le transazioni finanziarie, ma sarebbe anche la scusa per mettere in atto un intervento militare che – seppur preso in considerazione dal Presidente americano Donald Trump– per ora, sembra molto improbabile,

Le insinuazioni provenienti dagli USA, però, sono state prontamente etichettate come ‘assurde’ dalle autorità bolivariane, ma è innegabile che tali accuse insistano nel rendere ancora più evidente l’isolamento regionale di cui soffre Maduro.

Isolamento che, probabilmente, sarà visibilmente percepito durante la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, che entrerà ufficialmente in carica il primo dicembre dopo essere risultato vincitore nelle elezioni tenute lo scorso luglio. AMLO, infatti, ha invitato Maduro a presenziare alla manifestazione del prossimo sabato: una presa di posizione in controtendenza con gli sforzi degli Stati Uniti e dei Paesi membri del Gruppo di Lima che hanno adottato politiche volte a favorire l’isolamento diplomatico del Presidente venezuelano.

A febbraio, il Gruppo di Lima rilasciò una dichiarazione a sostegno della decisione del Presidente del Perù, Martin Vizcarra, di non invitare Maduro al Vertice delle Americhe a causa della violazione dello Stato di diritto. Il 21 maggio scorso, il giorno dopo le contestatissime elezioni i cui Maduro fu rieletto per un nuovo mandato, il Gruppo di Lima rese pubblica una nuova dichiarazione – firmata anche da USA e Spagna – nella quale affermava che il Presidente venezuelano aveva violato l’ordine democratico e che non avrebbero riconosciuto la legittimità delle elezioni. Il 26 settembre, invece, diversi membri del Gruppo di Lima presentarono una petizione alla Corte Penale Internazionale per avviare un’indagine sui presunti crimini contro lumanità di Maduro.

La solitudine maduriana, dunque, sembra poter essere alleviata dalla formale cortesia di Obrador, nonostante più di 75.000 messicani abbiano già firmato una petizione su ‘Change.org’ chiedendo di ritirare  l’invito. Il Ministro degli Esteri designato, Marcelo Ebrard, ha giustificato la decisione di Obrador dicendo che il Messico avrà relazioni amichevoli con tutti i Paesi. Lo stesso AMLO, nel suo discorso presso la Piazza della Costituzione di Città del Messico dopo la vittoria elettorale, aveva dichiarato «manterremo una politica di amicizia con tutti i popoli e tutti i governi del mondo».

Tutti i predecessori del prossimo Presidente messicano – da Peña Nieto a Calderon a Fox – hanno criticato questa scelta, ma, come riporta l’agenzia stampa argentina ‘Infobae’, «le versioni sui veri motivi dell’invito di López Obrador sono molte e includono teorie come quella che indica che il Messico sarebbe la destinazione di un possibile esilio di Maduro».

Solo supposizioni, certo, ma che Obrador possa essere l’ago della bilancia per convincere il Presidente venezuelano a fare un passo indietro e mollare le catene con cui tiene imprigionato il suo Paese è una delle tante probabilità volte a sfavorire un’iniziativa armata che peggiorerebbe la situazione.

«È possibile che AMLO possa giocare un ruolo decisivo nel portare questo capitolo agonizzante della storia venezuelana fino alla fine», ha detto Patrick Duddy, ambasciatore USA in Venezuela dal 2007 al 2010, che poi spiega il  motivo «poiché non ha avuto alcun ruolo nei recenti sforzi regionali per forzare il cambiamento in Venezuela, potrebbe essere l’unico leader accettabile sia dall’opposizione che dal Governo venezuelano, e quindi in grado di convincere l’Amministrazione Maduro ad abbandonare la carica». Presupposto perché ciò avvenga è che Obrador capisca che il regime di Maduro è diventato un ostacolo per la ripresa del Venezuela e che il progetto bolivariano deve finire per consentire il ripristino della democrazia.

Data la situazione di Obrador – la cui posizione, non solo geografica, deve essere sempre in costante equilibrio con gli USA, con i quali di recente ha firmato un nuovo accordo commerciale insieme al Canada-  non è affatto impensabile che il nuovo leader messicano possa giocare, effettivamente, questo ruolo da ‘mediatore’ proposto da Duddy.

Intanto, sul fronte interno, si registra un leggero movimento che prova a compattare le varie opposizioni, che da sempre soffrono di mancanza di leadership, disaccordi strategici e problemi economici. Un’opposizione venezuelana così frammentata  – e talvolta imbavagliata e repressa – ha lasciato ampio margine alle manovre di Maduro. Prima delle elezioni di maggio, Maduro ha escluso molti dei migliori critici dal ballottaggio per le presidenziali, lasciando l’opposizione divisa sull’opportunità di boicottare il voto. Così, nonostante le accuse diffuse di brogli elettorali e una percepita impopolarità,  Maduro ha facilmente raggiunto la vittoria.

Tra chi è esiliato, come Julio Borges, ex Presidente dell’Assemblea Nazionale, chi – convinto che le accuse dall’estero servano solo ad aggravare la situazione – cerca di tentare un dialogo col Governo, come Henry Falcon, ex candidato alla presidenza, ed altri leader accusati di corruzione, il ruolo dell’opposizione non è facile.

Recentemente, però, il Fronte Amplio Venezuela Libre ha tenuto, presso la Sala Centrale dell’Università Centrale del Venezuela , il Congreso Nacional Venezuela Libre, durante il quale ha comunicato le conclusioni e le proposte derivanti dai 24 Congressi regionali tenutisi durante il mese di novembre in tutti gli Stati. Il Fronte Amplio Venezuela Libre è «composto da partiti politici e società civile, da associazioni sociali, associazioni, membri del dissidente Chavismo, parenti di prigionieri politici, vittime della repressione, Chiesa cattolica, Chiesa cristiana e movimenti di fede», si legge sul sito ufficiale, «costituito da tutti i coraggiosi venezuelani e le donne di questo Paese che combattono ogni giorno per ottenere un cambiamento democratico in Venezuela».

Il manifesto stilato dal Fronte consta di 10 punti programmatici e questo numero non è un caso dato che il 10 gennaio scadrà il mandato originario di Maduro – in carica dal 2013 – e teoricamente, stante il risultato elettorale di maggio, dovrebbe iniziare il secondo. «Definiamo il 10 gennaio 2019 come una data che rappresenta una pietra miliare storica in questa fase oscura della vita nazionale», recita il punto 2 del manifesto, «quel giorno scade l’attuale periodo presidenziale. Con questo, scompare ogni residuo di legittimità di un dittatore totalitario, che a proposito dei fatti era già carente, motivo per cui, dal 10 gennaio, ci sarebbe una continua usurpazione del potere presidenziale, dal momento che chiunque intenda esercitarlo farebbe a meno della legittimità dell’origine data solo dalla volontà della gente».

Sebbene ciò rappresenti un ennesimo tentativo di riconciliazione tra le opposizioni, il grido ‘Venezuela libero’, durante il Congresso, rimane l’unica speranza che accomuna veramente i dissidenti al regime.

E se l’imminente primo dicembre, la cerimonia di insediamento di Obrador servirà a tastare l’umore internazionale nei confronti di Maduro, il 10 gennaio venturo sarà una data epocale per il Venezuela, sempre più in bilico tra desiderio di libertà e dittatura.

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