mercoledì, Settembre 30

Venezuela: come scongiurare una guerra civile e non solo Una lunga telefonata tra Trump e Putin lascia accesa qualche speranza che un conflitto interno non si inasprisca ulteriormente estendendosi anche all’esterno

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Non sappiamo se o fino a che punto meritino credito le versioni che circolano del fallito tentativo, nei giorni scorsi, di abbattere il regime chavista a Caracas, con o senza ricorso alla forza e con quale partecipazione straniera da entrambe le parti contrapposte. Chiaro sembra comunque che il tentativo vi sia stato ma sia stato respinto e che Nicolas Maduro resti più o meno saldamente al potere, grazie essenzialmente alla fedeltà del grosso delle forze armate.

Quelle venezuelane, si è appreso tra l’altro per l’occasione, sarebbero tra le più munite ed efficienti dell’America latina, per cui anche un intervento esterno più aperto non avrebbe successo istantaneo e provocherebbe invece un conflitto di non breve durata poco allettante per chiunque. A cominciare, naturalmente, da una popolazione già ridotta allo stremo da una disastrosa crisi economica e costretta, in un Paese già relativamente benestante, all’emigrazione in massa.

Non ha riscosso molto credito, ad ogni buon conto, la versione polemicamente prospettata martedì scorso da Mike Pompeo, il segretario di Stato americano ‘oriundo’ secondo il quale Maduro, vista la malaparata, si accingeva a scappare ma sarebbe stato trattenuto e indotto a tenere duro dall’ambasciatore russo a Caracas. Mosca ha naturalmente smentito l’apparente bufala anche se non può, e probabilmente neppure vuole, negare che il suo personale militare e/o paramilitare abbia dato una mano, insieme con quello cubano, a respingere il putsch.

Il Cremlino, infatti, resta fermo sulla rivendicazione del proprio diritto a soccorrere, in Venezuela come altrove (in Siria, ad esempio, il caso più vistoso), un governo legittimo sotto attacco da parte di un movimento interno appoggiato dall’esterno, escludendo che ciò configuri un’indebita ingerenza in affari altrui. Ingerenza quanto meno tendenziale, finora, che rimprovera invece agli Stati Uniti, in Venezuela come già in Ucraina, passando sopra nel primo caso alla contestazione, da parte di Juan Guaido e compagni, della rielezione presidenziale di Maduro, a loro avviso truccata, e nel secondo alla non facile dimostrazione che la ‘rivoluzione di Maidan’ a Kiev non fu spontanea bensì fomentata e sostenuta dagli USA e altri governi occidentali.

E’ evidente, dunque, che le argomentazioni di natura giuridica (che si richiamano cioè al diritto internazionale) e di principio servono più che altro a coprire in qualche misura, da ogni parte, una contesa intrinsecamente politica, e che questa copertura può essere utile in una certa misura solo finchè le rispettive e contrapposte ingerenze esterne si mantengono entro certi limiti. Se trascendono in plateali interventi militari diretti o indiretti, comunque caratterizzati dal ricorso alla forza, o anche in atti di vera e propria guerra economica, le suddette argomentazioni perdono ogni effettivo valore.

A differenza di quanto è accaduto e sta tuttora accadendo in Ucraina è ancora lecito sperare che lo stesso non avvenga in Venezuela. Dove, certo, gli insorti contro il regime chavista non si mostrano affatto demoralizzati dalla battaglia perduta ma intendono perseverare in una sfida sfociata ormai, perciò, in una guerra civile, si vedrà se eventualmente destinata ad assomigliare a quella in corso in Ucraina da cinque anni.

Nessuna delle due parti avverse appare incline a venire a patti e neppure ad aprire un minimo di dialogo, benchè i loro rispettivi protettori stranieri abbiano accennato ad un’opzione del genere. In mancanza di una più forte pressione esterna in tal senso potrebbe essere un ulteriore aggravamento, se possibile, della situazione economica, ovvero la prospettiva di una rovina totale del Paese, a spingere i contendenti verso posizioni più concilianti. Il no di Maduro, sinora, all’ingresso di aiuti umanitari americani lascia però poche speranze al riguardo.

Allo stato attuale delle cose, perciò, non è immaginabile un’alternativa alla definitiva sconfitta di uno dei due contendenti che sia diversa da un concorde intervento pacificatore dei loro protettori, per quanto sfortunatamente impegnati entrambi, sinora, ad impedire la sconfitta del proprio protetto se non ad assicurarne la vittoria a qualsiasi prezzo. Oltre che, come ben si sa, da tempo ai ferri corti su quasi tutta la problematica planetaria della quale la più recente crisi caribica non costituisce che una frazione sia pure tra le più gravide di pericoli.

A quanto si è potuto vedere e forse capire nell’ultima settimana qualche motivo per un relativo ottimismo non manca. Le immediate reazioni di Washington e Mosca all’inasprito scontro interno e al suo temporaneo esito non promettevano nulla di buono. Un primo colloquio telefonico tra Pompeo e Sergej Lavrov, mercoledì scorso, era apparentemente servito al segretario di Stato americano solo per accusare la Russia di voler destabilizzare il Venezuela e per sentirsi replicare dal ministro degli Esteri russo che sono gli USA ad esercitare un’’influenza distruttiva’ nel Paese violando la legge internazionale.

Prima di questa telefonata Pompeo aveva inoltre dichiarato che un intervento armato in Venezuela, se necessario, restava sempre possibile, ribadendo così la posizione americana di ‘tutte le opzioni aperte’ e sia pure confermando anche la speranza in una soluzione pacifica. Si apprendeva comunque che i due ministri si erano dati  appuntamento per un testa a testa nella lontana Rovaniemi, in Finlandia, in occasione della loro partecipazione ad una riunione del Consiglio artico iniziata proprio oggi.

Nel frattempo anche il consigliere di Donald Trump per la sicurezza nazionale, John Bolton, generalmente considerato un ‘falco’, tuonava a sua volta in TV contro i russi che «nulla amano di più che cacciarci le dita negli occhi” puntando al controllo di un pezzo del continente americano», e sostenendo peraltro che bisognava continuare a parlare con loro per dissuaderli da un comportamento inaccettabile. Se poi altri esponenti americani persistevano a non escludere l’intervento, trapelava una certa preferenza negli ambienti del Pentagono per operazioni affidate sì a militari ma di carattere umanitario e assistenziale piuttosto che bellico.

Nel giro di due giorni, comunque, Casa bianca e Cremlino decidevano di parlarsi direttamente prima ancora dell’appuntamento in zona artica, fors’anche presumendo che difficilmente Lavrov riuscirebbe a cavare qualche ragno dal buco con Pompeo, solo al secondo incontro tra i due, dopo gli innumerevoli quanto inconcludenti abboccamenti avuti per anni con John Kerry, il segretario di Stato di Barack Obama, all’insegna di un feeling rivelatosi però insufficiente. Per iniziativa di Trump (come sottolineato da parte russa) si è arrivati così, venerdì scorso, alla ripresa di un dialogo al più alto livello dopo un intervallo che durava dalla partecipazione di entrambi i presidenti al vertice dei G20 in Argentina nel novembre-dicembre 2018.

Si è trattato di un colloquio telefonico relativamente lungo, un’ora secondo la portavoce della Casa bianca e un’ora e mezza secondo il portavoce del Cremlino, anche perché dedicato a vari altri temi di attualità più o meno scottante oltre al Venezuela. E proprio per questo motivo l’esito potrebbe essere stato meno inconsistente, o nella migliore delle ipotesi puramente interlocutorio, di quanto appaia a prima vista, pur tenendo presente che in simili circostanze il fatto stesso che ci si parli anziché, al limite, spararsi, produce un effetto un po’ rasserenante.

Anche alla luce dei precedenti, infatti, le dissonanze subito emerse farebbero temere il peggio. Trump, come suo solito dopo gli abboccamenti con Putin (ricordando in particolare il quasi comico vertice di Helsinki della scorsa estate), ha definito il colloquio molto ‘produttivo’ ovvero positivo, perchè l’interlocutore gli sarebbe apparso per nulla intenzionato a coinvolgere Mosca nel conflitto venezuelano se non a fini costruttivi.

Nel resoconto russo, invece, non si ritrovano segni di compiacimento mentre la menzione della contrarietà di Putin a qualsiasi ingerenza straniera nella crisi è stata generalmente interpretata come un ennesimo monito all’indirizzo di Washington, sia pure senza minacciare, in questo caso, pesanti contromisure. E’ vero poi che l’interesse solo per ‘sviluppi positivi’, se davvero dimostrato, secondo Trump, dal ‘nuovo zar’, e confrontabile con la propria dichiarazione che gli USA stanno dalla parte del popolo venezuelano, potrebbe anche significare, a voler essere ottimisti, che al Cremlino, ad esempio, forse non si esclude di prendere in considerazione una soluzione referendaria del conflitto venezuelano.

Non è comunque il caso, per ora, di addentrarsi in questa o quella congettura, specie dopo l’informazione appena diffusa dal Cremlino secondo cui non è in programma alcuna preparazione di un nuovo vertice russo-americano e che sembra dunque destinata a scoraggiare le aspettative più rosee generate dal colloquio telefonico di tre giorni fa. E che neppure basta, però, a spazzarle via del tutto senza attendere almeno l’esito dell’incontro tra Lavrov e Pompeo, nel quale dopotutto si parlerà prevedibilmente anche degli altri temi affrontati dai loro presidenti.

La soddisfazione espressa da Trump potrebbe rivelarsi non immeritevole di credito come in passate occasioni se trovasse conferma la sua affermazione che la Cina propende ad accettare di inserirsi nei vecchi accordi russo-americani per la limitazione o messa al bando delle armi nucleari più temute, quelle ‘strategiche’, ora in scadenza nonché controversi o già ripudiati anche perché Washington, in particolare, vorrebbe appunto estenderli alla neo superpotenza cinese.

Una simile prospettiva parrebbe in effetti suffragata da alcuni sviluppi in corso e una sua concretizzazione non mancherebbe di contribuire alla sdrammatizzazione degli attuali contrasti e tensioni internazionali, compresa la crisi venezuelana. Sulla quale, va ricordato, incombe anche l’ombra non solo economica di Pechino, che tra l’altro ha reagito aspramente, benchè solo in termini verbali, alla sorprendente accusa di Pompeo di avere spalleggiato Mosca nel trattenere Maduro dal gettare la spugna.

Il collegamento vale però, e ancor più, per gli sviluppi del Russiagate, favorevoli per Trump in quanto tendenzialmente scagionato dalle accuse domestiche di proditoria collusione con Mosca per assicurarsi l’ascesa alla Casa bianca. Le iniziali aperture del neopresidente repubblicano ad intese con Putin sono state inevitabilmente ostacolate se non addirittura rovesciate dalla conseguente pressione interna in senso opposto. Diventa perciò automatico prevedere, adesso, che lo scagionamento, per quanto non ancora scontato a livello politico, produca l’effetto inverso.

Non a caso Trump ha dato un particolare risalto a questo mutamento di scena e alla relativa tematica nel colloquio con Putin. Il quale, invece, non ne è parso impressionato più di tanto. Il fatto di poter contare su un interlocutore che insiste nel tendergli la mano con aumentata attendibilità dovrebbe tuttavia incoraggiarlo a dare un maggiore contributo, per quanto gli compete, a disinnescare anziché alimentare i focolai di crisi che da tempo si moltiplicano su scala mondiale.

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