giovedì, Aprile 25

Venezuela: cittadini contro militari, e se il conflitto da civile diventasse militare? Coincidenze libiche: e se gli USA armassero l’opposizione come sostiene la Russia e il conflitto da civile divenisse militare? e se si applicasse il concetto della Responsibility to Protect?

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Ieri il Parlamento venezuelano, guidato dall’autoproclamato Presidente del Venezuela, Juan Guaidò, e controllato dall’opposizione, ha autorizzato la consegna di 600 tonnellate di aiuti umanitari internazionali al Paese, «in qualità di comandante in capo delle Forze Armate Bolivariane», ed ordinato «alle diverse componenti di tale forza di agire in conformità con queste istruzioni». Il carico dovrebbe entrare in Venezuela domani, secondo quanto ha annunciato da Guaidò  -e confermato dai vertici della Casa Bianca, donatori degli aiuti.
Il Governo del Presidente Nicolas Maduro si è opposto alle consegne, dicendo che potrebbero giustificare un intervento straniero in Venezuela. E ha liquidato il caravan umanitario di Guaido come uno show insignificante e gli aiuti umanitari come apripista per l’intervento delle forze militari americane interessate soltanto al petrolio. Ieri notte ha ordinato la chiusura della frontiera con il Brasile, affermando che il suo Governo sta valutando di adottare una misura simile anche sul confine con la Colombia. In questi due Paesi, a Cucuta in Colombia e a Roraima in Brasile, vi sono i punti di raccolta degli aiuti umanitari, con un terzo nell’isola di Curazao, nelle Antille Olandesi.

Ieri Guaidò ha raggiunto la frontiera con la Colombia per accogliere gli aiuti umanitari destinati alla popolazione, e ha chiesto ai militari di permettere l’ingresso agli aiuti umanitari, ricordando che hanno «due giorni per obbedire all’ordine del Presidente e schierarsi con la Costituzione».
«Questi aiuti servono a salvare vite», ha scritto ancora su Twitter Guaidò, annunciando per oggi «mobilitazioni in tutto il Venezuela per esigere l’ingresso degli aiuti umanitari».

A Cucuta, cittadina colombiana alla frontiera con il Venzuela,  è tutto pronto, sia per il concerto di domani organizzato dal patron della Virgin, il milionario statunitense Richard Branson, sia per la manifestazione per la consegna di aiuti umanitari.
La maggior parte dell’attenzione si concentra sul confine vicino a Cúcuta. Centinaia di tonnellate di aiuti finanziati dagli Stati Uniti sono già state immagazzinate lì, pronte per essere portate in Venezuela. Il Governo venezuelano ha schierato truppe e forze di Polizia per fermarlo e ha persino bloccato un nuovo ponte multiplo transfrontaliero, finora non utilizzato, con container e parte di un camion cisterna. Le città di confine come San Antonio de Táchira e Ureña sono relativamente piccole. Altri potenziali punti di attraversamento comprendono l’estremo sud-est del Paese sul confine brasiliano -ora chiuso- e la costa settentrionale, la probabile destinazione degli aiuti stoccati sull’isola olandese di Curaçao o in partenza da Porto Rico. Nei giorni scorsi Maduro ha ordinato una chiusura temporanea di entrambe le tratte di ingresso.
Questa mattina vi era già alta tensione su questo confine, almeno 12 feriti, nell’area dove dovrebbero transitare gli aiuti umanitari destinati alla popolazione venezuelana. Angel Medina Devis, deputato dell’assemblea nazionale, su Twitter affermava che nelle prime ore di oggi uomini delle Forze Armate, a bordo di blindati, hanno raggiunto la zona di Santa Elena de Uairen «e hanno affrontato la popolazione della zona. Si contano almeno 12 feriti».

Nonostante le manovre militari di Maduro, così come il rifiuto puntuale dell’Amministrazione Trump di escludere l’uso finale della forza, entrambe le parti sembravano nei giorni scorsi intenzionate evitare un conflitto militare.
Questa mattina la la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno schierando le sue forze speciali e le armi più vicino al confine venezuelano. «Washington sta preparando una provocazione e lo fa secondo le regole della scienza militare…..».  Secondo la portavoce, la situazione in Venezuela ha raggiunto un punto critico. «Se i complottisti della provocazione attuano i loro piani, la politica estera degli Stati Uniti raggiungerà un nuovo livello di aggressività.…. Significherà una rapida escalation delle tensioni nel mondo», ha aggiunto la portavoce. 
Ci sono informazioni di piani degli Usa per acquistare armi da un Paese dell’Europa dell’Est e di usarle in Venezuela, ha denunciato Zakharova, parlando nel suo briefing settimanale con la stampa. “Ci sono informazioni, secondo cui aziende degli Stati Uniti e dei loro alleati della Nato stanno valutando la fornitura di un grosso carico di armi e munizioni da un Paese dell’Est europeo per le forze dell’opposizione venezuelana“, ha detto la portavoce. Tra le possibili armi da acquistare, Zakharova ha menzionato mitragliatrici pesanti, lanciagranate Manpads e proiettili per armi leggere e vari tipi di sistemi di artiglieria.

Il Brasile in queste ore, attraverso il vice Presidente, Hamilton Mourao, all’agenzia ‘AFP’, ha dichiarato di ritenere che le minacce di un intervento militare da parte degli Stati Uniti in Venezuela «siano più nel campo della retorica che dell’azione», «la questione deve essere risolta dai venezuelani»: un intervento delle forze armate sarebbe «prematuro» e «non avrebbe senso».

Certamente la tensione è altissima, gli aiuti umanitari per un popolo stremato come quello venezuelano posso senza dubbio scatenare, in questa situazione, violenze importanti. Circa 3,4 milioni di venezuelani sono fuggiti dal loro Paese dall’inizio della crisi politica ed economica: lo ha annunciato l’Onu, spiegando che la fuga dal Paese non si è ancora esaurita. Circa 2,7 milioni di venezuelani hanno cercato rifugio nei Paesi limitrofi, tra cui Colombia e Perù, mentre il resto ha trovato un Paese ospite al di fuori dell’America Latina.
In media nel 2018, circa 5.000 persone hanno lasciato il Venezuela ogni giorno. L’Onu ha previsto un numero di persone in fuga dal Paese pari a 5,3 milioni entro la fine di quest’anno.
La Colombia ospita 1,1 milioni di rifugiati e migranti venezuelani, seguita dal Perù con 506.000 persone, dal Cile 288.000, dall’Ecuador 221.000, dall’Argentina 130.000 e dal Brasile 96.000.
L’esodo dei venezuelani in fuga da questa disastrosa situazione nel Paese è considerato dalle Nazioni Unite il maggior spostamento di persone nella storia recente dell’America Latina.

Domani sarà sicuramente la giornata più pericolosa. Secondo gli analisti, sabato 23 febbraio potrebbe essere la giornata della potenziale resa dei conti fra Governo e opposizione venezuelana, quando i sostenitori di Guaidò cercheranno di fare entrare nel Paese gli aiuti umanitari statunitensi bloccati alla frontiera con la Colombia dall’Esercito.
Un successo dell’iniziativa minerebbe alquanto l’autorità di Nicolas Maduro, anche perché di fatto significherebbe che l’opposizione può contare se non sull’acquiescenza per lo meno sulla neutralità operativa delle Forze Armate.

Le Forze Armate -140mila individui circa, nelle tre armi, dunque un piccolo Esercito ai quali poi si aggiungono gli uomini della Guardia Nazionale Bolivariana, con compiti di ordine interno- sono l’arbitro dei destini del Paese. I vertici delle Forze Armate sembrano ancora schierati con il regime. I ranghi medi dell’Esercito e le truppe potrebbero non essere così fedeli, possibile che si capisca nelle prossime ore.

Ma Maduro può schierare anche altre forze, ovvero la Polizia e le Forze Paramilitari. Le forze di Maduro in termini militari sono molte.
Dopo un’iniziale decentralizzazione a livello statale e provinciale, sul modello statunitense, nel 2009 è stata reintrodotta la Policia Nacional che, dal 2017, conta con una sezione particolarmente temibile: le Furzas de Acciones Especiales (Faes) considerate da alcune ong alla stregua di veri e propri squadroni della morte’, responsabili di migliaia di omicidi. Come notano gli esperti, si tratta di commando il cui addestramento è di tipo militare e non strettamente di vigilanza dell’ordine pubblico. In altre parole, vengono usati in operazioni di repressione e non di contenimento.
Maduro, poi, a compensare l’eseguità dell’Esercito può contare potenzialmente su oltre un milione e mezzo di riservisti dell’Esercito, organizzati, dal 2007, nella Milizia Bolivariana: una forza di entità teoricamente pari al 6% della popolazione su cui il regime almeno a parole fa molto affidamento, per quanto la cui efficacia e preparazione rimangono tutte da dimostrare.
Infine, ci sono i cosidetti ‘Colectivos’, ispirati ai Comitati per la Difesa della Rivoluzione cubani, e i cui compiti originari erano di sorveglianza e contrasto di alcune attività criminali  -spaccio di droga e di raccolta di informazioni- sono composti da semplici civili, paramilitari o ex militari, non sempre armati.

In questa situazione, secondo alcuni osservatori, potrebbero essere le Milizie e i Colectivos le forze schierate al confine per contrastare l’ingresso nel Paese degli aiuti umanitari, mentre l’Esercito potrebbe non essere coinvolto.

Secondo alcuni analisti in loco, «il confronto è inevitabile. La domanda è: come inizierà il processo per porre fine al supporto dell’Esercito a Maduro? La scintilla iniziale sarà casuale o provocata?»,  scrive, su ‘El Nuevo Herald, Jorge Dávila Miguel, analista politico e editorialista per la ‘CNN’ en Español. Due alternative: “argento o piomboE l’argento e l’amnistia”, ripetutamente offerta alle Forze armate fedeli, amnistia che per il momento non è stata accolta.
«Maduro ha contato i suoi giorni», ricorda l’editorialista che aveva detto nei giorni scorsi Trump, «ci deve essere un conflitto in questo fine settimana», scrive perentorio Jorge Dávila Miguel. «Un conflitto civile che porta a un conflitto militare. Che ci vuole, secondo le strategie e le speranze del piano operativo Bolton-Rubio-Guaidó, perchè i militari ritirino il loro sostegno a Maduro. E se il supporto militare non collasserà con il lancio dei primi colpi» sarà guerra. «Spero di sbagliarmi», conclude l’editorialista.
La gran parte degli osservatori al momento in cui scriviamo non la pensano come  Jorge, di certo le dichiarazioni russe, per quanto appaiano tattica e propaganda, qualcosa di fondato è quasi certo abbiano.

A ciò si aggiungono segnali che ci sembrano ricordare quelli delle settimane e dei giorni antecedenti all’attacco alla Libia di Gheddafi. Un esempio per tutti: ieri alcune agenzie hanno battuto la notizia secondo cui (citiamo ‘Agi’, ma ne potremmo citare altre), «Le forze di sicurezza sotto il comando del Presidente Nicolas Maduro, in Venezuela, hanno usato forza eccessiva e letale contro i manifestanti e arrestato arbitrariamente centinaia di persone, compresi minorenni, nell’escalation della loro politica repressiva. La denuncia è contenuta in un dettagliato rapporto di Amnesty International. Attraverso l’impiego della Polizia nazionale bolivariana (Pnb), e soprattutto la sua Forza di azione speciale (Faes), le autorità statali hanno compiuto esecuzioni extragiudiziali mirate, come metodo di controllo sociale nei confronti delle persone che partecipavano alle proteste dell’opposizione, scrive la Ong». Quel che a prima vista sembra anomalo è che tale denuncia -‘esecuzioni extragiudiziali’-, non è di ieri, risale già ad alcuni mesi fa e poi ribadita da Amnesty il 20 febbraio.
Le ‘esecuzioni extragiudizialipotrebbero giustificare un intervento della comunità internazionale che contempli anche l’uso della forza? Si, ci dice il nostro esperto di diritto internazionale Giancarlo Guarino, se si applicasse la stessa logica della Libia, utilizzando il concetto (molto discusso) della ‘Responsibility to Protect’ dello Stato, per cui se uno Stato non protegge i propri cittadini la Comunità internazionale potrebbe agire con la forza per impedire quelle violazioni. Stessa logica (pericolosa e contestata) che, ci dice Guarino, è stata applicata in Haiti, Guatemala, Santo Domingo, Panama, Granada. Lo schermo sono i diritti umani, dietro ci sono gli interessi economici. In Libia era il petrolio, in Venezuela il petrolio è al centro di quasi tutto. Si aggiunga che il regime di Maduro nell’America Latina di oggi è certamente fastidioso’ per gli Stati Uniti e non solo, per tutti i nuovi leader populisti di destra. Insomma, un mucchio di elementi depongono contro Maduro.

Nel momento in cui chiudiamo questo servizio, le agenzie informano che le Forze Armate venezuelane hanno ucciso una donna e ferito altre 15 persone al confine tra Venezuela e Brasile. Lo afferma Americo De Grazia, deputato dell’assemblea nazionale. Tra i feriti, 3 sono in condizioni gravi e sono state trasferiti in un ospedale di Santa Elena di Uairen. «I militari hanno aperto il fuoco contro la comunità indigena che si opponeva al passaggio di una colonna di mezzi», ha detto De Grazia; gli indigeni avevano dato la loro disponibilità a trasportare gli aiuti.
«Un conflitto civile che porta a un conflitto militare», scrive Jorge, ecco il primo morto civile c’è già. E se nel fine settimana ….? e se Jorge avesse disgraziatamente ragione? Una cosa è certa: questo sarà un fine settimana al cardiopalma.

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