giovedì, Giugno 20

Venezuela: quell’entusiasmo che sembra svanire Dopo l’iniziale fermento verso Guaidó pare che il tutto si sia ridimensionato e che Maduro sia saldo al suo posto, ne parliamo con Emiliano Guanella

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La grave crisi in cui è precipitato il Venezuela sembra non avere fine. La fiamma della partecipazione popolare, che ha spinto il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, a proclamarsi Presidente ad interim del Paese, pare si stia lentamente affievolendo, colpa anche di un regime, quello chavista, che ha saputo resistere alle pressioni internazionali. Il Presidente Nicolàs Maduro, infatti, dopo un iniziale periodo di difficoltà, sembra intenzionato a mostrare i muscoli e a riprendere il controllo della situazione, forte anche del sostegno russo.

Il mese scorso, Maduro si è trovato costretto a gestire i disagi provocati dalla mancanza di corrente elettrica dovuta ai blackout che si sono susseguiti nel Paese, annunciando un piano di razionamento dell’energia elettrica della durata di 30 giorni in modo da assicurare un equilibrio tra generazione, trasmissione, distribuzione e consumo. Contemporaneamente, lerede di Hugo Chávez ha enfatizzato la sua retorica anti-americana accusando gli Stati Uniti di aver provocato volontariamente i blackout tramite attacchi cibernetici con lo scopo di destabilizzare il Paese. Tesi sostenuta anche da Mosca con il vice Ministro della Difesa, Alexander Fomin, il quale ha dichiarato che «l’operazione Blackout è in corso, un arresto forzato delle strutture energetiche», una strategia volta ad acutizzare la crisi economica in cui versa il Venezuela.

L’analisi russa, però, è in controtendenza con quella degli esperti di cybersecuritycome il professore Jean Pierre Darnis che abbiamo intervistato circa un mese fa – che tendono ad imputare alla cattiva manutenzione e alla obsolescenza della rete elettrica venezuelana i blackout verificatisi il mese scorso.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano con la loro strategia per mettere alle strette il leader chavista. Mercoledì 10 aprile, il vice Presidente americano, Mike Pence, ha invitato le Nazioni Unite a revocare le credenziali al Governo Maduro. Donald Trump, inoltre, sta facendo pressione sulle compagnie di navigazione che consegnano petrolio venezuelano a Cuba. Il Canada, invece, ha annunciato nuove sanzioni contro 43 membri del Governo chavista, tra cui il Ministro degli Esteri, Jorge Arreaza: sanzioni che insistono sul congelamento dei beni delle persone e il divieto di condurre affari con il Ottawa.

Azioni, però, che non sembrano impensierire più di tanto Maduro che, in ottica militare, può vantare sempre della collaborazione della Russia, che a fine marzo ha inviato personale militare a Caracas in sostegno del chavista. E sempre la Russia sarebbe al centro del sistema che permetterebbe al Venezuela di eludere le sanzioni americane. Secondo quanto riportato da ‘Reuters’, infatti, Maduro starebbe incanalando il flusso di cassa delle vendite petrolifere venezuelane attraverso il colosso russo dell’energia Rosneft. Stando a questo stratagemma, la compagnia petrolifera statale del Venezuela, la PDVSA, passerebbe le fatture dalle sue vendite alla Rosneft che, a sua volta, pagherebbe la società venezuelana applicando uno sconto sul prezzo di vendita, per poi incassare successivamente l’intero importo dall’acquirente. Uno schema a cui sono state invitate a partecipare anche importanti compagnie energetiche come l’indiana Reliance Industries, il cliente più grande della PDVSA che paga le transizioni in contanti.  

Sul fronte regionale, il Gruppo di Lima, invece, ha chiesto l’uscita delle forze di sicurezza e di intelligence straniere dal Venezuela e ha ribadito il suo rifiuto dell’uso della forza militare nella Nazione sudamericana colpita dalla crisi: un atteggiamento comprensibile dato che, in caso di escalation, sarebbero proprio i Paesi limitrofi a subire le conseguenze di un’ulteriore ondata migratoria provocata dal conflitto.

Più recentemente, invece, Maduro ha annunciato un accordo con la Croce Rossa per attenuare la crisi sanitaria che imperversa nel Paese. La Croce Rossa, così, ha quasi triplicato gli aiuti destinati Venezuela, passando da un bilancio di $9 milioni a $24,6 milioni, e raddoppiato il suo personale.  Dopo l’accordo, gli aiuti dell’organizzazione sono giunti a Caracas mercoledì scorso e una gran folla si è subito riunita intorno alle postazioni adibite per la consegna. Unapertura importante da parte del leader chavista che, fino a poco tempo fa, negava lesistenza di una crisi sanitaria e che adesso, invece, ha provato ad attribuirsi il merito degli aiuti destinati ai cittadini.

Contro il tentativo di appropriazione indebita del merito della distribuzione degli aiuti, però, è scesa in campo anche la Chiesa cattolica del Venezuela. Durante la celebrazioni del giovedì santo, infatti, il Cardinale Baltazar Porras ha definito gli aiuti umanitari «un dono di nessuno, ma un bisogno della nostra gente».

Intanto, venerdì scorso, Guaidó ha tenuto un incontro pubblico nella Plaza Bolívar del municipio di Chacao, a Caracas, durante il quale ha convocato «la marcia più grande della storia del Venezuela» per il primo maggio prossimo. «Oggi, venerdì santo, chiediamo libertà e democrazia per il nostro Paese», ha dichiarato il Presidente dell’Assemblea Nazionale, «è responsabilità dei venezuelani accompagnare il grido di libertà con mobilitazioni, fede e speranza fino alla cessazione dell’usurpazione. Hanno portato alla miseria la metà del Paese e l’altra metà vive di incertezza».

Ieri, invece, il Ministro degli Esteri colombiano, Carlos Holmes Trujillo, ha detto che gli ambasciatori del Presidente ad interim del Venezuela si incontreranno in Colombia il prossimo 27 aprile. In attesa di vedere che seguito avrà la grande marcia e per capire come si sta sviluppando la situazione in Venezuela, abbiamo intervistato Emiliano Guanella, giornalista e corrispondente dal Sud America de ‘La Stampa’ e della ‘Radiotelevisione svizzera’.

 

Maduro ha accettato gli aiuti della Croce Rossa, ammettendo di fatto l’esistenza di una crisi sanitaria che, fino a poco tempo fa, lui stesso negava. Come si può leggere questa ammissione? Come una debolezza del regime o una mossa strategica per riprendersi il popolo?

Innanzitutto bisogna dire che la Croce Rossa – come ha specificato – non dà un aiuto al Governo o ad un’opposizione, ma ad un Paese, sebbene Maduro abbia provato a strumentalizzare la cosa. In realtà, l’organizzazione si era anche ben guardata dal partecipare all’operazione fallita dell’opposizione di voler portare gli aiuti umanitari nel Paese, dicendo che la Croce Rossa Internazionale, come l’ONU, è un organismo multinazionale e multilaterale che non si presta a polemiche politiche e non si presta a fare il tifo o stare da un parte o dall’altra. Dopodiché ci sono questioni più pratiche. Quando la Croce Rossa manda degli aiuti c’è bisogno di qualcuno che li distribuisca e, quindi, fa affidamento al Governo di turno che, in questo caso, è quello di Maduro. Credo, però, che i venezuelani abbiano bene in chiaro che non siano aiuti del Governo, ma della Croce Rossa, la quale, comunque, identifica sempre molto bene i suoi aiuti dato che si tratta di pacchi siglati col suo simbolo. È vero, inoltre, che Maduro ha negato per molto tempo l’esistenza di una crisi umanitaria così come aveva negato che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Panamericana della Salute, dipendenti dall’ONU, mandassero degli interventi umanitari così da riconoscere il fallimento della politica sanitaria. Al di là di questo fatto, è vero anche che Maduro ha retto nel momento più difficile, cioè il momento in cui Guaidó è stato riconosciuto da diversi Paesi e in cui la questione venezuelana è arrivata al centro del dibattito di quasi tutti gli Stati, perlomeno di quelli occidentali. Maduro, quindi, ha retto in qualche modo il colpo, non è crollato, e Guaidó rimane il leader dell’opposizione, la quale, però, è scoraggiata.

Quanto è forte ancora la pressione internazionale su Maduro?

La pressione internazionale esiste, ma si è visto che il mondo è spaccato. Pressione internazionale vuole dire che ci sono circa 60 Paesi che hanno riconosciuto Guaidó e che chiedono, non tecnicamente che debba cadere Maduro, ma che ci siano nuove elezioni perché considerano quelle che ci sono state in passato non libere e non trasparenti. La comunità internazionale, però, non è composta solo da Stati Uniti, Unione Europea e Paesi latinoamericani. La comunità internazionale, per antonomasia, è l’ONU e, per ben due occasioni, la richiesta di sanzioni su Maduro da parte degli USA è stata bloccata a partire già dal Consiglio di Sicurezza (CdS), dove Russia e Cina hanno potere di veto. Quindi, la comunità internazionale è divisa perché, per esempio, in America Latina la maggior parte dei Paesi sta con Guaidó, ma ci sono altri, come Messico e Uruguay, che non stanno dalla sua parte. Ci sono, inoltre, Bolivia, Nicaragua e Cuba che sono alleati storici del Venezuela. All’interno dell’ONU, poi, dei cinque Paesi membri permanenti del CdS, tre – USA, Francia e Regno Unito – stanno con Guaidó e due – Russia e Cina – con Maduro. In realtà, quindi, esiste una pressione molto grande della comunità internazionale, ma in termini di ONU e anche di Fondo Monetario Internazionale non arriva la condanna perché ci sono Cina e Russia che ancora appoggiano Maduro per ragioni differenti. La Cina, infatti, ha prestato 63 miliardi di dollari a Caracas nel corso degli ultimi dieci anni ed è rientrata di poco meno della metà del debito: sta rientrando, in qualche modo, perché Caracas paga gli interessi di questo debito con circa 200 mila barili di petrolio al giorno. Per la Russia, invece, c’è anche in ballo una questione di prestiti, ma vi è, inoltre, una questione di geopolitica poiché a Mosca interessa appoggiare Maduro in quella specifica area geografica del mondo, al di là delle collaborazioni petrolifere e dei barili di petrolio che vanno in Russia.

Maduro ha dichiarato che vuole un milione di persone in più all’interno della Milizia civile entro la fine dell’anno. Perché questo appello? Rinnovata fiducia nell’apparato militare? Paura di un attacco?

I militari appoggiano ancora Maduro. L’opposizione sperava in un’insurrezione dei militari, specie dei generali, che non c’è stata. Ci sono stati solo dei piccoli focolai, ma veramente minimi, meno dell’1% delle forze armate hanno disertato, soprattutto provenienti dai ranghi bassi. Maduro da cinque anni – e ancora prima Chavez – fa questi appelli alla Milizia volontaria. È chiarissimo, però, che sia le minacce degli USA, sia Maduro che prepara la controffensiva militare e sia la Russia che ha inviato militari a Caracas nell’ambito della collaborazione militare tra i due Paesi, sono tutte mosse non per fare la guerra, ma per mostrare i muscoli, fanno parte di una retorica necessaria. La verità è che ora non si vede una possibilità d’intervento anche perché i Paesi del Gruppo di Lima sono contrari ad un’azione militare, in primis il Brasile che è l’attore regionale più importante. Questo perché saranno proprio i Paesi sudamericani a subire le conseguenze dato che, negli ultimi 4 anni, dei 3 milioni di venezuelani che sono scappati dalla loro patria, l’80% si è riversato nei Paesi limitrofi creando dei problemi come tutte le ondate migratorie concentrate in pochi anni.

Sembra che l’azione di Guaidó stia scemando. Crede che l’autoproclamatosi Presidente ad interim possa ancora effettivamente rovesciare Maduro o più il tempo passa più il chavista si rafforza?

La verità è che i venezuelani avevano voglia di far cadere il chavismo, anche con esperimenti a limite della legalità, e questa volta, però, era la prima volta che c’era un leader diverso dai soliti e un riconoscimento internazionale molto grande. Molti venezuelani, quindi, ci hanno sperato. Adesso alle manifestazioni c’è molta meno gente e subentra una certa rassegnazione nel vedere che nulla cambia e che gli altri Paesi sudamericani non hanno voluto attuare delle azioni più forti. Nulla si può dire con certezza del Venezuela anche perché è una situazione in cui la crisi continua, non è che i venezuelani stanno bene e si rassegnano a vivere come stanno vivendo. L’esodo continuerà perché continuano ad esserci la fame, la disperazione, la gente che muore per mancanza di medicinali, anche perché questo aiuto da parte della Croce Rossa non è che migliori strutturalmente le condizioni di vita dei venezuelani. Sicuramente l’opposizione continuerà perché, a questo punto, non hanno nulla da perdere. È vero, però, che è scemato l’entusiasmo e ci si è resi conto che il regime è più forte di quello che si volesse pensare e che quel sistema di corruzione e favoritismi che coinvolge una grandissima quantità di generali venezuelani – che sono il triplo dei generali cha ha gli Stati Uniti pur avendo molta meno popolazione – è ancora molto forte. Sicuramente, quindi, persiste una certa disperazione perché si era pensato di poter dare realmente una spallata al regime, ma non si può neanche dire che tutto finisce perché, appunto, la disperazione della gente continua e ci saranno ancora proteste e prese di posizione. Si diceva ‘o si sblocca in pochi mesi o va avanti qualche anno’: in pochi mesi non si è sbloccato e non possiamo dire quando finirà tutto questo. Di sicuro le condizioni generali non sono migliorate, ma sono destinate a peggiorare. Il fatto che Maduro sia riuscito a contenere l’offensiva internazionale non vuol dire che riuscirà a sistemare i problemi del Paese, tutt’altro.

Come è percepita la crisi venezuelana nel resto del Sud America?

In Brasile si percepisce un po’ meno rispetto agli altri Paesi sudamericani. Questo perché il Brasile, rispetto all’America Latina che parla spagnolo, è un’ ‘isola’, nel senso che la barriera della lingua e della storia fa sì che spesso siano ignorati i processi politici e culturali che avvengono nel resto dei Paesi latinoamericani. Poi ci sono altre due ragioni. Il Brasile è enorme e i circa 100 mila profughi venezuelani rappresentano una goccia in un Paese geograficamente grande due volte l’Europa con 208 milioni di abitanti. In Colombia, invece, un Paese che ha circa 50 milioni abitanti e ospita un milione di profughi venezuelani, il fenomeno è più sentito: è un’emergenza umanitaria perché sono tantissimi e tanti sono quelli che non trovano lavoro. In Perù anche ci sono stati anche casi di razzismo e di gente condannata dalle autorità. In Argentina sono circa 150 mila, non tantissimi, ma sono quasi tutti concentrati a Buenos Aires, dove, ad oggi, è facilissimo incontrare autisti di Uber o camerieri che sono venezuelani e raccontano le loro storie. Gli argentini, però, sono un popolo abituato ad accogliere gli immigrati – hanno accolto tantissimi colombiani durante i combattimenti con le FARC – e sono sensibilizzati dai racconti dei venezuelani. Senti, per esempio, il ragazzo che è scappato e ha la mamma malata di tumore che sta morendo a Caracas. Negli altri Paesi sudamericani, quindi, si sentono di più perché i venezuelani sono più presenti, parlano spagnolo e, dunque, si fanno capire immediatamente. Io direi, in conclusione, che nell’America Latina che parla spagnolo il fenomeno si percepisce di più, mentre nel Brasile un po’ meno anche perché Bolsonaro ha fatto poco per integrare i profughi venezuelani che, comunque, non sono tanti e sono soprattutto concentrati nel Roraima, uno Stato lontanissimo rispetto alle grandi città brasiliane e, quindi, l’impatto è meno grande.

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