domenica, Novembre 17

Venezuela, quali carte restano in mano a Guaidó dopo il fallito golpe? Dopo il tentato colpo di Stato Guaidó deve riorganizzarsi, ne parliamo con Nicola Bilotta

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Il tentativo di golpe in Venezuela è fallito, ma l’autoproclamatosi Presidente ad interim, Juan Guaidó, prosegue ininterrottamente la sua battaglia contro Nicolás Maduro.

Alle prime luci del mattino del 30 aprile scorso, in un video rilasciato su Twitter – in diretta dall’aeroporto de La Carlota – Guaidó aveva chiamato alla rivolta il popolo venezuelano, convocando contemporaneamente tutti i soldati e tutta la «famiglia militare» affinché si unissero alla ‘Operacion Libertad’, volta a liberare il Paese da quella che dall’opposizione politica interna e dai suoi sostenitori è considerata una dittatura.

Nel video, insieme a Guaidó, era presente anche Leopoldo López, un dettaglio di non poco conto. López, infatti, è una figura importante del panorama politico venezuelano, nonché mentore dello stesso Guaidó. Imprigionato nel 2014 – formalmente accusato di istigazione pubblica, danni materiali, incendio doloso e cospirazione –  e, poi, posto agli arresti domiciliari nel 2017, López è stato liberato da un movimento armato fedele al Presidente ad interim e si è rifugiato insieme alla famiglia, dapprima, presso l’Ambasciata cilena e, successivamente, presso quella spagnola.

Qualche ora dopo l’appello di Guaidó sono nati scontri tra i suoi sostenitori e le forze armate che appoggiano Maduro: violenze che hanno fatto gridare al golpe militare. Le schermaglie, che da Caracas si sono poi allargate a tutto il Paese, hanno provocato, secondo l’Observatorio Venezolano de Conflitividad Social (OVCS), almeno 130 feriti e due vittime, Yosner Graterol (16) e Juribith Rausseo García (27).

Alla fine della convulsa giornata, durante la quale gli attori internazionali non hanno fatto mancare il loro sostegno all’una o all’altra parte, quello che attualmente resta il Presidente venezuelano eletto, Maduro, ha dichiarato di aver sconfitto una rivolta di un gruppo di soldati che appoggiava Guaidó e, in diretta televisiva, si è poi congratulato con le forze armate.

La cruda realtà ha mostrato come Guaidó non possegga la forza necessaria per detronizzare Maduro, il quale gode ancora della fiducia di ampia parte dell’Esercito e, soprattutto, degli alti ufficiali.

Ma cosa ha spinto Guaidó ad azzardare una mossa del genere? Nelle ultime ore si è sparsa la voce che alcuni generali dellEsercito avrebbero garantito il sostegno alla rivolta organizzata dal Presidente dell’Assemblea Nazionale. Tra questi generali si è fatto il nome del Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, che oggi, però, è apparso accanto a Maduro, mentre questo teneva un nuovo discorso ai militari, nel corso del quale ha detto: «Siamo di nuovo insieme, di nuovo in marcia contro l’imperialismo, i traditori e i golpisti».

Nonostante ciò, lautoproclamatosi Presidente ad interim prosegue la sua battaglia.  «Se il regime pensava che avessimo raggiunto la massima pressione, si sbagliava», ha detto Guaidó ai migliaia di sostenitori scesi in piazza per le proteste del primo maggio, quando, inoltre, ha invocato varie interruzioni dei dipendenti pubblici che dovranno prossimamente sfociare in uno sciopero generale. Riacquisto della libertà e democrazia rimangono gli obiettivi di Guaidó, che in un’intervista rilasciata durante il programma ‘Fox Business’, all’indomani del fallito golpe, ha dichiarato: «Vogliamo la libertà e diciamo alle forze armate di seguire questo processo, è tempo di abbandonare il dittatore, devono unirsi al processo di ricostruzione in Venezuela».

Ma se il primo tentativo è fallito, in cosaltro può sperare il leader dell’opposizione per cercare di sovvertire gli equilibri che, al momento, sembrano essere chiari all’interno del panorama socio-politico venezuelano? Per capire quali spazi di manovra e quali gli strumenti che Guaidó può ancora utilizzare per contrastare il regime di Maduro, che al momento sembra saldo, abbiamo intervistato Nicola Bilotta, ricercatore presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali).

 

Cosa ha fatto sentire così sicuro Guaidó per mettere in atto un tentativo del genere?

Guaidó aveva bisogno di rivitalizzare la proprio figura poiché la situazione in Venezuela si era cementificata. All’indomani della sua auto proclamazione, infatti, i giornali internazionali erano pieni di notizie sul Venezuela. Quindi, da una parte, aveva bisogno di riportare l’attenzione pubblica internazionale sul Paese e, dall’altra, cercare di scalfire il potere di Maduro, sia attraverso nuove proteste di pizza, sia con l’aumento della pressione sulle autorità militari. Quello che è successo pochi giorni fa è stato un atto simbolico molto importante. Se pensiamo al video con cui ha lanciato l’Operazione Libertà, questo è importante per due motivi: per prima cosa lo vediamo circondato da militari, poi, per la presenza di Leopoldo Lopez, leader carismatico e padre politico di Guaidó. Questi atti a livello simbolico avrebbero dovuto provocare una rivolta popolare, ma anche la diserzione di parte dell’Esercito, che avrebbe dovuto abbandonare Maduro e, quindi, appoggiare Guaidó. Adesso, ci sono degli editoriali sui giornali stranieri, ripresi da alcuni giornali italiani, in cui si dice che, in realtà, Guaidó avrebbe ricevuto la parola da parte di alcuni alti ufficiali che avrebbero abbandonato Maduro e appoggiato il suo Governo ad interim. Questo, invece, non è avvenuto e ha creato una sorta di scompiglio. Guaidó, quindi, si è esposto in maniera ancora più forte, anche non rispettando la legge – far liberare López dagli arresti domiciliari è un atto che va contro l’ordinamento venezuelano – sperando di aver un riscontro sia popolare che militare, cosa che, invece, a livello militare, non è avvenuta assolutamente.

Quanto è importante la figura di Leopoldo López? Cosa rappresenta? Può essere una spinta per le future mosse o manifestazioni?

È stato ed è un personaggio politico importante nello scenario dell’opposizione politica venezuelana, ma non è un moderato. L’opposizione venezuelana, chiaramente, non è omogenea, coesistono diverse forze con diverse posizioni. Ci sono i più moderati che, pur opponendosi in maniera strenua a Maduro, sono più favorevoli a portare avanti una sorta di dialogo istituzionale e, invece, ci sono altre figure con posizioni un po’ più radicali che vorrebbero portare una battaglia per ribaltare completamente il potere del leader chavista, magari anche con un appoggio militare esterno. Queste visioni, ovviamente, sono in contrasto tra di loro e  indeboliscono un’opposizione che non riesce ad avere una posizione omogenea. López è una figura carismatica che, sicuramente, attrae una parte delle opposizioni, ma il problema è che la sua mobilità interna nel Paese è limitata. Sappiamo che, dopo il fallimento di questa chiamata alla rivolta da parte Guaidó, López e la sua famiglia hanno chiesto rifugio all’Ambasciata spagnola. Questa sta a testimoniare che non si sentivano protetti e avevano bisogno di un appoggio esterno.

Qual è il significato dell’aeroporto de La Carlota? In termini strategici, una sua conquista avrebbe potuto essere funzionale ad un intervento militare statunitense. È valida questa lettura?

La presa dell’aeroporto credo sia, anche in questo caso, simbolica, non credo fosse una scelta di carattere operativo ai fini di un intervento americano. Poteva essere una presa di posizione strategica per il rifornimento di beni essenziali, o anche di armi per alimentare la rivolta. La presa dell’aeroporto non significa che l’aeronautica venezuelana appoggiasse la rivolta, quindi, chiaramente, se conquisti la base, ma hai sempre gli aerei militari che minacciano qualsiasi connessione con l’esterno, questa rimane puramente simbolica, ma non operativa.

Gli USA che ruolo giocano a livello militare? È solo una pressione psicologica?

Gli Stati Uniti hanno una storia di interventi diretti e indiretti in America Latina e questo non può essere dimenticato. I membri del Governo Trump non perdono occasione per ricordare la possibilità di un intervento militare il Venezuela, ma, ad oggi, non credo che questa opzione venga esercitata.  In questo caso, oltre alla minacce velate, hanno messo in campo strumenti operativi come le sanzioni economiche. A livello militare potrebbero dare un appoggio esterno, fornendo armamenti o, finanziariamente, dare soldi alle opposizioni per portare avanti una battaglia politica e, nel caso di un crescendo dello scontro, di una guerra civile, potrebbero utilizzarli per l’acquisto di armi. Sono sempre opzioni che vanno mantenute sul tavolo per una sorta di ricorso storico, più che per informazioni sullo stato attuale della situazione, e cioè analizzando come gli USA hanno portato avanti la loro politica estera sia in America Latina, sia nel resto del mondo. Al momento non ci sono informazioni che dicano che il Governo americano stia finanziando l’acquisto di armamenti da parte dell’opposizione venezuelana, ma potrebbe essere un’opzione nel caso il conflitto dovesse peggiorare e si dovesse arrivare ad una guerra civile. È interessante notare, inoltre, come il Governo americano inizi a parlare di Cuba e Nicaragua nei discorsi fatti all’indomani del tentativo di Guaidó. Sembra che l’interesse statunitense, a livello macroregionale, sia sempre molto concentrato anche sui governi di questi due Paesi. Questo è un particolare molto interessante perché fa capire come gli americani abbiano sempre un approccio macroregionale quando pensano alla politica estera in America Latina.

Pensando ai due schieramenti, ci si dimentica a volte della questione principale, che è poi quella su cui pendono i favori per uno e per l’altro leader: il petrolio. Sono recentemente crollate le esportazioni – secondi i dati sono passare da 1,2 milioni di barili al giorno del gennaio scorso ai 432 mila dollari al barile di aprile. Se non si controlla il petrolio, non si riesce a controllare l’Esercito e viceversa. Che potere ha Guaidó sul petrolio? Può solo spingere Paesi come USA e Canada a sanzionare maggiormente Maduro? Quanto è decisiva la questione petrolifera?

Che il petrolio sia cruciale si era già visto dopo l’autoproclamazione. Il Governo americano, infatti, ha offerto a Guaidó la possibilità di accedere agli asset congelati dello Stato venezuelano negli Stati Uniti e delle aziende pubbliche statunitensi. Non bisogna mai dimenticare che una delle maggiori società consolidate all’interno della PDVSA è Citgo, una sussidiaria dell’azienda con sede negli Stati Uniti, che produce altissime quantità di petrolio. Il reddito prodotto da questa società non viene più versato al Venezuela, ma è stato congelato. La battaglia, dunque, si è spostata anche su Citgo. Il petrolio, quindi, in un’economia settoriale come quella venezuelana è fondamentale. Il problema è che, anche in questo caso, la risoluzione non è di breve termine. Il crollo della produzione petrolifera in Venezuela non è soltanto determinato dalla tensione interna e dall’attuale prezzo del greggio, ma anche dal fatto che gli impianti presenti non sono stati rinnovati. C’è stato un drastico calo di investimenti nella manutenzione, nella ricerca e nello sviluppo nel settore petrolifero, che è una delle industrie a più alto costo di capitale, nel senso che bisogna utilizzare molti fondi per portare avanti tutte le fasi di sfruttamento del petrolio. Poi, la PDVSA è, comunque, un’azienda governativa in cui all’interno molti membri dell’Esercito hanno un ruolo importante.

Se dovessero calare le esportazioni, potrebbero aumentare gli scontri? C’è una correlazione tra minori esportazioni di petrolio e aumento del potere di Guaidó e, quindi, dell’intensificazione degli scontri?

Sicuramente. Quando un popolo è affamato è più incline alla ribellione, i venezuelani stanno soffrendo moltissimo in questo momento, anche per via delle sanzioni americane che inaspriscono e peggiorano le condizioni dell’economia venezuelana. Bisogna aspettarsi un ulteriore peggioramento delle condizioni della popolazione. Diciamo che adesso la PDVSA sta ricalibrando la propria esportazione verso Paesi amici per cercare di mantenere un minimo di redditività e avere un minimo di entrare per finanziare lo stato sociale venezuelano. La situazione rimane molto fragile.

Quali sono gli spazi di manovra, gli strumenti e i mezzi effettivi che ha a disposizione Guaidó?

Qui sarà interessante capire come si evolverà la situazione. Su Twitter e sugli altri social media Guaidó continua a chiamare il popolo venezuelano alla protesta. Le sue armi rimangono sempre le stesse e ritengo  che, quanto accaduto pochi giorni fa, nei piani di Guaidó sarebbe dovuto essere un momento di rottura nella storia venezuelana, avrebbe dovuto essere un punto di non ritorno nell’aumento della pressione su Maduro. I suoi mezzi rimangono sempre gli stessi. La situazione rischia di cristallizzarsi nuovamente dopo questo tentativo e non so se Guaidó avrà ancora la forza personale per cercare di rialzarsi e creare delle condizioni per provare a promuovere un aumento della pressione sul regime chavista. Dobbiamo aspettare ancora qualche giorno per capire come si evolverà la situazione.

Fallito il golpe cosa resta a Guaidó? Resistenza ad oltranza? Altro golpe?

Io penso che la chiave di lettura sia questa: bisognerà vedere se Guaidó sarà in grado di ripopolare le piazze. Se scoppieranno ingenti proteste bisognerà osservare come si comporterà l’Esercito perché se ci sono milioni di persone e questo reprime le proteste, allora, si ha la sensazione che i militari siano ancora fedeli a Maduro e che il suo potere sia ancora fortemente saldo. Se, invece, i militari non reprimono le proteste, ma si uniscono a queste, ciò potrebbe essere il sensore di uno scollamento tra parte dell’Esercito a Maduro. In questi due giorni abbiamo visto degli scontri tra militari pro e contro Maduro, ma sono stati sporadici, non c’è stato un sollevamento di massa.

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