venerdì, Dicembre 13

Vaticano: Francesco e la sua battaglia contro le armi nucleari Possibile mediazione con la Corea del Nord?

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E’ iniziata, inaugurata presso la Sala Clementina del Palazzo Apostolico da Papa Francesco, la due giorni del Simposio internazionale intitolato “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il suo Prefetto, il cardinale Peter K. A. Turkson, ha affermato che «l’evento risponde alle priorità di Papa Francesco per la Pace e per l’uso dei beni del creato per lo sviluppo e una giusta qualità di vita per tutti, individui e popoli, senza distinzione».

E’ il primo incontro globale sul disarmo nucleare dopo che a New York, il 7 luglio 2017, 122 Paesi della Comunità internazionale hanno firmato il “Trattato sul bando delle armi nucleari”. A siglare l’ accordo, in sede ONU, a  nome del Vaticano,era stato l’ Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati. Hanno preso parte a quest’ iniziativa 11 Premi Nobel per la Pace, i vertici dell’ ONU e della NATO, gli Ambasciatori degli Stati tra cui Stati Uniti, Corea del Sud, Iran, Russia oltreché personalità del mondo scientifico mondiale. Presenti anche dei sopravvissuti ai disastri di Hiroshima e Nagasaki.

Forti sono state le parole del Pontefice, nel suo discorso di apertura. «Le armi nucleari sono illogiche» ha esordito Francesco. L’ illogicità è da ricercare nella conseguenza che il loro uso comporta: il suicidio dell’ umanità. «Colmando un vuoto giuridico», secondo Bergoglio, il “Trattato sul bando delle armi nucleari”,siglato in sede ONU, «ha dichiarato questo tipo di armi illegittime». Francesco ha anche ricordato come sia impossibile la distruzione delle armi nucleari se prima non si disinnescano «gli spiriti bellici». Chissà che non si riferisse, oltre a Kim Yong-Un, anche al Presidente americano Donald Trump il quale, in viaggio nel continente asiatico, di fronte al Parlamento sudcoreano, aveva detto: «Voglio una pace garantita dalla forza».

«Ogni giorno siamo bombardati con notizie di atrocità, vediamo la possibilità dello scoppio di una guerra nucleare, e siamo sull’orlo di un olocausto nucleare. Qui vogliamo invece condividere una buona novella, con una volontà globale di incoraggiare gli Stati a perseguire una strategia di riduzione delle armi nucleari. In questo modo, speriamo di creare un mondo totalmente libero da esse» ha il Cardinale Turkson, il quale , rispondendo ad una domanda dei giornalisti, ha reso noto: «Stiamo già parlando con alcuni membri della Conferenza episcopale coreana per vedere come si può entrare in contatto con il regime della Corea del Nord».

E’ il regime del dittatore nordcoreano che, con i suoi ripetuti test nucleari, da mesi tiene con il fiato sospeso il mondo. Potrebbe esserci un contributo vaticano alla risoluzione della crisi coreana? Qual è l’obiettivo del Convegno sul Disarmo, organizzato dalla Santa Sede? Come si è evoluta la posizione del Vaticano circa gli armamenti atomici, a partire dal Secondo Dopoguerra?

Lo abbiamo chiesto a Piero Schiavazzi, giornalista vaticanista dell’Huffington Post oltreché docente titolare della prima cattedra italiana di Geopolitica Vaticana presso l’ Università degli Studi Link Campus University.

Come si è espressa la Santa Sede, a partire dal Secondo Dopoguerra, riguardo agli armamenti atomici?

Facendo un paragone geometrico, c’è la progressione aritmetica (1,2,3,4) e la progressione geometrica (2,4,8,16). L’ ostilità del Vaticano, da una parte alla guerra dall’altra alle armi nucleari, è cresciuta in progressione geometrica. C’è stato un crescendo a partire dalla famosa “Inutile strage”, perifrasi utilizzata, nella “Lettera ai Capi dei Popoli Belligeranti”, il 2 agosto 1917, in riferimento alla Prima Guerra Mondiale,  da Benedetto XV, che stupì il governo italiano e tutta l’ ala interventista e fu, per questo, accusato di tradimento perché ‘disfattista’. Innanzitutto, teniamo conto che siamo nel mese di Novembre, il mese dell’ Apocalisse, sul finire dell’ anno liturgico, ed ogni giorno i Papi, celebrando Messa, si trovano di fronte a letture tratte dall’ ‘Apocalisse’, letture escatologiche, letture sulle realtà finali. In una mens immaginifica come quella di Francesco che, convinto che la Storia sia un confronto costante tra il Bene e il Male, fa un uso diretto, senza alcuna mediazione, della Sacra Scrittura per interpretare i giorni nostri, si fa strada l’ idea che questi siano i tempi dell’ Apocalisse. Per paradosso, questo Papa, che è entrato nella Storia come il “Papa dei confini del mondo”, teme di passare alla Storia come “il Papa della fine del mondo”. Vi è, dunque, una lettura teologica del nucleare, che si esalta in una persona come Bergoglio che non fa mediazione culturale: in quest’ottica, cos’ altro può essere il ‘Drago a sette teste’ dell’ Apocalisse se non la testata multipla?

La bomba, per la Chiesa cattolica e soprattutto per Bergoglio, è una prima visualizzazione storica dell’ Apocalisse perché fa la sua apparizione, sotto i cieli della Storia, la possibilità di una fine del mondo. Con la bomba, l’ Apocalisse è, per la prima volta, a portata di mano. Si può immaginare cosa questo possa significare nella mente di un ecclesiastico e, in particolar modo, di Bergoglio. Lo stesso vale anche per Giovanni XXIII. Con la bomba, per la prima volta, i preti e quindi anche i Papi realizzano che la fine del mondo è possibile. Non è più soltanto un’ ipotesi escatologica, lontana nel tempo. Questa è una novità sconvolgente per la Chiesa che si rende conto che l’ Apocalisse può scaturire da un prodotto della mano umana.

L’ altra novità è di tipo storicistico, geopolitico. A partire da Benedetto XV, con la celebre nota del 1917, fino a Giovanni Paolo II, con la Prima Guerra del Golfo del 1991, la Chiesa matura l’ idea per cui le guerre siano dei fenomeni incontrollabili: si sa quale sia l’ innesco della guerra, ma poi sfugge di mano perché il mondo è diventato complesso. Nella complessità del XX secolo non è possibile prevedere le varianti che, in corso d’opera, si innestano. L’ esempio classico è l’ “attentato di Sarajevo” che provoca la mobilitazione per punire la Serbia, ma poi sfugge di mano perché scattano i vari trattati di ‘assicurazione’ e ‘contrassicurazione’ dei diversi sistemi di alleanze. Lo stesso schema si ripropone nella Seconda Guerra Mondiale: con il blitzkrieg dei tedeschi, Hitler e buona parte dell’ opinione pubblica mondiale erano convinti che la guerra finisse entro un anno, dopo la caduta della Francia. Perché Woytila, nel 1991, si oppone a Bush in occasione della spedizione in Kuwait? Perché l’ Occidente non è ancora uscito da quell’ ‘odissea’ iniziata in quell’ anno. I Bush, sia padre che figlio, ci hanno trascinati in due ‘odissee’, le due guerre del Golfo, di cui è possibile vedere soltanto ora le conseguenze più nefaste. La risultanza imprevista e a rovescio delle due guerre del Golfo è che il nemico degli Stati Uniti, l’ Iran, diviene egemone nell’ area mediorientale. L’ Iraq, invece di esser liberato, finisce nell’ orbita iraniana e per evitare la saldatura con la Siria sciita alawita, i servizi segreti dei Paesi sunniti si inventano l’ ISIS che gli sfugge, poi, comunque, di mano. Ma le conseguenze ancor più gravi ed imprevedibili sono che il ritorno in auge dell’ Iran produce, per reazione, un ringiovanimento della politica dell’ Arabia Saudita, nel nome di una leadership più energica come quello che sta accadendo, attualmente, con Mohammad Bin Salman. Tutto questo ha un’ origine assolutamente imprevista. I Papi arrivano, dunque, a capire, che la Guerra “vive di vita propria”, indipendentemente dalle intenzioni di chi la pone in essere.

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