mercoledì, Febbraio 20

Vaticano e Patriarcato: 2 cristianesimi a confronto image

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Roma e Mosca. Due geografie e due culture politiche. Due città simbolo intrecciate da quattro secoli di storia. Due tradizioni europee. Due concezioni dello Stato e due concezioni dell’uomo. Due cristianesimi‘. Confronti. Ma anche scontri.
Partita con la spaccatura tra parte occidentale e orientale dell’Impero romano, la separazione progressiva tra i ‘due polmoni’ del cristianesimo continentale si sviluppa in una autonoma evoluzione sancita, anche dal punto di vista culturale, dallo scisma del 1054. Divergenze durate fino al 1917, quando la Chiesa russa perde la propria posizione di preminenza dentro lo Stato. Presa nella spirale rivoluzionaria che mette fine all’impero zarista, la Terza Roma sparisce apparentemente dalla scena per diventare la filobolscevica Chiesa vivente.
Al Vaticano non resta altro che cercare un rapporto col Paese ormai rappresentante del nuovo simbolo comunista. Regime che per la solitaria Chiesa russa sarà contemporaneamente prigione e roccaforte protettiva. Il gelo inizia a sciogliersi grazie a Giovanni XXIII e Nikita Kruscev.
Gli auguri del Segretario Generale al Papa per il suo ottantesimo compleanno, precedono l’appello del Pontefice ai leader delle due superpotenze nella crisi di Cuba. Fino all’udienza concessa, nel 1963, dalla Santa Sede ad Alexej Adjubei, direttore di ‘Izvestja‘, la maggiore agenzia di stampa sovietica.
Tra le Chiese è invece il Concilio a fare da battistrada a faticosi, nuovi, rapporti ecumenici. Alla sua apertura partecipano infatti due osservatori del Patriacato di Mosca. La Conferenza di Helsinki fa indirettamente da sponda alla politica vaticana. Le maggiori aperture verso i diritti fondamentali della persona e libertà religiose diventano senso e patrimonio comune dell’intera Europa.
Giovanni XXIII passa a Paolo VI il testimone del dialogo che arriva fino a Wojtila. Il Papa venuto dall’est sarà il catalizzatore del terremoto europeo. Dopo l’89 il rapporto col Patriarcato di Mosca diventa più diretto, gli ostacoli però non diminuscono. Anzi, personalità e ruolo di Giovanni Paolo II esalteranno le differenze tra prima e terza Roma. «L’aurora» del pellegrinaggio in Russia del Pontefice slavo non poteva dunque spuntare. Per i russi, il polacco era la personificazione di animosità religiose, contrasti interetnici e confessionali che da secoli separano cristianità russa e polacca.

Agli occhi severi del patriarcato di Mosca, non da oggi vicino al potere politico dello Stato, non è solo il ruolo svolto da Wojtyla nella battaglia politica e ideologica contro il comunismo ad essere importante. Il battagliero sacerdote polacco, diventato capo trionfante del cattolicesimo mondiale, l’istigatore del nazionalismo polacco, il picconatore di ideologia comunista e visione del mondo panrussa non poteva non far rinascere la primordiale avversione del Patriarcato di Mosca verso i cattolici d’origine slava da sempre visti come eretici e voltagabbana.
Crollato l’impero ateo dei bolscevichi per l’ortodossia moscovita l’ecumenismo pancristiano di Wojtyla era percepito come una forma di subdolo proselitismo. Impossibile, dunque, risolvere controversie consolidate da secoli di incomprensioni.  Il posto di Wojtila è andato a Benedetto XVI, ma nemmeno l’eminente teologo tedesco è riuscito ad andare oltre le voci dell’incontro ecumenico. Troppo breve il pontificato del bavarese che altro si è incrociato con il cambio di guida alla testa del Patriarcato, da Alessio II a Kirill. Ratzinger non era un cattolico slavo come il suo predecessore, non era nemmeno un rappresentante della Prussia e dei suoi cavalieri teutonici. La lontana Baviera non evocava incursioni di proselitismo tra i miti agricoltori slavi, eppure anche per lui le porte della cattedrale di San Basilio sono rimaste sbarrate.
E ora?

Il Papa gesuita ed extraeuropeo riuscirà dove il polacco e il tedesco hanno fallito?  Difficile secondo Dimitry Schakhovskoy. Per il teologo, storico di filosofia e Chiesa russa, è meglio mettere da parte le dispute dottrinali e concentrarsi sulle questioni concrete sulle quali agire in comune. “Canonicamente si i problemi sono di una complessita’ infinita. Afferma l’accademico per cui non bisogna mai dimenticare che dal punto di vista ortodosso Roma è una Chiesa scismatica“. Schakhovskoy boccia il papato Wojtila in quanto il Pontefice di Cracovia quando “pronunciava la parola Russia aveva in mente l’Ucraina, trascurando il fatto che la Russia è tuttora legata alle sue radici storiche”.
Su Bergoglio, Schakhovskoy non si pronuncia. “Visto lo stato delle cose tutto è possibile“, afferma ricordando però che la “formazione gesuitica del nuovo Papa è un dato su cui riflettere. Ma siamo di fronte a una personalità ancora poco conosciuta».
Lo storico ammette le speranze suscitate invece dalla nomina di Ratzinger, “Papa di non comune profondità dogmatica“. Al contrario, “quanto la conosce il Papa argentino la Russia?“, si chiede l’accademico sottolineando che per un tale compito il precedente Pontefice era “meglio attrezzato“. Ora molto dipende da come Francesco “si orienterà di fronte alle percezioni teologiche e storiche” del grande Paese slavo. Viste le premesse non è dunque paradossale che l’accademico franco-russo ritenga il metodo funzionalista“, quello che ha permesso i primi passi dell’Unione europea, il migliore anche per riavvicinare politicamente i rapporti ecumenici tra Roma e Mosca. Una unione che non potrà che essere “unione di politiche comuni” di fronte “alla politica laicista europea“.
E a questo proposito lo studioso porta proprio l’esempio positivo dell’Italia. Nel dibattito sulla presenza del Crocefisso nei luoghi pubblici della penisola “a Bruxelles la Chiesa russa ha appoggiato il Vaticano“. Anche di fronte alle “prospettive anticristiane di riforma della società francese, una politica comune delle due chiese è necessaria“.
Per lo storico “l’unità tra Mosca e Roma è indispensabile a salvare la cristianità. Un pericolo particolarmente attuale anche nell’azione internazionale di Parigi che in Medio Oriente segue “gli Usa senza tenere in nessun conto le minoranze cristiane in Medio oriente. Complessivamente si ha l’impressione che le Nazioni europee con la loro base cristiana, facciano una politica islamica“, afferma Schakhovskoy.

Dalla fine dell’Urss la Chiesa ortodossa svolge un ruolo centrale nelle trasformazioni della società russa. Il Patriarcato gode di una fiducia enorme. Nella frantumazione post sovietica di ogni ideologia si è rivelato ancora di identità. Il carattere nazionale del Patriarcato,  accompagnando la volonta governativa di porre un argine all’imitazione dei modelli di vita occidentali, legittimando l’idea di una “via particolare” russa, ha contribuito a impedire la disintegrazione della società.
Nel 2000 la conferenza dei vescovi ha pubblicato, per la prima volta nella propria storia i ‘Fondamenti della dottrina sociale’ della Chiesa per il XXI secolo. A differenza del cristianesimo occidentale, l’ortodossia concentra il proprio servizio innanzitutto verso il singolo essere umano, sulle sue capacità di raggiungere la salvezza eterna.  La trasformazione sociale è lasciata quasi esclusivamente allo Stato. Ovviamente esiste anche l’attività concreta rivolta al bene del prossimo. Il sostegno verso malati, orfani, disabili, carcerati, appartenenti alle forze armate e l’azione di beneficenza durante le feste, fanno parte di questo aspetto della vita del Patriarcato.
Nel 2010 nella sola Mosca esistevano almeno 200 comunità impegnate a realizzare 165 progetti sociali. Lontana da dogmi e impacci politici, nel settore caritatevole la pratica ecumenica funziona meglio. Un impegno per cui la Chiesa cattolica subito dopo la fine dell’Urss era meglio attrezzata. Tradizione, coperture finanziarie e sostegni strutturali, tutto ciò ha fatto si che negli anni ’90 il Vaticano abbia potuto sviluppare in tempi record la propria presenza sociale in Russia. Settore in cui la Caritas Russia ha fatto la parte del leone godendo, a partire dal 2002, del sostegno della diocesi di Irkutsk, Novosibirsk, Saratov e Mosca. L’attività sociale è tuttora un settore di successo nella pratica ecumenica anche se non mancano casi di boicottaggio e tentativi di proselitismo. Questioni locali che raramente lambiscono le gerarchie ecclesiastiche. Il Patriarcato apprezza la professionalità del contributo sociale cattolico ed è soprattutto nel settore dell’istruzione che gli scambi  sono proficui. Altrettanto si può dire riguardo l’attività di recupero della tossicodipendenza e quella per la cura dei malati di Aids. In Russia il virus dell’immunodeficienza è una vera catastrofe. I malati di Aids crescono al ritmo del 12% l’anno ed entro il 2020 potrebbero diventare oltre 5 milioni. Altrettanto sconvolgente è il numero dei dipendenti da droghe pesanti che nel 2012 è stato di 1,2 milioni di persone,  con il 5% dei giovani infetti. In questi casi chi potrebbe opporsi al ‘funzionalismo’?

 

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