domenica, Gennaio 20

Vandana Shiva: no al cartello dei veleni Incontro con la scienziata indiana in lotta per salvaguardare l’agricoltura e la biodiversità dalle multinazionali dei pesticidi

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“Viviamo tempi tumultuosi, ma tutto ciò che sta avvenendo  sotto il profilo climatico, agro alimentare, economico non è inevitabile, né è un fenomeno naturale. Le regole imposte dalle grandi multinazionali stanno prendendo il sopravvento, distruggendo ogni regola, la globalizzazione pilotata da questi colossi si  sta rivelando per quello che è: una forma di dominio di pochi su tutto il resto, con conseguenze drammatiche”. Si presenta con queste parole forti Vandana Shiva, la scienziata  indiana ambientalista fondatrice del Research Foundation for Science Tecnolology and Natural Resourse Policy,  vicepresidente di Slow Food, la donna  a cui è stato assegnato il Right Livelihood Award, considerato il Nobel alternativo,  all’ultimo dei tre appuntamenti fiorentini dedicati  rispettivamente al rapporto tra Responsabilità e ambiente (Teatro Niccolini) alla Democrazia della terra, oggetto di una sua Lectio Magistralis, (Cinema teatro Odeon) e, infine,  al tema  Il profitto multinazionale avvelena il cibo, la terra, il Pianeta. Qual è l’alternativa?

L’illustre scienziata è considerata una delle più alte figure dell’ambientalismo mondiale: nata a Dehra Dun, nell’India del Nord, laurea in filosofia e dottorato di ricerca alla University of Western Ontario (Canada), da anni si occupa di ricerca interdisciplinare (scienza, tecnologia e politica ambientale) all’Indian Institute of Management di Bangalore, ma soprattutto negli ultimi anni si è dedicata alle grandi tematiche agroalimentari, che l’hanno portata ad affrontare con competenza coraggio e determinazione le grandi battaglie contro le multinazionali,  la cui azione sta distruggendo l’economia ed il pianeta. “Quindi, la democrazia e la vita”, dice.  La incontriamo allo Spazio Inkiostro, prima di lasciarla alla sua conversazione con la giornalista Monica Di Sisto e Patrizia Gentilini, dell’Associazione medici per l’ambiente, sulla lotta al Cartello dei Veleni (Poison Cartel), accompagnata  dall’architetto Roberto Budini Gattai, dell’associazione  Per un’altra città.

Senza bisogno che le chiediamo quali siano  gli elementi  di grande preoccupazione  che essa nutre per la situazione in cui ci troviamo, Vandana riprende il filo del suo discorso con grande  passione e straordinaria lucidità  di analisi: “Fin dal primo momento  apparve chiaro il disegno delle grandi multinazionali che operano nel campo delle sementi e della chimica, da allora  ci siamo battuti per combattere la deriva normativa perché avevamo capito che  la loro azione avrebbe privatizzato i semi, che sono  la nostra eredità, il nostro patrimonio, il nostro diritto alla biodiversità e  ad un’economia regolata ad un’agricoltura sana e non avvelenata dai pesticidi. E’ dagli anni ’90 che ci stiamo  battendo per combattere la deriva normativa che le multinazionali del settore agrochimico e sementiero ( sei grandi Compagnie) stanno cercando di portare avanti, per  acquisire il controllo del sistema agroalimentare globale, con ogni mezzo”. 

Fra le varie minacce portate dalle multinazionali  Vandana  indica la fusione fra la Monsanto e la Bayer, attraverso la quale questi due colossi mondiali  (sementi e chimica) otterrebbero il controllo di circa il 31% del mercato globale dei semi ed il 26% di quello dei pesticidi. “Ve l’immaginate quale potere avrebbero se riuscissero a fondersi? In India il loro progetto è stato rigettato a seguito delle lotte dei contadini   dall’antitrust, ma questo organismo   è stato denunciato.  E ogni compagnia  sta violando qualsiasi diritto legale, ricorrendo anche alla creazione di società di comodo per aggirare l’ostacolo da non superare del 50% fissato dalle  leggi antitrust.  L’ Europa dovrà esprimersi in merito il  12 marzo. La fusione va scongiurata assolutamente”.

Ma quali altre conseguenze oltre a quelle economiche porterebbe questa fusione? 

I risultati sono già nei fatti. In India migliaia di contadini non avendo più risorse per la sopravvivenza si sono suicidati altri  si sono ammalai per l’uso dei pesticidi. Il maggior numero di suicidi, ma si dovrebbe dire omicidi colposi,  si ha nelle zone dove la Rivoluzione Verde ha stravolto il modello agricolo, distruggendo la biodiversità, l’agricoltura tradizionale, il suolo, le risorse idriche e le basi di sussistenza degli agricoltori. La globalizzazione ha tolto di mezzo la diversità delle colture e dei mercati locali, essendo il modello agricolo basato sulle monocolture  il guadagno degli agricoltori deriva da un unico acquirente, il governo o una multinazionale. I contadini vengono pagati una miseria ( 10 rupie ogni 50 chili di patate), rivendute a 20 rupie ogni mezzo chilo…Il fatto è che la presenza di queste multinazionali ha prodotto una distruzione del suolo coltivabile del 75% e una riduzione delle biodiversità del 50%. Il raccolto viene considerato una merce e non più una risorsa. In venti anni le multinazionali hanno trasformato l’economia indiana in un mercato per semi e prodotti agrochimici molto costosi e in un fornitore di merci a basso costo. L’obbiettivo di queste multinazionali è ridurre l’occupazione e aumentare i profitti. Insomma, si va verso un’agricoltura senza agricoltori. Noi pensiamo invece che l’agricoltura deve essere di  tutti e  per tutti e non solo di quell’un per cento che ha deciso di avvelenarci.

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