venerdì, Settembre 25

Valori e disvalori nella Spagna di oggi

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“Quella spagnola è una società matura e pacifica che però ha perso alcuni valori come quello della famiglia come organo primario della società e quello della spiritualità”. La pensa così Ignasi Miranda, 46 anni, direttore dei programmi di approfondimento giornalistico di Radio Estel, emittente vincolata all’Arcidiocesi di Barcellona. Miranda, che dirige anche la Messa del secondo canale della televisione pubblica e che oltre a essere un giornalista è anche un musicista, è un osservatore privilegiato della realtà spagnola e catalana attuale: è infatti il conduttore di “El Mirador de l’Actualitat”, uno spazio quotidiano all’interno del quale dibattono sui temi del giorno esponenti del mondo della politica, dell’economia, della cultura, della società. Con lui abbiamo discusso dell’attualità politica, delle difficoltà in cui si dibatte il governo Rajoy, del futuro del suo Presidente; ma anche delle tensioni tra Madrid e Barcellona e del ruolo della Chiesa nella Spagna di oggi.

 

Ignasi, iniziamo dall’ultimo fatto di cronaca: lo scorso 19 dicembre un uomo di 37 anni, Daniel Pérez Berlanga, per motivi ancora ignoti, si è lanciato con la sua automobile piena di esplosivo contro l’entrata della sede centrale del Partido Popular, in Calle Génova, a Madrid. Le bombe non sono scoppiate né ci sono state vittime: l’uomo è stato arrestato. Credi che in Spagna si possa parlare di un pericolo terrorismo?

Sinceramente ritengo di no: non esiste in Spagna uno specifico pericolo terrorista. L’Eta, che causò centinaia di morti nei decenni passati, ha fortunatamente annunciato qualche tempo fa l’addio alla lotta armata. Il pericolo di terrorismo che può esserci nel nostro Paese è quello internazionale, condiviso con il resto dell’Europa. Credo infatti che le le ragioni di quest’ultimo episodio di cronaca, che ritengo un caso isolato, vadano ricercate nello “scoramento sociale”, nella disperazione causata da questi 6 anni di crisi. Ci sono stati molti tagli alla spesa sociale, incremento di tasse, riforme impopolari, che hanno causato anche qualche problema di ordine pubblico. Per fortuna le famiglie, ma anche molte Ong e la stessa Chiesa si sono sostituite allo Stato, preservando la pace sociale.

Passiamo alla politica interna. Il Partido Popular, forza di maggioranza assoluta, vive mesi difficili. Le dimissioni del Fiscal General del Estado (un altissimo magistrato di nomina governativa, ndr), Eduardo Torres Dulce, sono state solo l’ultima di una serie di defezioni che hanno funestato gli ultimi mesi dell’esecutivo Rajoy. Ricordiamo quella del responsabile della Giustizia, Alberto Ruiz Gallardòn, e della titolare del dicastero della Sanità, Ana Mato. I poteri forti stanno abbandonando Mariano Rajoy?

Non penso: credo che la ragione di questi problemi sia da ricercare soprattutto in logiche interne al Partido Popular. Tutti i governi possono avere questo tipo di problemi, soprattutto se si trovano a operare in circostanze difficili come quelle in cui si trova la Spagna di questi anni. Ciò non vuol dire che non siano stati inaspettati. Il governo in più di un’occasione è stato preso in contropiede e ha dato l’impressione di non avere ben chiara la direzione da prendere. Riguardo a Torres Dulce, c’entra anche la questione catalana. Il Fiscal General del Estado è di nomina governativa ma è comunque rappresentante di un organo indipendente dal potere politico. Torres Dulce, che ha sempre rivendicato quest’indipendenza, si è trovato ultimamente in polemica con il governo, che avrebbe preferito che fosse più contundente nei confronti del Presidente della Generalitat Artur Mas, colpevole di avere indetto il processo partecipativo dello scorso 9 Novembre nonostante ci fossero due pronunce in senso contrario da parte del Tribunal Consitucional. In quel caso, Torres Dulce si era inizialmente rifiutato di seguire la linea dura richiesta non solo da Rajoy, ma alcuni dei settori più radicali del Pp: ha dovuto poi soccombere, denunciando sia Mas che gli assessori all’Istruzione e agli Interni per una serie di reati connessi la “manifestazione con le urne” dello scorso 9 Novembre. Si è dimesso neanche un mese dopo, motivando la decisione con “ragioni personali”: tutte le ragioni sono personali, anche quelle politiche, ed è difficile non intravedere un legame tra la sua rinuncia e la questione catalana, che probabilmente è stata solo l’ultima di una serie di tensioni latenti con il governo.

La Spagna si trova alla vigilia di un anno elettorale molto intenso: il 24 maggio del 2015 ci saranno elezioni comunali e regionali, in autunno le politiche. Dopo due anni e mezzo di governo dedicati alle riforme economiche, spesso impopolari, Mariano Rajoy è stato impegnato negli ultimi mesi a fronteggiare tre grosse minacce verso il suo governo: gli scandali di corruzione, che hanno toccato anche l’inner circe dello stesso primo ministro; la questione catalana; la crisi economica, che se anche migliora secondo tutti gli indicatori tuttavia è vissuta ancora sulla pelle da milioni di famiglie. Quali saranno le linee guida che Mariano Rajoy cercherà di seguire per ambire a una difficile riconferma?

Il governo si muoverà principalmente verso due direzioni. In prima battuta, cercherà di fare in modo che i risultati – che probabilmente Rajoy sperava che arrivassero prima – delle riforme varate in questi anni possano essere tangibili al più presto. Correggerà probabilmente anche alcune delle leggi più impopolari: ad esempio, ridurrà l’Irpef, che nei primissimi mesi di governo aveva aumentato, a dispetto del suo programma elettorale che andava in senso esattamente contrario. In secondo luogo, cercherà di “vendere” gli aspetti positivi del suo governo, che la maggioranza dell’opinione pubblica non ha visto. La maggioranza assoluta di cui gode Rajoy è stata infatti un’arma a doppio taglio: ha consentito di procedere ad approvare le riforme in tempi rapidi, ma queste non sono state sufficientemente dibattute e hanno creato in molti casi un vero e proprio rifiuto sociale. Non è detto però che i tentativi del governo possano bastare per rimanere al potere: all’interno dello stesso Pp la situazione non è granitica e ci vorrà molto lavoro da parte della direzione del partito per evitare fratture interne. Due temi su tutti: l’aborto e, ancora una volta, la questione catalana. Sull’interruzione volontaria della gravidanza il governo aveva redatto un disegno di legge molto più restrittivo rispetto alla disciplina attuale: disegno di legge che è poi stato ritirato causando le dimissioni del Guardasigilli Ruiz Gallardòn. Questo ha causato un diffuso malcontento in una parte sostanziosa dell’elettorato cattolico, che potrebbe ora decidere di astenersi o di votare Vox, una forza politica più marcatamente di destra. Rajoy ha detto da poco che tornerà prima delle elezioni sul tema dell’aborto ma sorge il dubbio che il danno ormai sia stato fatto. Sulla Catalogna il primo ministro viene considerato, a seconda di chi lo attacca, o troppo moderato – perché ha consentito che la votazione del 9 Novembre si svolgesse comunque, nonostante i divieti del Tribunal Constitucional – o troppo radicale, per non avere mai proposto una soluzione alternativa rispetto al no all’indipendenza di Barcellona. Questo è un altro punto del contendere tra il premier e i suoi nemici interni.

Evinco anche da questa tua ultima risposta che il Pp è diviso. Questo fatto mette in discussione anche la candidatura alle prossime elezioni dell’attuale primo ministro?

Mariano Rajoy ha dichiarato recentemente che intende presentarsi come candidato primo ministro al voto del prossimo autunno: credo che questo chiuda ogni possibile discussione a riguardo. I suoi avversari all’interno del Pp, che non sono pochi – ad esempio, l’area che fa capo all’ex Presidente della Comunidad de Madrid Esperanza Aguirre – e hanno lanciato alcuni segnali di sfida negli ultimi mesi, non hanno la forza né la coesione per potere combattere contro il premier, che è anche leader del partito. Penso che il Pp si presenterà nel 2015 per la quarta volta di seguito capeggiato da Mariano Rajoy.

In questi mesi – e anche in quest’intervista – ci siamo soffermati più volte sulla spinta indipendentista che in Catalogna sono state negli ultimi anni sempre più forti. Le tensioni con Madrid non sono mai sopite e Artur Mas si trova ora di fronte a una decisione fondamentale: chiudere la legislatura ora e andare allo scontro finale oppure rinviare tutto alla scadenza naturale del mandato, prevista per Novembre 2016. Ci saranno nei prossimi mesi elezioni “plebiscitarie” con una lista unica indipendentista, come proposto dallo stesso Mas lo scorso 25 novembre?

Tutto è possibile ma ritengo che nuove elezioni non siano al momento in Catalogna all’ordine del giorno. Sia Mas che Junqueras, il leader di Esquerra Repùblicana, il suo principale alleato-avversario in questa fase, sono a parole d’accordo sullo sbocco finale di tutto il processo – l’indipendenza della Catalogna – ma discordano sui modi in cui arrivarci. Alle elezioni “plebiscitarie”, ad esempio, Mas vorrebbe presentarsi con una lista unica, Junqueras con liste separate unite però dallo stesso comune denominatore dell’indipendenza. Per questo penso che in Catalogna non andremo a votare a breve per il nuovo Parlamento della Generalitat. Inoltre Uniò, il secondo socio di CiU, il partito di Mas, è confederalista e si situa su posizioni attendiste: i rapporti di potere in Spagna potrebbero cambiare nel corso del prossimo anno elettorale e la chiusura totale che oggi Madrid mostra verso Barcellona potrebbe diventare solo tra qualche mese con un nuovo inquilino alla Moncloa un’apertura parziale. Credo che Mas continuerà a governare in minoranza, cercando appoggi concreti sulle varie questioni senza fare accordi politici organici: ma solo lui ha in mano il pallino di un’eventuale interruzione anticipata della legislatura e credo che utilizzerà fino in fondo quest’arma di pressione.

Da conduttore di “El Mirador de l’Actualitat” hai una posizione privilegiata per capire che tipo di Paese sia quello in cui vivi, quali siano i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza. In definitiva, come definiresti la Spagna che si appresta a entrare nel 2015?

La nostra è una società matura, senz’altro preoccupata per la crisi e per il dibattito territoriale, ma al fondo pacifica, ricca di capitale umano, sociale, generosità e diversità. Se devo parlare di aspetti per me negativi, si sono persi forse per strada alcuni valori come fondamentali come quello della famiglia come organo di base della società, come quello della spiritualità, come quello della cultura cristiana come patrimonio di tutta la società. Credo che questo sia purtroppo connesso a dei pregiudizi legato al passato. Mi piacerebbe che si recuperasse anche un altro aspetto che ritengo fondamentale come il valore dell’impegno in tutti gli aspetti della propria vita personale e sociale.

Sei un giornalista cattolico: quale pensi che debba essere il ruolo della Chiesa nella Spagna di oggi?

La Chiesa non ha più l’influenza che aveva 50 anni fa: penso che il suo ruolo principale debba essere quello di mettere in pratica la sua dottrina sociale, attraverso istituzioni come ad esempio la Caritas, che si occupano in modo esemplare dei più sfortunati. Credo inoltre che quella di oggi sia una Chiesa matura, che ha accettato e compreso il principio di separazione tra il potere politico e il potere spirituale: una separazione che significa anche riconoscimento reciproco e collaborazione mutua. Se posso riassumere con un concetto quello che penso debba rappresentare la Chiesa di oggi è questo: mettere a disposizione della pluralità di una società complessa tutto il patrimonio di duemila anni di storia.

 

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