mercoledì, Settembre 30

Valentino Parlato: una vita dalla parte del torto

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Battuta, feroce, ma giustificata:  «E’ certamente ingiusto perseguitarli, ma quei film sono di una noia mortale, e il regime sovietico qualche ragione a vietarli l’aveva». Sorridente e pacato, l’ennesima sigaretta tra le labbra, me la ricordo bene la ‘stroncatura’ di Valentino Parlato, al termine dell’ultima ‘sbobba’ di quella mattutina retrospettiva del Festival del cinema di Locarno dedicata al film russo perseguitato dal regime di Leonid Breznev e compagni.
A Roma Parlato lo vedevo più in televisione (pochissimo), e per qualche anno quando nel bar di via Tomacelli beveva un caffè con gli altri del ‘Manifesto‘. In quel palazzo c’erano tanti altri giornali, oggi chiusi. Poi, quando dalla troppo costosa redazione del centro, ‘Il Manifesto‘ si trasferisce, in una zona più periferica, finite anche le occasioni per incontrarlo. C’erano solo quei dieci giorni di festival ad agosto in Svizzera: Locarno è tutto sommato un piccolo borgo, la Piazza Grande e poco altro. In un giorno può capitare di incrociarsi anche tre, quattro volte.
Quel Festival del cinema gli piaceva molto, e a ragione: ancora non preda completamente delle spietate logiche del quattrino, moltissimi film che o li vedi lì, o devi avventurarti in laboriosissime ricerche internet per trovare il DVD, eccellenti pellicole di Paesi emergenti o che affondano schiacciati da guerre, fame e miseria, ma con cineasti con voglia di fare.
Valentino Parlato faceva parte da anni di quella tribù che si dà tacito appuntamento a Locarno; e certo, il tempo passa anche là: un paio d’anni fa ha dato per sempre ‘buca’ Gianluigi Melega, che anche lui con la compagna Irene Bignardi, veniva sempre; e ora Valentino Parlato

Lo ricorderanno soprattutto perché con altri che non ci sono più (Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Massimo Caprara, Michelangelo Notarianni, per fare alcuni nomi), si fa radiare dal PCI nel 1969: guardano alla Cina, fondano ‘Il Manifesto‘, mensile e presto quotidiano… Penna agile e ironica, gli era superiore, solo Luigi Pintor, maestro nel corsivo-sberleffo, cesellatore instancabile l’uno, apparente svagato l’altro; ma una maschera, che di economia sapeva, e sotto sotto lo capivi che non ci credeva neppure tanto alle cose che pure sosteneva, e che il mercato è meglio sia libero che controllato da un’entità statale. I suoi articoli erano rapidi, andava dritto al sodo; nulla a che fare con le elaborate e sapienti articolesse di una Rossana Rossanda, o le elaborazioni di una Luciana Castellina, borghese fino alla cima dei capelli, e al tempo stesso pasionaria che negli anni Cinquanta faceva andar di matto mezzo PCI quando attraversava i corridoi di Botteghe Oscure. Ora, di quella stagione, sono rimaste solo loro, Rossanda a Parigi; Castellina a Roma. Tramonto di un mondo, di un epoca; da non mitizzare, da non rimpiangere. Solo diversa, con altre logiche, non necessariamente migliori.

Valentino Parlato: come tanti della sua generazione, accanito fumatore. Non le Gitanes, non le Gauloise; lui prediligeva le Pueblo, anche quattro pacchetti al giorno. E di buon mattino un bicchiere di vino bianco, spesso.

Nato a Tripoli nel 1931 (la Libia era colonia italiana, allora; e il padre era funzionario del fisco), Parlato, vent’anni dopo riesce a farsi espellere dal protettorato britannico. Com’era andata? Accende una sigaretta, ne aspira una boccata, un sorso di Chevalier Blanc, poi racconta: «Studiavo legge. Tutto congiurava perché diventassi avvocato a Tripoli. Poi, chissà, Gheddafi mi avrebbe cacciato via come ha fatto con tutti gli altri italiani, e chissà quale sarebbe stato il mio destino. Invece ci pensano gli inglesi, a rimpatriarmi. Divento funzionario del PCI, lavoro con Giorgio Amendola. Dopo un po’ faccio il giornalista economico a “Rinascita”, il settimanale voluto da Palmiro Togliatti. Conosco Luciana (Castellina, ndr) e Rossana (Rossanda, ndr), e la mia vita cambia. Quando esce il primo numero del ‘Manifesto’ ho 38 anni; vendiamo la bellezza di trentamila copie. Enrico Berlinguer ci prova a mediare, fa davvero di tutto per evitare la rottura; ma quando l’Unione Sovietica invade la Cecoslovacchia, noi usciamo con un titolo: “Praga è sola’. E’ una durissima critica al PCI che non ha condannato l’intervento sovietico. L’articolo è senza firma, espressione di tutto il collettivo, ma lo ha scritto Pintor, calcolando al millimetro ogni parola, come lui sapeva fare”. E le nostre strade si dividono da quelle del PCI».

Licenziato da ‘Rinascita‘, il gruppo del ‘Manifesto‘ viene radicato dal partito. Il 28 aprile 1971 la rivista si trasforma in quotidiano.

Il Parlato di oggi? Assieme a Rossanda lascia polemicamenteIl Manifesto‘, non ritrovandosi più in quel giornale; però, ultimamente qualche articolo lo pubblicava ancora, quasi sempre un ricordo di compagni ‘andati’. Politicamente ondivago: sostiene il Governo Dini e il primo Governo Prodi; poi tradisce la sinistra, e vota per sindaco di Roma, Virginia Raggi… Diciamo che sapeva quel che non gli piaceva, ma era sgomento per la debolezza della sinistra in cui aveva creduto tutta la vita. Nell’ultima intervista, rilasciata a ‘Repubblica‘, confessa: «Siamo in una fase di passaggio, le forze di produzione sono cambiate ma non sappiamo come analizzarle; il lavoro umano è diventato meno importante di una volta; servirebbe una rielaborazione del pensiero, ma la sinistra ragiona come se il passato fosse ancora presente. E’ in crisi la speranza, mio nipote che ha 9 anni e so già che avrà meno possibilità di quelli della mia generazione. Non si può non essere pessimisti». Una vita intera dalla parte del torto, per rubare un felice slogan usato dal giornale per chiamare i Lettori a un’ennesima campagna di sottoscrizione.

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