lunedì, Settembre 21

Uzbekistan, un disgelo nel cuore dell’Asia centrale I nuovi dirigenti di Tashkent stanno cambiando parecchio il volto di un regime tra i più oppressivi aprendo comunque il Paese al mondo

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Dopo la morte di Stalin, 64 anni fa, in tutto il mondo si assistette e si parlò di ‘disgelo’ del regime sovietico, un termine e un concetto ricavati da un celebre romanzo russo dell’epoca. Per molti il fenomeno finì col rivelarsi deludente, fuori e dentro l’URSS, anche dopo la ‘destalinizzazione’ attuata da Nikita Chrusciov, che in realtà non modificò le fondamenta e le maggiori peculiarità del regime ma si limitò ad attenuarne il carattere più crudamente repressivo.

Le correzioni di rotta non furono tuttavia insignificanti, e infatti incontrarono non poche resistenze ai piani più alti del potere. Furono anzi di tutto rilievo, sotto vari aspetti e specialmente in politica estera, pur rimanendo molto al di qua, come in campo interno, della svolta promossa da Michail Gorbaciov verso la fine degli anni ’80, e peraltro fatale al regime stesso e alla federazione subentrata all’impero zarista.

Curiosamente, ma non casualmente, le analogie abbondano con quanto sta accadendo adesso nella più popolosa delle cinque repubbliche postsovietiche ed islamiche dell’Asia centrale nonché inferiore per numero di abitanti (32 milioni), tra tutte le eredi dell’URSS, solo alla Russia e all’Ucraina: l’Uzbekistan.

Indipendente come le altre dal 1991, esso è stato ininterrottamente retto, da allora e fino alla morte nel settembre 2016, da un solo capo supremo, Islam Karimov. Un fatto, questo, non certo eccezionale nella regione, e però riguardante un autocrate che era altresì un despota più duro ed efferato di altri suoi simili, collocabili come lui nella categoria dei ‘piccoli Stalin’ di cui si parlava un tempo.

Piccoli in confronto al prototipo, nella fattispecie, non solo per le diverse dimensioni dei rispettivi Paesi. Se Stalin non si era distinto soltanto per la sua brutalità, a Karimov poteva essere riconosciuto un unico merito: la salvaguardia dell’unità e dell’indipendenza del proprio Paese, assicurata muovendosi con una certa destrezza tra la vecchia potenza dominante e le altre maggiori del pianeta, vicine o lontane, tradizionali o emergenti.

Non poco, se si vuole, nel cuore di una regione coinvolta in vario modo nei conflitti in Afghanistan e minacciata più di recente dall’esplosione dell’estremismo islamico. Che Karimov ha tenuto a bada da par suo, cioè col massimo rigore anche a carico delle pratiche religiose come tali e non riuscendo tuttavia ad impedire che numerosi concittadini andassero ad ingrossare le file dei foreign fighters, sotto le bandiere del califfato o di altre formazioni jihadiste.

Destrezza e rigore non sono comunque bastati a favorire lo sviluppo economico, l’ascesa ad un livello di benessere popolare minimamente soddisfacente e il conseguimento di un apprezzabile progresso civile, tutti ostacolati dal rifiuto delle necessarie aperture sia politiche sia socio-culturali e dal perdurare di un clima pesante, all’interno del Paese come nei rapporti esterni con gli immediati vicini. La multiforme comunanza con i quali, infatti, non impediva pericolose tensioni soprattutto con la Kirghizistan e una prevalente incomunicabilità anche con il resto del gruppo.

Tutto ciò spiega l’attesa di possibili effetti positivi da un evento come il decesso di Karimov, avvenuto o annunciato, del resto, in circostanze scarsamente trasparenti e rievocative per certi aspetti della scomparsa di Stalin. L’attesa venne ben presto un po’ mitigata dall’avvento alla testa del regime di un uomo, Shavkat Mirziyoyev, che aveva strettamente collaborato col predecessore (per non dire operato ai suoi ordini) per 13 anni nella veste di capo del governo e quindi ne condivideva quanto meno le responsabilità, se non necessariamente l’ispirazione e la visione delle cose.

La successione avrebbe però potuto rivelarsi ancora più deludente, elevando ad esempio alla suprema carica un cosiddetto uomo forte come il capo dei servizi di sicurezza Rustam Inojatov, più direttamente responsabile ex officio di una repressione tanto spietata quanto sistematica e quindi difficilmente immaginabile come campione di svolte in tutt’altra direzione. Per non parlare, poi, di una ventilata successione di tipo dinastico che premiasse una delle due figlie del defunto, magari proprio quella dimostratasi più ambiziosa ma anche poco raccomandabile, al punto da cadere in disgrazia persino presso il genitore.

Non è escluso che la promozione di Mirziyoyev non sia stata del tutto incontrastata. L’investitura dell’ex premier non è avvenuta istantaneamente bensì tre mesi dopo l’inizio della vacanza presidenziale e seguendo le normali procedure costituzionali, ovvero formalmente democratiche in un Paese nel quale la democrazia è rimasta solo scritta sulla carta. Eletto comunque con voto quasi unanime nel dicembre 2016, si è subito presentato con un volto decisamente e ostentatamente innovatore, pur astenendosi da brusche rotture col passato paragonabili alla plateale denuncia chruscioviana dei crimini di Stalin negli anni ’60 del secolo scorso.

Benchè le promesse e i preannunci siano stati finora più numerosi degli atti e fatti concreti, e in qualche caso non siano mancati passi indietro e rinvii, il complessivo bilancio provvisorio della nuova gestione consente di riscontrare quanto meno gli estremi di un effettivo disgelo, di per sé promettente anche se bisognoso di adeguate conferme e, se possibile, di ulteriore sviluppo.

Sotto il profilo politico spiccano la scarcerazione, spesso dopo lunghi anni di detenzione, di numerosi dissidenti veri o presunti, il rimpatrio di alcuni esuli e la riabilitazione di ministri e alti funzionari più o meno arbitrariamente destituiti e perseguitati. Si sono registrati per contro qualche nuovo arresto e alcuni decessi sospetti in carcere, dove peraltro i detenuti subivano frequenti o addirittura abituali torture, che adesso sono state vietate come strumento per estorcere confessioni.

Per la prima volta dopo molti anni è stata ammessa la visita di una delegazione di Human Rights Watch per vigilare appunto sul rispetto dei diritti umani. Sulla stampa, in precedenza succube del potere, sono comparsi i primi accenti critici nei confronti dei governanti e denunce di situazioni inaccettabili. In materia religiosa è stato revocato il divieto del tradizionale appello dei muezzin alla preghiera dall’alto dei minareti mentre migliaia di persone sono state cancellate dalle “liste nere” di credenti in odore di estremismo sovversivo.

Appena eletto il nuovo presidente aveva promesso l’abolizione dei visti di espatrio di sovietica memoria, rinviandola però poco dopo al 2019, mentre la prevista agevolazione del rilascio dei visti d’entrata per i turisti stranieri è stata rimandata al 2021. Particolare rilievo merita il proposito ufficiale di sopprimere una pratica impopolare come il lavoro coatto di tutti i cittadini nei campi di cotone in occasione del raccolto, benchè anche qui sembra che si proceda con lentezza e qualche parziale ripensamento.

Pronti a mettere in programma, infine, l’edificazione di uno Stato di diritto sinora carente, cominciando da una reale indipendenza della magistratura, i nuovi dirigenti si mostrano invece restii o esitanti ad aprire le porte ad una democrazia per sua natura competitiva, ossia a tollerare istituzionalmente un’opposizione. In compenso, il loro slancio innovatore appare più risoluto e credibile proprio in campo economico, avendo sicuramente ottime ragioni per conferirgli la priorità benchè non vada dimenticato che il contesto e i condizionamenti politici diventano anche qui, prima o poi, decisivi.

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