giovedì, Luglio 2

Ustica, quarant’anni senza verità e giustizia Nei cieli italiani, una vera e propria guerra

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Una mattina come tante, in redazione. Un collega da qualche giorno ha cambiato testata, ora lavora per la ‘concorrenza’. E’ lui che si occupa dall’inizio della Strage di Ustica, il DC9 Itavia partito il 27 giugno 1980 da Bologna, ed esploso sui cieli di Ustica con le sue 81 persone a bordo. Il capo-redattore si guarda intorno: tante scrivanie vuote, e in fondo un redattore di fresca assunzione: ‘Tocca a te, occupatene, e ti ritrovi in mano un fascio di agenzie che parlano dell’ennesimo sopraluogo dei magistrati e dei periti nell’hangar di Pratica di Mare dove sono custoditi i rottami dell’aereo ripescati. “Quindici righe non di più, per un fuoricampo di quaranta secondi”. ‘Fuoricampo’, per i non addetti, è una video-notizia: immagini quasi sempre di repertorio che scorrono, mentre il conduttore del telegiornale legge un breve testo.

Da quel giorno, chi scrive, si occupa stabilmente della strage di Ustica. Certo, all’inizio pensavo a uno dei tanti oscuri episodi che hanno insanguinato il Paese. Eccomi qui, a quarant’anni da quella strage, a porre le stesse domande, a cercare le stesse risposte.

Le immagini della strage, e le successive: i corpi in mare recuperati, i rottami dell’aereo con certosina pazienza ricostruito, gli effetti personali recuperati… le avrò viste mille volte, nelle salette di montaggio. Tra le tante ce n’è una che ogni volta emoziona e commuove: quella di un bambolotto, avvolto in un cellophane: chissà di chi; su quell’aereo c’erano tanti bambini: Daniela, Tiziana, Alessandra, Giovanni, Giuliana, Alessandro, Nicola, Maria Grazia, Sebastiano, Francesco, Antonella, Giuseppe, Vincenzo, Giacomo… tutti insieme non fanno cent’anni. Oppure era il regalo per qualcuno in attesa a Palermo, e che da quella sera del 27 giugno 1980 attende verità e giustizia…

C’è poi un’altra immagine, con la quale chiudo quasi sempre i servizi, a visiva memoria: sono i giubbotti-salvagente gialli, allineati; ognuno corrisponde a una persona, a una storia, a degli amori, dei sogni, delle vite insomma: sonosolo81, e non finiscono mai… 

Cosa sappiamo di quella strage quarant’anni dopo? Sappiamo che il DC-9 a quell’ora non doveva essere lì; e invece c’era, per via di un non previsto ritardo; e si trova al centro di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata, dice il giudice Rosario Priore

Sappiamo che quella notte, in volo c’erano molti altri aerei, francesi, libici, italiani, di altre nazionalità; e questo lo dice la NATO. 

Sappiamo che non è vero che la base militare francese di Solenzara, in Corsica era chiusa dalle 5 del pomeriggio, come un qualunque ufficio postale, ma era al centro di una intensa attività, aerei in decollo e atterraggio; sappiamo che in quella porzione di Mediterraneo c’era sicuramente una portaerei francese

Sappiamo che per non aver saputo garantire la sicurezza dei voli è stato condannato il Ministero dei Trasporti; e sappiamo che per aver ostacolato il raggiungimento della verità è stato condannato il Ministero della Difesa

Sappiamo che la strage, come altre, è ‘segnata’ da depistaggi, tradimenti, prove e registrazioni cancellate, segreti di Stato, interferenze, prescrizioni che salvano dalla condanna funzionari ed ufficiali coinvolti nell’azione di occultamento delle prove. 

Ci sono poi le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il messaggio consegnato ai parenti delle vittime della strage di Ustica nel 2016. Parole su cui dovremmo riflettere più di quanto non si sia fatto. 

Dice, il Presidente, che «le democrazie si fondano su valori e diritti che non possono sottrarsi al criterio della verità». Verità, cioè: conoscenza. E auspica,  testuale, che «si riescano a rimuovere le opacità purtroppo persistenti». Proprio così: «Opacità purtroppo persistenti». Persistenti: significa  un qualcosa che permane costantemente nel tempo, si prolunga oltre il previsto, comunque per un lungo periodo. Questo dice il presidente Mattarella; e ognuno ora ne tiri la giusta somma.

Sappiamo che il presidente Francesco Cossiga, a lungo sostenitore della bomba a bordo e della teoria dell’attentato, poi dice che il DC-9 è stato abbattuto, ‘per errore’, dai francesi. 

Qualche anno fa sono stati pubblicati i diari che l’ambasciatore Ludovico Ortona, capo ufficio stampa al Quirinale quando l’’inquilino’ era Cossiga. Un grosso volume di oltre seicento pagine, ‘La svolta di Francesco Cossiga’. Aragno editore. È il diario di un settennato, quello che va dal 1985 al 1992. Si vada a pagina 251, 30 settembre 1989: 

 «…il Presidente si apre oggi un po’ di più su Ustica, e ci dice che ormai se, come sembra, si riduce il campo delle responsabilità a tre Paesi che avrebbero lanciato il missile, gli USA, la Francia o la Libia a suo avviso non si può che nutrire sospetti sui francesi. Infatti, certamente gli americani con il loro moralismo puritano avrebbero tirato fuori qualcosa in nove anni. Dei libici non gli pare credibile. Invece nutre sospetti su come operano i francesi e su come saprebbero mantenere il segreto…. »

Confidenze fatte, ripeto, il 30 settembre 1989. A Parigi, nel frattempo sono cambiate tante cose. Ma i segreti sanno conservarli sempre molto bene.

Sappiamo di una infinita serie di depistaggi, di reticenze e di silenzi colpevoli: da parte di esponenti di istituzioni del nostro paese, personaggi che hanno letteralmente tradito il loro giuramento di fedeltà ai valori costituzionali in nome di una indicibile e inaccettabile ragione di stato. Sappiamo che quella sera in quella porzione di cielo dove viaggia il DC-9 sono in volo anche tanti altri aerei, di nazionalità amica, e non solo.

Sappiamo che per coprire tutto hanno accreditato la tesi del cedimento strutturale. Uno dei tanti depistaggi. Poi quella di una bomba a bordo. Ennesimo tentativo per occultare la verità e i fatti. Le indagini sono state ostacolate in ogni modo: i tracciati dei vari radar sono stati fatti sparire, sono stati manomessi, documenti sono stati distrutti. Le rogatorie internazionali nei confronti di paesi alleati come la Francia sono rimaste inevase: un silenzio che dura da quarant’anni. Gli Stati Uniti hanno risposto solo in parte.

Cos’altro sappiamo? I tracciati forniti dalla NATO al giudice Priore documentano che quella sera, in volo, c’erano ben diciotto aerei.

L’ex Presidente della Repubblica Cossiga, in più occasioni, ha sostenuto che Giuseppe Santovito, allora capo del Servizio segreto militare, gli riferì che sarebbe stato un missile, lanciato da un aereo francese per colpire un aereo libico con a bordo Gheddafi, ad abbattere il Dc9. Sempre Cossiga: «I francesi non lo diranno mai. E se qualche giornalista insiste, chissà che non abbia un incidente d’auto».

Si sperava che qualcosa potesse emergere dopo la desecretazione della documentazione custodita negli archivi dei ministeri voluta dal governo di Matteo Renzi.

Sostanzialmente carta straccia, dicono delusi i familiari delle vittime. Non c’è nessun documento dei giorni e dei mesi immediatamente successivi a quel 27 giugno 1980Verità e giustizia: a quarant’anni anni da quella strage, la richiesta è sempre la stessa.

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