giovedì, Luglio 18

Usciti dalla crisi? field_506ffb1d3dbe2

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La situazione economica dell’Area Euro e dell’Italia non è stata, e non è, particolarmente positiva. Le difficoltà incontrate nel rilanciare il ciclo economico sono evidenti. Rispetto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e al Giappone, l’Area della moneta unica registra tassi di disoccupazione più elevati, tassi di crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) molto più modesti e un tasso di inflazione più basso, ormai prossimo allo 0 per cento.

Su questa particolare condizione dell’economia europea si è discusso in un recente convegno organizzato dal CER (Centro Europa Ricerche) intitolato Exit from the crisis?‘. Il titolo è stato preso dall’ultimo Rapporto Europa del CER che si occupa proprio di indagare il futuro prossimo dell’economia europea per spiegare quali saranno le dinamiche economiche cui assisteremo nei prossimi trimestri.

Al convegno hanno partecipato sia rappresentanti del CER che altri economisti. Il panel era composto da Stefan Collignon, curatore del Rapporto e professore presso la Scuola Superiore S. Anna, dal direttore del CER Stefano Fantacone, da Paolo Guerrieri, Senatore PD, da Fabrizio Saccomanni, attualmente Senior Economic Advisor dell’Istituto Affari Internazionali ed ex ministro dell’Economia. Pierre Ecochard, analista economico della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, faceva gli onori di casa visto che il convegno si è tenuto presso l’Ufficio d’informazione in Italia del Parlamento Europeo.

La discussione è partita dall’analisi del Rapporto del CER. L’Europa, si legge nel Rapporto, sta lentamente uscendo dalla crisi. Gli indicatori economici si sono stabilizzati e la profonda recessione che ha colpito alcune nazioni periferiche è ormai alle spalle. Ciò non implica, però, che la ripresa dell’economia sarà robusta e duratura. Infatti, permangono molte preoccupazioni e dubbi su una decisa inversione del ciclo.

Un primo aspetto interessante sottolineato nella relazione di Stefan Collignon è che sia la politica monetaria della BCE (Banca Centrale Europea) quanto le politiche fiscali hanno ormai margini molti ristretti per ulteriori azioni di stimolo. Da un lato la BCE ha già portato i tassi al minimo possibile e ha già annunciato ulteriori interventi per far ripartire il credito. Quindi, la BCE ha ormai utilizzato quasi tutte le munizioni. Alcune sono pronte ed entreranno in vigore nei prossimi mesi, per altre si dovrà aspettare forse fine anno, ma non ci si può più attendere alcun effetto annuncio, visto che l’istituto di Francoforte non ha più altre frecce da scoccare.

Dall’altro lato è risaputo che i vincoli europei di finanza pubblica impediscono un’ampia politica fiscale contro-ciclica. I dibattiti politici sulla flessibilità, sulla possibilità di sforare il 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil e gli scarsi risultati ottenuti fino ad ora testimoniano quanto sarà difficile per i Paesi caratterizzati da una ripresa debole e incerta poter supportare la ripresa con riduzione di tasse o aumento di spesa pubblica. 

Accanto a questi due problemi, che comportano anche risvolti politici, vi sono altri limiti attuali che caratterizzano la ripresa economica europea.

In primo luogo, rispetto alle altre economie sviluppate, in Europa la crescita degli investimenti è ancora anemica. Questo limita non solo le attuali possibilità di rilancio, ma anche il potenziale di sviluppo futuro. Questa variabile, insieme ai consumi delle famiglie, tende a rendere più fiacca la ripresa economica. Sostenere gli investimenti privati gioverebbe anche al sistema del credito, che avrebbe progetti su cui investire.

Anche stimolare i consumi delle famiglie può essere uno degli ingredienti della ricetta del rilancio economico. Per rilanciare investimenti e consumi non è necessario solo il supporto economico in senso stretto, cioè le agevolazioni monetarie, ma è fondamentale anche ridurre il rischio percepito dagli operatori economici. Il Rapporto del CER enfatizza che i Governi nazionali sono la fonte primaria dei problemi europei. Il problema di fondo, quindi, pare essere principalmente politico cioè nella gestione della cosa pubblica europea.

Questo aspetto cruciale si collega alle riflessioni proposte da Paolo Guerrieri e da Fabrizio Saccomanni. Guerrieri ha sottolineato come l’aggiustamento in Europa sia pesato quasi esclusivamente sui Paesi che registravano deficit delle partite correnti, cioè sbilanciamenti nelle relazioni commerciali con l’estero. Invece, la Germania, che vantava e vanta un surplus commerciale molto marcato, non è stata costretta ad intervenire per modificare lo status quo. Le politiche di aggiustamento sono state fortemente asimmetriche e ciò, a distanza di tempo, sta condizionando il potenziale di crescita soprattutto dell’Area Euro, quindi anche di quelle nazioni, come la Germania, che non sono intervenute per sanare i loro squilibri. Una nota importante sottolineata da Paolo Guerrieri riguarda le riforme strutturali. Vi è una certa differenza tra i consigli della Commissione Europea e quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale). La prima tende a far coincidere le riforme strutturali con la riforma del mercato del lavoro esortando i Paesi membri, Italia inclusa, a lavorare su questo fronte. Il FMI, invece, si concentra su altre variabili quando tratta il problema delle riforme strutturali suggerendo interventi sui mercati dei beni e dei servizi, per creare una ambiente più competitivo. Questa differente visione ha prodotto in Europa una distorsione per cui le riforme necessarie sono soprattutto quelle che modificano il mercato del lavoro, trascurando l’ambiente in cui operano le imprese.

L’ex ministro Saccomanni ha voluto soffermarsi su alcuni aspetti che permettono di completare l’analisi fin qui proposta. Per rendere più efficaci le politiche europee, Saccomanni ritiene indispensabile che l’Europa si doti di più ampi strumenti anticiclici prevedendo risorse apposite all’interno del bilancio comunitario. Solo in questo modo l’Unione potrà controbilanciare i negativi effetti del rigore imposto ai Paesi in deficit. Senza un sistema di compensazione, da effettuare utilizzando le risorse comunitarie, nulla cambierà rispetto allo scenario attuale. Per rendere ancor più efficace questa impostazione attiva della politica comunitaria, Saccomanni suggerisce anche di far partire i dimenticati project bond creando un debito dell’Unione al fine di finanziare grandi investimenti infrastrutturali con l’obiettivo di creare e stimolare la domanda quando quella privata è in contrazione.

Riassumendo, dagli interventi proposti nel corso del convegno sono emersi alcuni punti di convergenza tra tutti i relatori.

Un primo aspetto su cui i relatori sono stato d’accordo è che la crisi è ormai superata, la fase di recessione è ormai alle spalle, anche se non si è ancora innescata la ripresa. L’Europa e l’Italia continuano a marciare a bassa velocità. Sembra di assistere più ad un periodo di stagnazione (alta disoccupazione, bassa domanda e prezzi freddi) che ad un rimbalzo dopo una profonda recessione.

Un secondo aspetto condiviso è che l’aggiustamento strutturale è stato squilibrato in Europa. Alcuni Paesi sono stati costretti a varare interventi molto decisi che hanno fortemente indebolito le economie, mentre altri Paesi, non solo grazie a loro virtù, ma in parte anche a causa di trattati non simmetrici, hanno potuto evitare manovre economiche pervasive.

L’ultimo punto emerso in modo inequivocabile dagli interventi dei relatori è che il problema europeo attualmente pare essere un problema di regole. Regole che non trattano tutti i partecipanti all’Unione allo stesso modo, regole complesse, di difficile attuazione, rigide e senza che vi siano forti deterrenti in caso di violazione delle stesse.

Di conseguenza, pare evidente che per far ripartire l’economia europea sia diventato necessario un processo di revisione di regole e trattati per renderli meno astratti ed evitare di far gravare sull’Unione Europea norme che la penalizzano nel confronto internazionale mettendo fuori gioco una parte dei Paesi membri e, di conseguenza, indebolendo l’intera economia dell’area. Questo processo appare però particolarmente difficile, viste le frizioni presenti in Europa e le diversità di approccio dei diversi Governi. Ma senza la revisione delle regole l’Unione Europea e l’Area Euro difficilmente potranno giocare un ruolo importante nello scacchiere internazionale. 

 

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