domenica, Novembre 29

USA2020: la politica estera di Trump in Africa Nel caso dell’Africa, Trump ha incorporato il continente all’interno della guerra fredda contro la Cina per impedire che la neo potenza mondiale riesca ad acquisire l’egemonia nel continente africano

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L’opinione comune dei media europei è di etichettare l’Amministrazione di Donald Trump di sovranismo. Gli Stati Uniti, in forte crisi sociale, razziale ed economica, si starebbero richiudendo su se stessi. Per avvalorare la tesi ci si sofferma sul dogma politico di Trump ‘America First’. Analisi simili, che tentano di spiegare il delicato e pericoloso momento storico di una potenza mondiale in declino, alla prova dei fatti risultano parziali e contengono il rischio di non comprendere il reale processo in atto negli Stati Uniti.

Il concetto di politica estera americana è totalmente diverso da quello europeo. Le radici della politica estera dell’Unione Europea risalgono alla ‘Cooperazione politica tra Stati del 1970 tesa a promuovere l’integrazione dei Paesi membri. In generale la politica estera dell’Unione Europea è incentrata sulla promozione nel resto del mondo dei principi di base: democrazia, Stato di Diritto, principi di uguaglianza e di solidarietà, oltre a promuovere gli interessi delle industrie europee e garantire l’accesso a nuovi mercati e materie prime.

Il concetto di politica estera americano ruota al contrario nella difesa degli interessi interni degli Stati Uniti. Il principio base, sviluppato fin dalle guerre contro il Messico (1846 – 1848), è il controllo di intere aree geografiche considerate prioritarie per lo sviluppo economico statunitense, in primis l’America Latina. Ogni situazione interna nei paesi esteri viene analizzata se conveniente o meno agli interessi economici americani. In caso di contrasto, le azioni di intervento (comprese quelle militari) sono giustificate etichettandole come ‘Difesa della sicurezza interna’ degli Stati Uniti.  Il concetto è semplice. Ogni avvenimento interno ad un altro Paese che possa mettere repentaglio gli interessi economici e la supremazia americana viene considerato un pericolo per la stabilità interna degli Stati Uniti.

Il Presidente Donald Trump non sta promuovendo l’abbandono delle mire geostrategiche americane nel mondo. Sta definendo le priorità in determinate aree in quanto il malessere economico statunitense non permette più azioni a lungo termine su tutte le caselle della scacchiera internazionale. Quindi non più interventi a tappeto su tutti i Paesi del pianeta ma interventi mirati su aree geografiche strategiche per gli interessi americani. Questo indirizzo strategico ha portato ai ritiri delle truppe americane in Iraq e Afghanistan. Ritiri che sono stati accelerati negli ultimi mesi.

Se la politica estera rivolta alla Russia è concentrata su un disgelo nonostante le accuse di interferenze durante le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca, la Cina rimane il nemico numero uno degli Stati Uniti da contenere a tutti i costi. La guerra fredda contro Pechino avrebbe spinto l’Amministrazione Trump a dissociarsi da varie istituzioni internazionali come per il caso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità all’inizio di quest’anno. Trump accusa varie organizzazioni internazionali tra cui le Nazioni Unite, di essere corrotte, inefficaci, non riformabili e totalmente controllate dalla Cina. Dietro le scuse di interferenze cinesi si potrebbero nascondere altri motivi che spingono gli Stati Uniti a uscire dalle organizzazioni internazionali.

È difficile intravvedere una influenza di Pechino sul Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, eppure Trump ha deciso una fuoriuscita degli Stati Uniti nel 2018. Si ricorda che gli USA non riconoscono nemmeno la C.P.I. (Corte Penale Internazionale). Altrettante improbabili le influenze di Pechino sul nucleare iraniano e gli accordi sul clima di Parigi, eppure Trump ha interrotto l’accordo sul nucleare iraniano e sconfessati gli accordi sul clima di Parigi durante il suo primo mandato.

Nel caso dell’Africa, Trump ha incorporato il continente all’interno della guerra fredda contro la Cina per impedire che la neo potenza mondiale riesca ad acquisire l’egemonia nel continente africano, considerato strategico sia per le risorse naturali presenti sia per i suoi potenziali di sviluppo economico ed industriale. All’interno della politica estera americana in Africa si stanno sviluppando due altre esigenze non di minore importanza. Il rafforzamento dell’alleato medio orientale: Israele attraverso la creazione di “Stati Amici” nei paesi africani a predominanza mussulmana e la disputa sullo sfruttamento delle acque del Nilo.

Lo scorso 22 ottobre Donald Trump ha esteriorizzato una evidente rabbia contro l’Etiopia (alleato strategico nel Corno d’Africa) per la diga Grande Rinascita, oggetti di pericolosa disputa con Egitto e Sudan. Sullo sfruttamento delle acque del Nilo, Trump nutre forti rancori verso il governo di Addis Ababa che nello scorso febbraio decise di invalidare la mediazione americana, accusando la Casa Bianca di essere parziale e favorire l’Egitto.

Il 23 ottobre, durante una teleconferenza con i leader del Sudan e di Israele, che verteva sulla normalizzazione dei rapporti tra Khartoum e Tel Aviv, Trump ha di fatto sdoganato l’opzione militare che il governo del Cairo potrebbe decidere per risolvere la disputa della Grande Diga della Rinascita.

È una situazione molto pericolosa perché l’Egitto non sarà in grado di vivere in quel modo. Finiranno per far saltare in aria la diga. E l’ho detto e lo dico forte e chiaro – faranno saltare in aria quella diga. Avrebbero dovuto fermarlo molto prima che iniziasse “, ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale con i leader del Sudan e di Israele in vivavoce.

La dichiarazione è stata accolta dal governo etiope con stupore e incredulità. Ora le autorità di Addis Ababa sono convinte che gli Stati Uniti abbiano scelto definitivamente l’alleato egiziano, arrivando addirittura a lanciare messaggi di accondiscendenza in cado di azione militare contro la Diga. Una dichiarazione che giunge un mese dopo la scelta del Dipartimento di Stato americano di interrompere gli aiuti all’Etiopia a causa della sua decisione di iniziare a riempire la diga nonostante non si fosse ancora raggiunto un accordo sullo sfruttamento delle acque del Nilo.  Trump accusa senza mezzi termini l’Etiopia di aver rotto gli accordi tesi ad evitare un conflitto regionale. Secondo il Presidente americano la politica etiope adottata nei confronti della diga sarebbe un grosso errore.

Questo indirizzo di politica estera contrario all’alleato etiope si inserisce nel processo di normalizzazione dei rapporti con Israele. Gli esperti della Casa Bianca e del Pentagono ritengono una priorità, favorire un clima disteso e di collaborazione tra i paesi africani arabi, dopo aver rafforzato il già esistente supporto delle monarchie arabe del Medio Oriente e consolidato il supporto egiziano al blocco israeliano alla striscia di Gaza, gestita dal movimento islamico palestinese: Harakat al-muqâwama al-‘islâmiya (Movimento di resistenza Islamica), conosciuto in occidente con l’acronimo: Hamas.

Fondata nel 1887 da Ahmed Yassin, Abdel Aziz al-Rantissi et Mohammed Taha l’organizzazione vince le elezioni del 2006. Dopo una guerra civile tra Hamas e Fatah, la striscia di Gaza rimane fermamente sotto il loro controllo. Come reazione Israele ha attuato un feroce blocco terrestre e navale che di fatto rappresenta un crimine contro l’umanità a causa delle devastanti conseguenze sull’economia, la sanità e l’autosufficienza alimentare del popolo palestinese.

Dal 2014 il governo del Cairo, blocca ogni accesso a Gaza dall’Egitto, compresi i tunnel sotterranei scavati per far passare la merce di importazione. Secondo le autorità israeliane questi tunnel vengono usati da Hamas per far entrare armi e munizioni. In realtà i tunnel vengono utilizzati soprattutto per importare medicinali, prodotti alimentari di prima necessità e materiale edile. La collaborazione egiziana (che ha portato alla distruzione di molti tunnel e al rafforzamento del blocco economico imposto da Tel Aviv) è spiegabile in quanto i tre padri fondatori di Hamasappartengono alla Fratellanza Mussulmana, organizzazione fuori legge in Egitto dopo la destituzione del Presidente Mohamed Morsi nel 2013 tramite colpo di Stato organizzato dall’attuale Presidente: il Generale Al Sisi.

Nel processo di garantire un sistema di sicurezza per Israele, tramite la ripresa dei rapporti con Stati africani arabi, il Sudan diventa il Paese strategico per eccellenza. Durante il lungo regime di Omar El Baschir, il regime islamico sudanese aveva attivamente appoggiato i gruppi terroristici islamici sunniti, Iran, Hezbollah in Libano e Hamas in Gaza. Paradiso di Bin Laden e di numerosi altri leader terroristici di Al Qaeda e DAESH (ISIS), il Sudan era stato inserito nella lista dei Paesi terroristici, subendo un pesanti sanzioni economiche e isolamento internazionale.

Il Governo transitorio, prevalentemente controllato dalla Giunta Militare che ha deposto il dittatore Bashir nell’aprile 2019, necessita disperatamente della cancellazione dalla lista degli Stati terroristici, al fine di cancellare in toto le sanzioni economiche e far decollare una economia stagnante dopo la perdita della maggioranza dei giacimenti petroliferi del sud (dal 2011 Stato sovrano: Repubblica del Sud Sudan).

Visto che l’Amministrazione Trump ha legato la cancellazione del Sudan dalla lista paesi terroristici alla ripresa dei rapporti con Israele, il governo transitorio sudanese ha accettato senza riserve di diventare un “Paese Amico” di Tel Aviv, consapevole di recare un enorme danno alla causa Palestinese.

Il Sudan entrò in guerra con Israele nella guerra arabo-israeliana del 1948 e nella guerra dei sei giorni nel 1967, sebbene non partecipò alla crisi di Suez. Il Sudan non ha partecipato attivamente alla guerra dello Yom Kippur, poiché le forze sudanesi sono arrivate troppo tardi per partecipare. Israele ha sostenuto le milizie cristiane che hanno combattuto il governo sudanese nella prima e nella seconda guerra civile sudanese. Soprattutto a causa dei rapporti di cooperazione con l’Iran, il Sudan è stato vittima di raid aerei israeliani nel 2009 e 2012.

Nel gennaio e nel febbraio 2009, ci furono una serie di due attacchi aerei in Sudan e uno nel Mar Rosso, condotti da Israele contro il contrabbando di armi iraniane nella Striscia di Gaza attraverso il Sudan. Il governo israeliano ha accennato al coinvolgimento delle forze israeliane nell’incidente senza però ufficializzare l’attacco militare. Nel 2012 una fabbrica di armi a Khartoum fu bombardata dall’aviazione israeliana in quanto sospettata di fornire armi e munizione al movimento islamico Hamas. L’alleanza con l’Iran è stata già rivista negli ultimi anni della dittatura di Bashir al fine di poter usufruire dei prestiti a tassi agevolati e del sostegno economico / politico di Arabia Saudita, Kuwait e Emirati Arabi Uniti.

Il 25 ottobre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che il suo governo invierà grano per un valore di 5 milioni di dollari in Sudan giorni dopo che le due nazioni si siano mosse verso la normalizzazione dei legami in un accordo mediato dagli Stati Uniti. “Non vediamo l’ora di una calda pace e stiamo inviando immediatamente 5 milioni di dollari di grano ai nostri nuovi amici in Sudan Israele lavorerà a stretto contatto con gli Stati Uniti per assistere la transizione del Sudan “, ha twittato l’ufficio di Netanyahu.

Non ci sono stati commenti da Khartoum sull’annuncio che sarebbe stata la prima transazione commerciale tra i due paesi dagli anni ’50. Il Sudan ha ancora la legge sul boicottaggio israeliana adottata nel 1958 in vigore. Separatamente, gli Emirati Arabi Uniti hanno inviato 67.000 tonnellate di grano in Sudan. Un dono indirizzato a convincere la classe politica sudanese della necessità di rialacciare i rapporti con Israele e interrompere la cooperazione con il movimento Hamas. La scorsa settimana una delegazione congiunta USA-Israele era in missione a Khartoum con l’obiettivo di appianare i dettagli dell’accordo con il quale il Sudan accetterà di normalizzare i legami con lo Stato ebraico in cambio di incentivi politici ed economici e la rimozione dalla lista degli stati che sponsorizzano il terrorismo.

Per rendere più appetitosi gli accordi il 24 ottobre gli Stati Uniti hanno stanziatio 81 milioni di dollari per l’assistenza umanitaria al Sudan. Questo nuovo finanziamento porta l’assistenza umanitaria degli Stati Uniti al popolo del Sudan a oltre 436 milioni di dollari per l’anno fiscale 2020, inclusi oltre 33 milioni di dollari a sostegno della risposta sudanese a COVID-19.

Il Presidente Trump in persona si è mosso per revocare la designazione del terrorismo del Sudan e ha anche ospitato una teleconferenza con Netanyahu, presidente del Consiglio di sovranità di transizione del Sudan (TSC) Abdel-Fatah al-Burhan e il primo ministro sudanese Abdulla Hamdok. “I leader hanno acconsentito alla normalizzazione delle relazioni tra il Sudan e Israele e alla fine dello stato di belligeranza tra le loro nazioni. Inoltre, i leader hanno concordato di avviare relazioni economiche e commerciali, con un focus iniziale sull’agricoltura“, recita la dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca. Il ministero degli Esteri sudanese ha confermato una imminente visita di una delegazione israeliana per firmare accordi di cooperazione congiunta su agricoltura, commercio, economia, aviazione e immigrazione.

La pace Sudan Israele è di vitale importanza per il governo di transizione di Khartoum in quanto consentirebbe la riapertura dei finanziamenti internazionali e degli scambi commerciali con l’Occidente (Unione Europea compresa). Per Israele la pace con il Sudan sarebbe l’ultimo tassello delle complicate manovre diplomatiche iniziate nel 2016 per allineare i paesi arabi mediorientali e africani a Tel Aviv, isolando sia Hamasche Fatah e per aver campo libero alla distruzione totale del popolo palestinese occupando i territori ancora “liberi” e sancendo la sottomissione dei palestinesi allo Stato di Israele.

La necessità di rilanciare l’economia nazionale ponendo fine all’embargo e isolamento internazionale, tramite la pace con Tel Aviv, espone il fragile governo transitorio a nuovi rischi di instabilità interna e guerra civile. Vari partiti politici sudanesi hanno respinto la decisione del governo di normalizzare le relazioni con Israele.  I leader dell’opposizione affermano che formeranno un fronte di opposizione contro l’accordo. Venerdì 23 ottobre migliaia di sudanesi hanno manifestato nella capitale Khartoum, a seguito della dichiarazione congiunta di Israele, Sudan e Stati Uniti che ha affermato che i due paesi hanno accettato di “porre fine allo stato di belligeranza tra le loro nazioni”.

Una dichiarazione del Partito del Congresso Popolare del Sudan, la seconda componente più importante della coalizione politica delle Forze di Libertà e Cambiamento (FFC), afferma che i sudanesi non sono obbligati ad accettare l’accordo di normalizzazione. “Vediamo che il nostro popolo, che viene sistematicamente isolato ed emarginato da accordi segreti, non è vincolato dall’accordo di normalizzazione. Il nostro popolo rispetterà le proprie posizioni storiche e lavorerà su un ampio fronte per resistere alla normalizzazione e mantenere il nostro sostegno al popolo palestinese affinché possa ottenere tutti i suoi diritti legittimi“, afferma il comunicato. Anche l’ex primo ministro del Sudan Sadiq al-Mahdi ha criticato l’annuncio, aggiungendo che si è ritirato da una conferenza religiosa organizzata dal governo sabato a Khartoum per protesta.

Il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Mahmoud Abbas ha denunciato l’accordo e ha affermato che l’unica via verso la pace è il ricorso al diritto internazionale per far cessare a Israele la sua occupazione dei territori palestinesi.

Per molti analisti politici qui, i palestinesi hanno le spalle al muro e in realtà non hanno molto da offrire, oltre a condanne formali, per bloccare la pace Sudan Israele. Ad Hamas restano due speranze. Una sconfitta elettorale di Trump potrebbe cambiare radicalmente la diplomazia nei confronti di Israele e del Sudan. La popolazione sudanese, vicina alla causa palestinese, potrebbe essere in grado di far pressioni tali da convincere il governo transitorio di rinviare la pace.

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