domenica, Novembre 29

USA2020: Colombo e le statue, ovvero la strana democrazia americana Le statue segnalano come quelle icone estendono la storia all’oggi, di fatto negando che se ne possa scrivere un’altra emendata da premesse schiaviste, apprezzate ancora oggi dai tanti ‘nessuno’ per poter collocare i ‘negri’ al di sotto di loro nella scala della disuguaglianza sociale

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Pensiero lento vs velocità elettronica

I can’t breathe (sussurrava il cittadino americano madi pelle nera George Floyd al poliziotto squadrista Derek Chauvin il 25 maggio 2020 che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio sul suo collo per 8 minuti e 46 sec. Poliziotto con ottime referenze, negli anni scorsi aveva sparato alla pancia una ventiduenne ammazzandola. Ad oggi è sospeso ma libero dopo aver pagato 1 milione! di dollari di cauzione… Questa è l’America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli umani neri, dalla schiavitù alla segregazione razziale)

A poco più di due settimane dal voto del 3 novembre per le presidenziali americane, siamo presi in questi giorni tra un passato non pacificato, un presente problematico, un futuro incerto. Il Passato’, un passato che non passa, come i morti che non muoiono, l’oltre da noi, morti viventi, come ‘La notte dei morti viventi’ straordinario film di Romero del 1968. Oppure il ‘monaciello’ napoletano che deve essere accompagnato a trapassare da vivo a morto. Con lavaggio della salma, ricomposizione della medesima, ‘pianto e morte rituale’ nelle intense pagine di De Martino. Per l’America quel passato sta in questi mesi convulsi, turbolenti, incendiari, esplosivi ed in un futuro scuro e nero. Nulla è risolto, ma ricoperto di retorica, razzismi, fede nella grande nazione, ipocrisie, atti politicamente corretti (siamo ancora al ‘nigger’ spregiativo ed al ‘black’ comprensivo, mentre il white è sempre quello).

 Il 12 ottobre si celebra la scoperta casuale delle Americhe di Cristoforo Colombo, da cui ‘l’uovo di’, oggi controversa. Quest’anno anche Lui, ammiraglio dei sovrani di Spagna, ha dovuto subire l’onta di sue statue abbattute nel paese, quale ‘peccato’ capitale da espiare oltre cinque secoli dopo. Le statue, di cui dico più avanti, diventano il grave centro di gravità permanente, tra irrisione, sdegno, offesa. Colombo è l’esploratore famoso per ciò che è avvenuto dopo quel 1492 quando toccò terra ritenuta vergine poi denominata America, ma già abitata, da ‘primitivi’. In realtà una riscoperta, poiché i Vichinghi sin dal X secolo si erano insediati a L’Anse aux Meadows, situato in Canada nell’isola di Terranova. Il tribolato progetto di Colombo, dopo sette anni di soggiorno in Spagna per farsi finanziare l’impresa, dette vita a quattro viaggi, nel primo dei quali sbarcò nel Nuovo Mondo. Tutto bene? Mica tanto, perché quella scoperta diverrà, oggi, momento rilevante della colonizzazione delle Americhe. Ma di ciò, a dispetto di altri, non si può condannare Colombo, per ciò che dopo successe. Da qui vennero violate le vite dei nativi pellirossa che già vivevano su quelle terre. In seguito, fu dato il via al più gigantesco sequestro di persone dall’Africa poste in schiavitù ed utilizzate come manodopera a buon prezzo per costruire il futuro sogno americano. Fenomeno torbido e violento, come ogni inizio in cui l’uomo si appropria di qualcosa o di qualcuno ritenendosene il legittimo proprietario con armi e soggiogamento in schiavitù. Appunto come i primi pionieri quaccheri, molto religiosi, convinti che quelle terre fossero loro per ‘grazia divina’. Ciò investe il tema del ritenere normale, allora, schiavitù e sopraffazione, ed oggi subordinazione e dominio in forme coatte su qualcuno (schiavitù per denaro o sessuale, soggiogamento per paura, sopraffazioni psicologiche, molestie e violenze sessuali).

Su una ‘verginità’ del nascente Nuovo Mondo va segnalato il racconto dell’America fatto nei suoi splendidi films dal grande Sergio Leone, da ’C’era una volta il West’ del 1968 al 1985 di ‘C’era una volta in America’ che sollevarono molte critiche americane. Come nella enigmatica scena finale di ‘C’era una volta in America’, in cui Noodles (De Niro), ritrova l’amico Max (Woods), divenuto senatore Bailey dopo avergli rubato soldi e donna e lasciatogli 35 anni di rimorsi perché il primo lo riteneva morto ammazzato. Max scompare in un camion trita rifiuti, o forse no. Forse è un regolamento di conti, divenuto lui da criminale, senatore del Congresso. Quante storie americane sono così? Perché si metteva in scena un “inizio” che doveva risultare appropriato condiviso e pacifico, in realtà frutto di eccidi, uccisioni, spoliazioni, schiavitù, compromessi, collusioni. E discriminazione razziale, perdurante oltre cinque secoli dopo, come attestano disordini, tensioni, razzie di quest’estate dopo la morte di George Floyd, ennesimo afroamericano ucciso. Successe anche con il notevole film di Martin Scorsese, ‘The Gangs of New York’ del 2002, oggetto di critiche per la sua sceneggiatura, sulle bande armate contrapposte nel quartiere newyorkese dei Five Points.  

Dove si dileggiavano i primi violenti straccioni irlandesi che sbarcavano nella nuova terra promessa. Pertanto, la costruzione del Mito America è stata depurata delle parti più oscure che sono le radici e l’ossatura della formazione di quella sconfinata nazione. Segnalando come i confini tra legalità e crimine, lì come ovunque con modi diversi, siano fortemente intrecciati in un’America che si vorrebbe linda pulita splendente. Quale esempio migliore in Trump, costruttore senza scrupoli, che non presenta dichiarazioni dei redditi da un decennio, misogino razzista legato ad oscuri affari anche in Russia. Ma lo votano quegli stessi che non hanno un dollaro o sono indebitati, perché finge di essere ‘uno di loro’, ridicolizza ed offende gli ‘istruiti’, piega pesantemente le regole di un paese ormai polarizzato. Come il plurimiliardario già pregiudicato anziano Berlusconi, ricomparso dopo essersi fatto il suo lockdown a Nizza (!) in una villona di una delle figlie! Per dire la vicinanza con il popolo!!!

L’abbattimento delle statue di generali ed uomini politici del Sud schiavista ad opera dei movimenti afroamericani, tra cui Black Lives Matters, con quella di Cristoforo Colombo, ‘reo’ di aver scoperto una terra poi sopraffattrice, quest’estate ha suscitato sentimenti contrastanti. La posta in gioco è emblematica, tardiva, o risarcitoria. Se ‘quella’ storia ha compiuto il suo cammino nelle menti di numerose generazioni che senso ha oggi rimetterne in discussione le premesse? Ma di quali giovani, bianchi, neri, ispanici? La Storia, dunque, piegata alle domande e pretese dell’oggi, con il tragico già accaduto, è lì senza poterne riscrivere i fatti le azioni le gesta i disastri. Obliare tutto o ripensarlo? Che funzione dovrebbe avere questa sorta di ‘rivalutazione rituale del trauma’ che la società del passato ha prodotto e che il tempo ha sedimentato, ma con evidenza non occultato né pacificato? Che cosa muove la rabbia odierna, quel tentativo di “redimere un interesse nel passato, un passato che, saturo o ripulito che sia, può essere riciclato con profitto nel presente, sotto forma di eredità”, nell’affermazione condivisa dei coniugi Comaroff, importanti antropologi dell’università di Harvard dopo decenni di studi in Sud Africa, Paese simbolo anch’esso di una libertà negata violata riconquistata?

Ma lì si è formato un gigante come Nelson Mandela che pacificò animi infiammati ed armati dopo la fine dell’apartheid. Insomma, il passato si celebra o si cancella, si riattualizza o si rinnova, si riscrive o lo si recita così come è stato? O, eventualmente, lo si ‘reinventa’ alla luce della coscienza urgenza e necessità che oggi muove l’abbattimento di antiche violenze, esecrate con un poco di ‘puzza sotto al naso’ da taluni, dimentichi di altri abbattimenti? In questo fiume carsico tra memoria ad usum del presente mi sovvengono le parole di Nietzsche ‘Dobbiamo sapere il momento giusto per dimenticare come il momento giusto per ricordare’ (‘Sull’utilità e il danno della storia per la vita’).

Per cui se dimenticare è precondizione necessaria all’azione (così se il passato non pesa, il tuo mobilitarti oggi vivrà del pensiero di oggi, e non solo di ciò che del passato è ‘restato in vita’ in forme divergenti) è anche vero che, con i Comaroff, “Oggigiorno, con buona pace di Nietzsche, il guarire necessita recuperare il represso, tirare fuori i sintomi del guasto, sviscerare il dolore di antiche atrocità”. Concordo. I soli moti emotivi dell’animo non bastano ed anzi possono essere controproducenti nel finalizzare un’azione. Ma se quei moti vengono veicolati in un pensiero che da gesti solitari ed aggressivi trapassa in azione collettiva allora ciò che si mette in moto è un recupero della memoria e delle sofferenze patite. Disordini razzie conflitti nelle strade sono un modo di rivendicare nel presente un passato violato e sanguinario. Intanto se ne parli, anche in modi scomposti.

Estremizzando, volutamente, la ‘rivoluzione’ non è un pranzo di gala. Parliamo di statue e buttar giù quella di Robert E. Lee (generale schiavista) a Charleston o Richmond sarebbe offensiva della memoria, un insulto della cultura o una cancellazione della storia? Il punto è che non fanno paura per ciò che è successo, ma perché quella guerra civile americana riverbera posizioni centrali sul razzismo oggi. Ora, i nomi in ogni via piazza slargonon servono solo a ricordare, come accade nei musei e pinacoteche, quanto a celebrare quelle figure della Storia, nefasta o meno, il cui ricordo viene perpetuato in spazi pubblici di tutti. Così quando la Meloni il 25 aprile, ricorrenza della Liberazione dal nazifascismo, vuole ricordare anche Almirante come patriota (!!), firmatario delle Leggi sulla razza’ che mandarono uccisi migliaia di ebrei, dice tutto della sua pericolosità, partigianeria, sovvertimento della Storia. Voler cancellare un presente democratico per rimpiazzarlo con un passato di una dittatura. Per non dire del culto ri-esploso per Mussolini. Sminuire la Storia ridicolizzando il presente. Che cosa ci inorridisce o ci gratifica? Quando sono state abbattute le statue di Saddam Hussein in Iraq da parte dei ‘nostri’, gli americani, contro di ‘loro’ nessuno ha avuto nulla da obiettare. Anzi, abbiamo guardato con soddisfazione quelle immagini truculente di soldati ‘stranieri’ che buttavano giù la raffigurazione del dittatore. Perché si abbatteva la tirannia? Bene, allora perché non lasciarle lì come monito a futura memoria? E vogliamo parlare di Gheddafi il cui corpo martoriato fu mediaticamente, in modo sadico e ‘pedagogico’, esposto e sbattuto in tutte le televisioni del mondo? E quando hanno abbattuto le statue di Marx ed Engels, non si è gridato finalmente al corso della Storia che aveva preso il verso giusto? Mentre Stalin e Mao, erano i responsabili di un eccidio in nome del proletariato per le degenerazioni dei partiti comunisti.

Quelle che statue erano, in America, erette non nel tempo loro, ma ben oltre. Questo è un serio problema nel propendere per un loro abbattimento, e spiego perché. È affare totalmente diverso se le statue dei protagonisti sudisti fossero state erette ‘allora’, a conferma di un sentimento separatista espresso nell’epoca in cui avvenne una guerra contro la schiavitù. Ma quelle tante molte statue al contrario sono recenti, erette intorno al ‘900 per “confermare il consolidamento della segregazione razziale, o negli anni ’50 come reazione al movimento dei diritti civili” (Portelli, il manifesto). Quindi con buona pace dei democratici che hanno le loro zone d’ombra nell’assumere quella criminalizzazione dei neri oggi, all’interno di una più decisa proposta politica. Ma poi c’è il voto dei bianchi da intercettare… vero, ma ci sono momenti storici in cui una sconfitta può essere il prodromo di una più nobile proposta politica di inclusione sociale. Inutile, insomma, solo ricordare Rosa Parks chiamata ‘la madre del movimento dei diritti civili’ per essersi rifiutata, tra l’altro, di cedere il proprio posto in un autobus a un bianco a Montgomery in Alabama.

Quei monumenti eretti secoli dopo segnalano come quelle icone estendono quella storia all’oggi, di fatto negando che se ne possa scrivere un’altra emendata da premesse schiaviste, apprezzate ancora oggi dai tanti nessuno’ per poter collocare i ‘negri’ al di sotto di loro nella scala della disuguaglianza sociale. Perché gli ultimi sono più aggressivi con simili nella stessa condizione, fantasticando su quei lontanissimi produttori di sogni che non realizzano (Berlusconi e Trump, due miliardari che fingono di essere uguali a noi ma accusano gli ‘istruiti’ di essere radical-chic, ma non di essere più ricchi, perché lo sono loro per primi. Quindi chi sa di più è sospetto. Volgare remunerativo populismo. Come quello delle destre italiche). Dunque, ciò che abbiamo dinanzi a noi è una nazione che è stata spaccata da un presidente vicino a posizioni delle destre estreme considerate terroristiche, da QAnon ai Proud Boys, che dovrebbe rappresentare tutto un paese, non solo i suoi accoliti. Che si avvia ad un voto presidenziale dove non è scontato neanche il voto, oggi causa virus massicciamente per posta. Ieri 21 ottobre oltre 24 milioni di americani hanno già votato per posta. Ciò farebbe sorridere persino noi italiani alle prese con un modello elettorale ancora non si sa se maggioritario o proporzionale. Mentre già oltre due decenni si discuteva di un sistema alla francese con due turni.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.