sabato, Agosto 8

USA: via dal Global Compact sui migranti Il Global Compact sui migranti contiene disposizioni incompatibili con le politiche statunitensi su immigrati e rifugiati, parola di Nikki Haley

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Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno deciso di uscire dal Patto mondiale sulla migrazione, l’intesa basata sulla Dichiarazione di New York sui migranti, sottoscritta e approvata all’unanimità nel settembre dell’anno scorso da 193 Paesi dell’Onu.
L’annuncio è arrivato sabato e a farlo è stata l’Ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley. La dichiarazione di New York su cui si basa il Patto mondiale sulla migrazione «contiene molte disposizioni incompatibili con le politiche statunitensi su immigrati e rifugiati e con i principi dell’Amministrazione Trump in materia di immigrazione», ha detto la diplomatica. «Di conseguenza il Presidente Trump ha deciso di interrompere la partecipazione degli Stati Uniti nella preparazione del Patto che punta a ottenere il consenso dell’Onu nel 2018. Gli Stati Uniti sono orgogliosi della loro eredità in materia di immigrazione e della loro leadership nell’appoggio di popolazioni di migranti e rifugiati in tutto il mondo ma la Dichiarazione di New York è incompatibile con la politica statunitense», ha affermato Haley.
Il Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Miroslav Lajcak, ha espresso rammarico per la decisione degli Stati Uniti, dicendo che nessun Paese può gestire da solo la migrazione internazionale. Nella Dichiarazione per rifugiati e migranti (2016), tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno riconosciuto che nessuno Stato può gestire la migrazione internazionale da solo e si sono impegnati a rafforzare la governance globale della migrazione, ha dichiarato Brenden Varma, portavoce di Lajcak.

Annuncio che poteva essere prevedibile visti i provvedimenti che l’Amministrazione Trump in questi mesi ha messo in campo, dal muro al confine con il Messico (da dove deriva la maggioranza dei migranti in USA), al travel ban che aveva bloccato l’ingresso in USA da una lista di Paesi islamici, agli interventi sui dreamers, vicenda che proprio questa settimana dovrebbe concludersi.

Secondo gli ultimi dati disponibili (del 2014), gli stranieri residenti in USA sono circa 42,4 milioni, pari al 13,3 per cento della popolazione, di questi, 20 milioni (47% del totale) sono naturalizzati americani; il resto comprende residenti legali con permesso definitivo o temporaneo e residenti non autorizzati (circa 11,4 milioni).

La Dichiarazione di New York sui rifugiati ha lo scopo di migliorare la gestione delle politiche migratorie,  la governance della migrazione internazionale.
Sulla base della Dichiarazione, l’Alto Commissario Onu per i rifugiati ha ricevuto il mandato di proporre un Patto mondiale sui migranti e rifugiati, un Global Compact sui migranti e rifugiati nella sua relazione annuale all’Assemblea Generale nel 2018. Il Patto dovrebbe essere basato su due pilastri: risposte al problema e un programma d’azione.

I collegamenti tra lo sviluppo globale e la migrazione sono profondi, sebbene solo negli ultimi anni le loro connessioni siano state parte del dibattito globale. Le politiche di sviluppo che promuovono il buongoverno, le opportunità economiche e la salute, possono dare forma alle decisioni che gli individui prendono sul fatto di emigrare o rimanere dove vivono, e la migrazione ha dimostrato di contribuire allo sviluppo sia dei Paesi di origine che dei Paesi di destinazione.

L’obiettivo ultimo è il coordinamento nell’ottica di una visione olistica della mobilità umana in un ambiente dove l’economia è sempre più globalizzata e in evoluzione. Non solo, l’idea di fondo che si è cercato di dare nella realizzazione del Global Compact sui migranti, che è stato discusso in questi mesi dagli esperti, è che quando vengono promosse le giuste condizioni, la migrazione apporta sostanziali benefici ai migranti e alle loro famiglie, nonché alle loro comunità di origine e di destinazione . Altresì, le migrazioni sono una risposta costruttiva sia per la costruzione della resilenza ai cambiamenti climatici, sia in termini finanziari e di crescita sociale. Da questo punto di vista le rimesse (i fondi inviati ai famigliari rimasti in patria da parte di coloro che sono migrati) sono un elemento di crescita e che a lungo andare riduce il flusso in uscita dai Paesi in difficoltà. Le famiglie che ricevono le rimesse hanno redditi più alti nel medio-lungo periodo, e i fondi che ricevono aumentano la loro capacità di andare oltre il consumo di base e investire in miglioramenti strutturali (istruzione e salute in primis) e attività generatrici di reddito. Quando le famiglie possono soddisfare i loro bisogni primari di cibo e riparo, la loro capacità di investire migliora, con benefici a lungo termine per tutto il Paese. I migranti possono anche trasferire in modo efficace le competenze e le conoscenze acquisite durante il viaggio, per aiutare a migliorare le famiglie e le comunità nei loro Paesi d’origine, sia che ne facciano ritorno in modo permanente, sia restando nel Paese che li ha accolti. Sono le così dette rimesse sociali. Per quanto rigurda i Paesi di accoglienza dei migranti: questi rispondono alle carenze di manodopera, il che rafforza l’economia di questi Paesi nell’immediato e nel medio termine, e contestualmente rafforza la possibilità che questi Paesi crescano economicamente dal mercato che indirettamente contribuiscono a creare nei Paesi di emigrazione.

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