domenica, Agosto 25

USA-UE: transatlantici, ma disconnessi, con buona pace von der Leyen La spaccatura transatlantica sul Medio Oriente aggravata dalla ferita della ‘disunità’ dell’Unione Europea, da rimarginare in fretta nel programma di Ursula von der Leyen

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«L’Europa va rafforzata», parola di Ursula von der Leyen nel discorso nell’aula di Strasburgo durante il quale ha tirato fuori tutto il suo europeismo per convincere il Parlamento ad appoggiare la sua candidatura come prossima Presidente della Commissione europea. E in poche battute delinea abbastanza chiaramente se non la linea, in fatto di politica estera, almeno la postura, quella dell’Europa forte, unita, assertiva che è sua propria.  «Rimarremo transatlantici», dice, e, parlando di Nato, «La pietra angolare della nostra difesa collettiva sarà sempre la Nato», ma, più oltre aggiunge  «dobbiamo diventare più europei, è per questo che abbiamo creato l’Unione europea della difesa».
Per la von der Leyen  «l’Europa dovrebbe avere il coraggio di prendere le decisioni sulla politica estera a maggioranza qualificata» e  «sostenerle» poi «in modo unitario». E, quasi parlando direttamente a Stati Uniti ma non solo, anche Russia e Cina e ai sovranisti di casa, lancia un monito degno del polso della sua ‘madrina’ politica, Angela Merkel: «Chi la vuole far fiorire», l’Europa, «mi avrà dalla sua parte, chi vuole indebolirla troverà in me una dura nemica». E, per essere ancora più chiara e concreta: «Noi vogliamo il multilateralismo, il commercio libero, noi difendiamo un ordine impostato sulla legge perché sappiamo che è il modo migliore per noi. Ma se vogliamo seguire la strada europea dobbiamo innanzitutto riscoprire la nostra unità», ha aggiunto Leyen. 

La determinazione di Ursula von der Leyen nella difesa di una UE forte e assertiva è importante perché indirettamente va dritto subito a una delle crisi più complicate che la UE sta attraversando: la disconnessione’ USA-UE, il disaccordo di Bruxelles con le  politiche dell’Amministrazione di Donald Trump in Medio Oriente. La spaccatura transatlantica sul Medio Oriente. Luigi Scazzieri, ricercatore presso il Centre for European Reform (CER), e analista e  opinionista per ‘The Guardian’, ‘CNN’ e ‘The Daily Telegraph’, ha presentato in questi giorni, per CER, una corposa analisi sulla ‘disconnessione’ USA-UE,  ovvero una delle grosse grane che la nuova  Commissione europea eredita e dovrà affrontare.
Una ‘crisigià in corso è quella sul nucleare iraniano (che proprio in queste ore vede la UE al lavoro), ma oltre l’Iran vi sono altri focolai di disaccordo’ e ‘disconnessione’. Si va dal sostegno incondizionato di Trump a Israele, che ha contribuito alla spaccatura, alla decisione in ‘solitudine’   del tycoon di ritirare le truppe americane dalla Siria, la politica ambigua (volutamente) di Trump in Libia  – ufficialmente sostegno al Governo di Accordo Nazionale e dall’altra apparente approvazione di Trump del comandante libico Khalifa Haftar. «Anche quando le politiche statunitensi e comunitarie non sono direttamente in disaccordo, le politiche irregolari e unilaterali di Trump hanno rappresentato sfide per l’UE», afferma Scazzieri.

«Gli approcci statunitensi ed europei verso il Medio Oriente potrebbero divergere ulteriormente, specialmente se Trump vincerà un secondo mandato nel 2020. Ma, anche se Trump non viene rieletto, gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero non completamente riallinearsi», sostiene il ricercatore CER. «Mentre gli Stati Uniti spostano l’attenzione dalla regione, la sua importanza per la sicurezza dell’Europa sta crescendo. L’instabilità in Medio Oriente colpisce l’Europa molto più degli Stati Uniti, alimentando il terrorismo, i conflitti e le migrazioni», spiega.

Gli «europei dovrebbero sbarazzarsi della loro passività verso la regione» mediorientale, afferma il ricercatore. «Ciò metterà alla prova la capacità dell’UE di mantenere l’unità e imporrà agli Stati membri di cooperare in modo flessibile attraverso coalizioni di volontà», ovvero l’unità degli Stati perorata oggi da Ursula von der Leyen

L’Unione europea e gli Stati Uniti sono ai ferri corti sull’Iran, spiega Scazzieri, Trump si è ritirato dall’accordo nucleare e ha imposto dure sanzioni economiche, aumentando il rischio di uno scontro militare e inducendo l’Iran ad espandere il suo programma nucleare. Nel frattempo, l’UE ha cercato di preservare l’accordo nucleare e prevenire l’escalation, da considerare che «la spaccatura transatlantica sul Medio Oriente si svolge in un contesto di divergenze più ampie e agisce per amplificarle, spingendo l’UE a cooperare con la Russia e la Cina per preservare il JCPOA, ad esempio».

Le posizioni degli Stati Uniti e dell’Europa «riflettono le più ampie differenze nella percezione delle minacce e sulle cause profonde dell’instabilità nella regione», ritiene l’analista. Così «l’Iran potrebbe rivelarsi fonte di ulteriore discordia se scoppierà il conflitto e gli europei giudicheranno gli Stati Uniti come i principali responsabili», sostiene il ricercatore, evidenziando la considerazione di come i rischi di  «un’escalation militare sono già aumentati», per quanto né gli Stati Uniti né l’Iran sembrano voler uno scontro militare, il problema è che «potrebbero incappare in uno solo se mal giudicano a vicenda le linee rosse».

Gli sforzi europei per salvare il JCPOA sono stati ostacolati dall’incapacità dell’Europa di proteggere gli affari dalle sanzioni statunitensi e dalla sua più ampia dipendenza dagli Stati Uniti. Con una guerra commerciale transatlantica, «la maggior parte degli Stati membri ha poco appetito per uno scontro più ampio con Washington. E, dato il tremante impegno di Trump nei confronti della NATO, molti Stati membri orientali sono preoccupati che una spaccatura più profonda con gli Stati Uniti possa minare la loro stessa sicurezza», afferma Scazzieri.

Alla base di ciò, quanto nell’esortazione di  oggi di Ursula von der Leyen, ad «avere coraggio, insieme, per l’Unione europea», alludendo alla divisione fra l’Europa Occidentale e i suoi Paesi centro-orientali, da una parte, e fra Europa del Nord e del Sud, dall’altra, divisioni che si riflettono nella mancanza di slancio della politica estera UE.

Altro terreno di spaccatura transatlantica, dove si vede chiaramente il ‘non coraggio’ europeo causa la divisione interna degli Stati membri, è Israele e il processo di pace con i palestinesi. L’Unione ha provato a trovare una risposta al rigetto di Trump alla soluzione dei due Stati, ma senza riuscirci. «Gli europei hanno aumentato il loro sostegno finanziario per coprire il deficit causato dai tagli degli Stati Uniti agli aiuti all’UNWRA e agli aiuti bilaterali all’Autorità Palestinese, ma solo in parte. In risposta all’annuncio di Trump che avrebbe trasferito l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme», «l’UE non è stata in grado di giungere a una posizione unitaria quando la mossa è avvenuta effettivamente, con la Repubblica ceca, l’Ungheria e la Romania che ponevano il veto a una dichiarazione dell’UE».
In sostanza, prosegue  Scazzieri, «gli Stati membri dell’UE sono stati disposti a offrire il sostegno retorico e materiale ai palestinesi, ma solo fino a quando ciò non ha compromesso le loro relazioni politiche ed economiche con Israele. C’è poco segnale che l’UE sia disposta a prendere una posizione più forte o svolgere un ruolo più attivo nella difesa o nell’avanzamento della soluzione dei due Stati. Gli europei desiderano mantenere vivo il processo di pace, ma mancano dell’appetito per prendere provvedimenti concreti per preservarlo». Su queste ‘timidezze’ Trump lavora e ottiene il successo della sua linea.
Le differenze tra UE e USA sul processo di pace e sulla politica nei confronti di Israele sono destinate a crescere, secondo l’analista.  «Alcuni Stati membri vorrebbero rispondere rafforzando la politica di ‘differenziazione’, mentre altri vedrebbero l’annessione come riconoscimento di una realtà preesistente».

Stessa situazione per quanto riguarda la Siria. La decisione di ritirare le forze statunitensi ha lasciato scioccati gli europei e li ha messi in una situazione difficile. Ma anche in questo caso l’UE   non ha un approccio coerente nei confronti della Siria e le divisioni all’interno dell’Europa probabilmente si approfondiranno, secondo  Scazzieri. 

Non va meglio in Libia, anzi, secondo l’analista  l’approccio di Trump alla Libia ha accentuato l’instabilità nella regione e peggiorato ulteriormente i rapporti con Bruxelles, che a sua volta ha divisioni anche qui gravissime, con lo scontro ‘non ufficiale’ ma molto deleterio, tra Italia e Francia, 

In conclusione, afferma  Scazzieri, «anche se le differenze tra UE e USA non dovrebbero essere esagerate, non dovrebbero essere sottovalutate. Se Trump verrà rieletto nel 2020, le relazioni USA-UE in Medio Oriente continueranno probabilmente lungo la traiettoria attuale. La sua politica estera unilaterale e imprevedibile continuerà a destabilizzare la regione e creerà nuove sfide per la politica estera europea». Per altro, «se la divisione tra l’UE e gli Stati Uniti crescerà, è sempre più probabile che alcuni Paesi in Europa saranno tentati di schierarsi più strettamente con gli Stati Uniti su determinate questioni, rendendo più difficile una politica europea comune».

Se, al contrario, Trump non venisse rieletto, «ci sarebbe un ampio margine di manovra per le politiche statunitensi e comunitarie in Medio Oriente».
Sia che gli USA restino a Trump, sia che passino ai democratici, «alla fine, gli europei avranno bisogno di scrollarsi di dosso la loro passività se vogliono assicurare i loro interessi nella regione. Una delle sfide chiave sarà generare e mantenere l’unità interna. Quando l’UE non è in grado di raggiungere un consenso interno, gli Stati .membri dovrebbero essere pronti ad agire attraverso coalizioni al di fuori del quadro della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione, dando la priorità all’azione sull’unità». La nuova Commissione avrà di che lavorare.

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