venerdì, Novembre 15

USA – UE: l’ incontro tra Trump e Juncker, fine delle tensioni? Sul tavolo, i dazi, la difesa, la politica estera, la sicurezza energetica

0

E’ previsto per domani l’incontro tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sarà «un’occasione per sdrammatizzare il potenziale delle tensioni e impegnarsi in un dialogo costruttivo», ha dichiarato Margaritis Schinas, portavoce del leader europeo alla vigilia della partenza per Washington. Accompagnato dal commissario al commercio Cecilia Malmstrom, Juncker avrà prima un bilaterale con Trump e poi la riunione sarà estesa alle delegazioni. Nell’ ambito della riunione nel formato 1+ 10, il Presidente della Commissione europea non porterà, dunque, «un’ offerta» alla Casa Bianca. Si tratta di un incontro la cui preparazione, come annunciato un mese fa dal portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, era già in corso sul finire di giugno. «L’incontro» – ha spiegato il portavoce – «nasce dal summit del G7 del Quebec, dove c’è stata la prima discussione sul commercio che ha portato a questa possibilità di un incontro tra Juncker e Trump. Il presidente si sente pronto a esporre le argomentazioni europee» e, in seguito all’accordo con il Giappone, «tutti sanno che la Ue difende il commercio globale aperto e libero».

«I paesi che ci hanno trattato ingiustamente per anni sono venuti a Washington per negoziare. Questo avrebbe dovuto aver luogo molti anni fa ma, come si suol dire, meglio tardi che mai!» ha scritto Trump su twitter, spiegando che «le tariffe sono le migliori! O un paese che ha trattato ingiustamente gli Stati Uniti sul commercio negozia un accordo equo, o viene colpito dalle tariffe. È così semplice – e tutti parlano! Ricorda, noi siamo il “salvadanaio” che viene derubato. Tutto sarà grande!».

«A volte sospetto che l’amministrazione americana voglia dividere l’Europa tra i diversi Stati membri sul commercio» aveva detto Jean-Claude Juncker, dopo aver reso noto che entro luglio si sarebbe recato a Washington «per rappresentare la posizione europea» sui dazi, rimarcando come le relazioni commerciali «sono competenza dell’Ue e della Commissione», con l’ obiettivo di «cercare un accordo con gli Usa».

Ma non è detto che sia così semplice. Già nel corso della campagna elettorale in vista delle presidenziali, Trump aveva più volte manifestato la sua insofferenza verso l’ Unione Europea,  definendola come ‘schiava’ della Germania che usa l’ euro come una sorta di ‘marco’ svalutato per arricchirsi. L’ UE, nell’ ottica trumpiana, rappresenta molto di ciò cui l’ “America First” si oppone: è un organismo multilaterale dove parte della sovranità di ogni singolo Stato viene ceduta per essere condivisa in una realtà sovranazionale. Non si tralasci, inoltre, che Trump è stato uno strenuo sostenitore della Brexit, appoggiando ed intrattenendo una stretta relazione con Nigel Farage, il leader di estrema destra, del Partito dell’indipendenza del Regno Unito. Ma su questo si tornerà più avanti.

Qualche giorno fa, in riferimento all’ imminente viaggio negli USA, il capo della Commissione aveva lanciato un monito oltreoceano, sostenendo che gli sforzi dell’ Amministrazione americana di dividere la Ue sul piano commerciale «sono vani» in quanto – argomentava – «l’Unione europea e il suo mercato unico sono indivisibili», in risposta a chi gli chiedeva della proposta del presidente americano di chiudere accordi bilaterali con i Paesi Ue, dopo che, nel marzo scorso, lo stesso Trump, una volta inflitti a Cina e Giappone, aveva annunciato l’ estensione dazi del 25% sull’import di acciaio e del 10% sull’alluminio anche contro l’ UE che poi hanno avuto via libera ai primi di giugno. Questo aveva scatenato la reazione di Bruxelles che, il 22 giugno, aveva imposto contro-dazi, del valore di 2,8 miliardi di dollari (il bilanciamento completo, con altri 3,6 miliardi di dollari è rinviato), su acciaio, barche, motociclette tra cui le Harley Davidson, burro di arachidi, bourbon, tessili, riso, mais, tabacco. «La decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti di imporre dazi su acciaio e alluminio provenienti dalla Ue non ci lascia altra scelta e le regole del commercio internazionale, che abbiamo elaborato nel corso degli anni insieme ai nostri partner americani, non possono essere violate senza alcuna reazione da parte nostra» aveva commentato Cecilia Malstroem, giudicando la misura di riequilibrio della Ue «misurata, proporzionata e pienamente in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. È inutile precisare che, se gli Stati Uniti revocheranno i loro dazi, anche le nostre misure saranno abrogate».

Al contempo, il 26 marzo è stata avviata un’inchiesta di salvaguardia: in questa sede, la Commissione dispone di nove mesi di tempo per decidere la necessità o meno di misure di salvaguardia. Se l’ esito fosse positivo, la decisione potrebbe essere assunta entro l’estate. Come se non bastasse, la Commissione ha predisposto un sistema di vigilanza sulle importazioni sull’ alluminio mentre il 1° giugno hanno preso avvio un’azione legale contro gli Stati Uniti in sede di Omc e un’azione di salvaguardia per proteggere il mercato europeo dalle turbative causate dalla deviazione dell’acciaio dal mercato statunitense.

«Se l’Europa crede nel libero scambio, siamo pronti a firmare un accordo di libero scambio», ha insistito il segretario al Tesoro USA, ribadendo come qualsiasi accordo richiedesse interventi su tariffe, barriere non tariffarie e sussidi mentre i ministri delle finanze europei si oppongono alla tattica muscolare degli Stati Uniti «con una pistola alla testa», come ha affermato Bruno Le Maire, ministro delle finanze francese. Anche se l’ obiettivo di disinescare un’escalation commerciale rimane cruciale.

Secondo Eurostat, i beni statunitensi che sono stati venduti nell’Unione europea lo scorso anno hanno toccato quota 255,5 miliardi di euro, mentre, nello stesso periodo, l’ UE ha venduto agli Stati Uniti beni e servizi per 375,5 miliardi di euro. Come mostra il grafico, nel 2017 gli Stati Uniti erano il principale destinatario delle esportazioni dell’ UE detenendone una quota del 20% (circa 375 miliardi di euro), doppiando la quota cinese (198 miliardi di euro, 11%). A seguire nella top five, la Svizzera (151 miliardi di euro, 8%), la Russia (86 miliardi di euro, 5%) e la Turchia (85 miliardi di euro, 5%). Viceversa, nelle importazioni, gli Stati Uniti (255 miliardi di euro, 14%) si sono attestati come ​​secondo partner per le importazioni dell’UE dopo la Cina (375 miliardi di euro, 20%) e prima della Russia (145 miliardi di euro, 8%), Svizzera (110 miliardi di euro, 6%) e Norvegia (77 miliardi di euro, 4%).

Sulla base di questi dati, gli Stati Uniti di Donald Trump denunciano un deficit commerciale pari a circa 120 miliardi di euro con l’ UE. Condizione certificata anche da Eurostat. Dopo lo shock della crisi finanziaria del 2008-2009, sia l’ import che l’ export verso gli USA sono tornati a crescere, facendo aumentare progressivamente l’ avanzo commerciale dell’ UE che nel 2015 toccò la vetta dei 122 miliardi di euro.

La gran parte degli scambi tra i due mercati riguarda i macchinari e le auto, ma anche l’ alimentare e la chimica. Per il prodotto principale, le automobili, il rapporto equivale a 592, il che significa che le esportazioni dell’UE verso gli Stati Uniti sono quasi sei volte più alte delle importazioni dell’UE dagli Stati Uniti.

Le importazioni dagli Stati Uniti nel 2017 – stima Eurostat – sono state superiori a 20 miliardi di euro in Regno Unito (54 miliardi di euro), in Germania (46 miliardi di euro), in Paesi Bassi (35 miliardi di euro), in Francia (29 miliardi di euro) e Belgio (25 miliardi di euro) oltre che Irlanda. Nello stesso anno, le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti hanno raggiunto i 112 miliardi di euro mentre quelle del Regno Unito hanno sfiorato i 52 miliardi di euro, quelle italiane i 40 miliardi di euro, quelle francesi i 34 miliardi di euro, quelle irlandesi i 33 miliardi di euro. Su 28 Stati, ben 22 Stati membri hanno avuto un’eccedenza commerciale, con la Germania in testa  (66 miliardi di euro). E propria questa sperequazione è stata bersaglio delle invettive del Presidente Trump che, a più riprese, ha accusato l’ UE di danneggiare le aziende e i lavoratori americani.

Come ricorda il Financial Times, l’ UE e gli USA «hanno livelli di tariffe molto simili e bassi sulle merci. Anche se alcuni scambi sono scoraggiati da tariffe elevate specifiche su entrambe le sponde dell’Atlantico, le tariffe medie ponderate applicate dall’UE sui beni degli Stati Uniti sono state del 3% nel 2015, un po ‘inferiori all’equivalente USA del 3,3% nello stesso anno».

«Abbiamo molti nemici. Penso che l’Unione europea sia un nemico, cosa ci fanno nel commercio. Ora, non penseresti all’Unione europea, ma sono un nemico» – ha affermato qualche settimana fa Trump quando Jeff Glor del ‘CBS Evening News’ gli ha chiesto di identificare il «più grande nemico dell’America a livello globale in questo momento». Di contro – ha precisato Trump – «la Russia è nemica per certi aspetti. La Cina è un nemico economicamente, certamente sono un nemico. Ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente. Significa che sono competitivi».

«È vero che abbiamo una tariffa [10%] leggermente più alta delle auto rispetto agli americani [2,5%] … Ma hanno tariffe molto più alte, ad esempio sui camion [25%] … sulle scarpe, sugli indumenti» aveva constatato Cecilia Malmström. E se Trump ha minacciato più volte di introdurre i dazi sull’ importazione di auto europee (tedesche in primis), in un documento inviato a inizio luglio al Dipartimento del Commercio americano, la Commissione ribadiva che i dazi americani sulle importazioni di auto europee «danneggiano il commercio, la crescita e l’occupazione negli Usa», con un «impatto negativo di 13-14 miliardi di dollari sul PIL Usa» e «i legami con gli alleati. Non c’è nessuna minaccia economica all’industria auto Usa che sta bene» – proseguiva il documento – e «le importazioni Ue verso gli Usa sono stabili».  Perciò le  accuse americane «non hanno legittimità, base fattuale e violano le regole» e, qualora Washington decidesse di imporre dazi sul settore auto, Bruxelles potrebbe rispondere con contromisure su un «volume molto significativo di esportazioni Usa, stimato a 294 miliardi di dollari».

Peraltro – ricordava la Commissione UE – i costruttori europei «contribuiscono in modo significativo» all’occupazione negli Stati Uniti, con 120.000 posti di lavoro diretti nella produzione e 420.000 nei concessionari. Anche per questo, secondo alcune indiscrezioni, l’amministrazione Trump sarebbe divisa sui dazi da imporre sulle auto importate dall’Europa: ad esempio, il segretario al tesoro Steven Mnuchin, rappresentante Usa per il commercio Robert Lighthizer e il consigliere economico della Casa Bianca Larry Kudlow sarebbero contrari mentre favorevole sarebbe il consigliere della Casa Bianca per le politiche commerciali Peter Navarro. Nel frattempo, il Dipartimento del Commercio di Washington ha iniziato ad ascoltare 45 persone in rappresentanza di imprese, sindacati e Paesi stranieri nell’ambito dell’inchiesta inaugurata da Trump per valutare se procedere o meno con le tariffe sul settore automobilistico.

Ecco spiegata il senso di attesa per l’ incontro di domani palesato da un odierno inizio di seduta positivo per i titoli del settore auto: l’indice EURO STOXX Automobiles & Parts segnava +1,6% mentre a Milano FCA (+1%), Ferrari (+0,4%), Pirelli&C (+0,3%).

Sempre alle telecamere di ‘CBS Evening News’, il presidente americano ha dichiarato di essere pronto ad innalzare dazi contro i prodotti che da Pechino arrivano negli States fino a 500 miliardi di dollari. «Non lo sto facendo per la politica, lo sto facendo perché è la cosa giusta per il nostro paese. Ci stanno sfruttando e non mi piace». «Non voglio spaventarli, ma voglio che facciano bene penso che il presidente Xi sia stato non corretto», ha precisato Trump. Di contro, il capo economista dell’Fmi, Maurice Obstfeld ha avvertito che la produzione globale potrebbe decrescere di circa lo 0,5% al di sotto del livello previsto entro il 2020, e, in questo modo, «l’economia degli Stati Uniti sarebbe particolarmente vulnerabile dato che sarebbe al centro di una rappresaglia a sorpresa». Le parole dell’ inquilino della Casa Bianca hanno avuto ripercussioni sui mercati con i futures sull’S&P in calo insieme all’indice Stoxx Europe 600. In un tweet Donald Trump aveva nuovamente incalzato UE e Cina: «La Cina, l’Unione europea e altri hanno manipolato la loro valuta e tenuto i tassi d’interesse più bassi mentre gli Stati Uniti stanno alzando i tassi e il dollaro diventa sempre più forte, ogni giorno che passa, cancellando il nostro grande margine competitivo. Come sempre, non si gioca alla pari».

Ciononostante, la scorsa settimana, a Tokyo, tra UE e Giappone hanno siglato un’ intesa sul libero commercio:  «è un momento storico della nostra già duratura partnership», ed «è un momento cruciale per il commercio globale» aveva sentenziato, Jean-Claude Juncker a detta del quale l’accordo di partenariato strategico UE-Giappone, che costituirà un’area di libero scambio che riguarderà oltre 600 milioni di persone e quasi un terzo del PIL globale, dimostra che «siamo più forti quando lavoriamo insieme e che il commercio e’ qualcosa che va al di là dei dazi e delle barriere, ma riguarda i valori e i principi e consente di trovare soluzioni che siano vantaggiose per tutti. Per quanto siamo preoccupati non esiste una protezione nel protezionismo, e non può esserci unità dove c’e’ l’unilateralismo».

Ai prodromi di una possibile guerra commerciale, si è aggiunta la recente maximulta da 4,3 miliardi di euro  che la  Commissione europea ha inflitto a Google per l’abuso di posizione dominante esercitato dal suo sistema operativo mobile, Android. «Google ha usato Android come un veicolo per cementare il dominio del suo motore di ricerca. Queste pratiche hanno negato ai concorrenti la possibilità di innovare e competere nel merito», ha spiegato la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager che ha poi reso nota l’ entità della sanzione che lascia all’azienda 90 giorni di tempo per adeguarsi o incorrere in ulteriori sanzioni, pari al 5% dei ricavi medi giornalieri di Alphabet, la holding che controlla Google. Tocca quindi i 6,7 miliardi di euro il totale delle multe comminate a Google nell’arco di soli due anni, dopo i 2,4 miliardi del 2017 per aver favorito il suo sistema di comparazione prezzi, ossia Google Shopping. La penalità sarebbe stata decisa in base al volume d’ affari dell’ azienda, alla durata e alla gravità della violazione. Google ha quindi fatto sapere che farà ricorso e l’ amministratore delegato, Sundar Pichai, ha sostentuto che il verdetto «non tiene in considerazione il fatto che i telefoni Android siano in concorrenza con i telefoni iOS, cosa che è stata confermata dall’89% di coloro che hanno risposto all’indagine di mercato condotta dalla stessa Commissione» e che Android ha permesso a «milioni di sviluppatori di costruire il proprio business» oltre che «a miliardi di consumatori» di «permettersi di acquistare e utilizzare dispositivi Android all’avanguardia».

Ad accendere le polemiche ci ha pensato il presidente Trump, twittando: «Ve l’avevo detto! L’Unione europea ha appena dato una multa da 5 miliardi di dollari a una delle nostre più grandi aziende, Google. Hanno davvero approfittato degli Stati Uniti, ma non durerà a lungo».

Tuttavia, come si apprende da una nota della Commissione, nell’agenda dell’incontro dei due leader ci sarà, oltre all’ economia, «un’ampia serie di priorità, inclusa la politica estera e di sicurezza, il contro-terrorismo, la sicurezza energetica».

Per quanto concerne la politica estera, se è vero che su questioni come il controterrorismo c’è assoluta sintonia, su altre risulta essercene meno: su Brexit, in occasione dell’ ultima visita del presidente americano a Londra, Trump avrebbe consigliato alla premier britannica Theresa May di «citare in giudizio la Ue, non entrare in trattativa», ma anche su clima, Medioriente, Iran in particolare, e difesa, Washington e Bruxelles non hanno mancato di esprimere posizioni contrastanti. L’ UE non ha apprezzato l’ uscita degli USA dall’ Accordo di Parigi così come non ha seguito gli Stati Uniti nel riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele così come non ha condiviso la scelta della Casa Bianca di ritirarsi dal JCPOA, ossia l’ accordo sul nucleare iraniano, imponendo delle nuove sanzioni che arriveranno a fine anno, colpendo più duramente le imprese europee che intrattengono rapporti commerciali con Teheran.

In merito alla NATO e ai costi per la difesa, «gli Stati Uniti spendono per la NATO più di qualsiasi altro alleato, una situazione che non è accettabile, non è corretta; e le spese per la difesa della Nato sono utili molto di più all’Europa che agli stati Uniti» e ancora «questi Paesi hanno iniziato ad aumentare le loro spese per la difesa da quando io sono presidente, ma la Germania spende l’1% e gli Stati Uniti il 4%, e l’Europa beneficia delle NATO molto di più degli Stati Uniti». Con queste parole, Trump aveva lasciato gli Stati Uniti per recarsi al summit dell’ Alleanza atlantica a Bruxelles.

A questo proposito, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, durante una conferenza stampa alla vigilia del summit della NATO, aveva precisato, in polemica con gli attacchi quotidiani della Casa Bianca: «Oggi spendiamo molte volte di più della Russia e tanto quanto la Cina. Non ci sono dubbi che questo e’ un investimento nella difesa e sicurezza comune europea e americana, cosa che non può essere detta con certezza della spesa russa e cinese. Cara America, apprezza i tuoi alleati,dopo tutto non ne hai così tanti. E cara Europa, spendi di più nella tua difesa perché tutti rispettano un alleato che e’ ben equipaggiato». Infatti, «il denaro e’ importante, ma la vera solidarietà e’ altrettanto importante. L’Europa e’ stata la prima a rispondere su larga scala quando gli USA erano stati attaccati e avevano chiesto solidarietà dopo l’11 settembre. I soldati europei hanno combattuto spalla a spalla con i soldati americani in Afghanistan: 870 uomini e donne europei hanno sacrificato la loro vita, tra cui 40 del mio paese, la Polonia». «Caro presidente Trump» – ha concluso il presidente del Consiglio UE – «ricordatelo domani al summit NATO e soprattutto durante l’incontro con Putin a Helsinki la prossima settimana. E’ sempre meglio sapere chi e’ il tuo amico strategico e chi il tuo problema strategico».

A queste parole, il presidente degli Stati Uniti Trump aveva replicato: «Abbiamo molti alleati, ma non possono trarre vantaggio da noi, l’Unione Europea (UE) sta approfittando (degli Stati Uniti), abbiamo perso 151 miliardi di dollari l’anno scorso nel commercio e, inoltre, copriamo almeno il 70 per cento della NATOFrancamente, (la NATO) li aiuta molto più di quanto facciamo noi, quindi vedremo cosa accadrà, avremo una settimana lunga e bella davanti a noi».

Durante il summit, Trump aveva fatto di nuovo riferimento alla questione ‘burden sharing’, criticando apertamente la Germania, accusata di esser soggiogata dalla Russia per via delle risorse energetiche e, contemporaneamente, sfruttare la protezione militare americana.

Proprio alla vigilia del summit dell’ Alleanza, i vertici europei hanno incontrato il Segretario generale Jens Stoltenberg. «L’Europa ha deciso di assumersi la sua responsabilità per la sua sicurezza. NATO e Unione Europea sono partner naturali» ha chiarito il leader della Commissione, Jean-Claude Juncker, in occasione della firma di una dichiarazione congiunta. «E’ una questione di sicurezza e di buon senso: condividiamo gli stessi obiettivi e valori e dobbiamo fronteggiare le stesse sfide comuni» ha aggiunto Juncker, secondo il quale la partnership NATO-UE e’ fondata sulla «complementarietà. Siamo autonomi, ma lavoriamo insieme». E solo se lavoriamo insieme – ha concluso Juncker – i cittadini europei «sono più sicuri». Concorde si è detto il Segretario dell’ Alleanza che ha sottolineato come il rafforzamento della politica di difesa dell’Unione Europea «e’ complementare, non alternativo alla NATO (…) che rimane essenziale per la sicurezza euro-atlantica».

Sul tavolo, però, anche la sicurezza energetica, messa a rischio, ad esempio, dalla Germania: «stiamo per vendere GNL e dovremo competere con il gasdotto e penso che saremo in grado di competere con successo», ha detto Trump ai giornalisti nella conferenza stampa congiunta con Vladimir Putin dopo il bilaterale a Helsinki, aggiungendo: «Non sono sicuro che sia nel migliore interesse della Germania o meno, ma quella è stata la decisione che hanno preso». Uno dei nodi tra Stati Uniti e UE è stato proprio il gasdotto Nord Stream 2, che raddoppierà l’attuale capacità della Russia di fornire gas naturale diretto in Germania sotto il Mar Baltico aggirando l’Ucraina, nel tentativo di soddisfare il fabbisogno europeo.

Trump lo scorso anno ha firmato una legge che gli conferisce il diritto di sanzionare le società coinvolte nel progetto di gasdotto Nord Stream 2, promosso da Gazprom, il più grande fornitore russo di gas in Europa. Il suo amministratore delegato Alexey Miller ha confermato a giugno il suo piano per iniziare ad installare le condotte nei prossimi due mesi per aprire il collegamento Nord Stream 2 entro la fine del 2019.

«Sto andando lì ottimista e rilassato» avrebbe confidato Juncker, consapevole di non poter rivoluzionare in poche ore lo stato delle cose e che – come da lui stesso dichiarato – «da qualche anno c’e’ un fenomeno inquietante, visibile, percettibile, ma non plausibile. E’ il ritorno del nazionalismo, il rifiuto di vedere gli altri con gli stessi occhi con cui guardiamo noi stessi». Certamente, gli Stati Uniti necessitano di un’Europa forte, economicamente solida, con cui affrontare una molteplicità di sfide comuni che vanno dai sospettati tentativi russi per minare le democrazie occidentali all’instabilità politica ed economica in varie regioni del mondo e che, per certi versi, non esula neanche il Vecchio Continente. E’ altresì vero che, soprattutto con l’ avvicinarsi delle elezioni di medio termine, il pressing sull’ amministrazione statunitense non diminuirà e, in questi casi, separare la retorica dalle azioni pratiche non è sempre facile. Sebbene sia oggi più che mai necessaria un’ Europa in grado di agire, è solo nel dialogo e nel compromesso che si possono risolvere i contrasti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore