venerdì, Giugno 5

USA – UE: dazi, Trump ci riprova E’ un copione che sembra essere ‘nelle corde’ del Presidente

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Negli scorsi giorni, il tema delle relazioni commerciali fra Europa e Stati Uniti è tornato d’attualità con le nuove dichiarazioni del Presidente Trump riguardo alla possibile adozione di nuove misure contro i prodotti UE, nel caso in cui non si giunge in tempi brevi alla firma di un accordo fra le parti. Questa volta, al centro del mirino c’è il settore automotive, sul quale già dalla scorsa estate sembra essersi appuntata l’attenzione della Casa Bianca. Le cifre in gioco sono importanti. L’interscambio del settore si aggira intorno ai 48,5 miliardi di dollari. In termini di valore, gli Stati Uniti sono il principale mercato di esportazione per le case automobilistiche europee, contribuendo per il 29% al totale. Marchi come Volkswagen e BMW esportano negli USA oltre il 50% delle vetture prodotte e da tempo l’industria tedesca ha esternalizzato le sue linee, aprendo impianti negli Stati Uniti (fra gli altri in Indiana, South Carolina, Tennessee e Alabama) che danno lavoro a circa 120.000 addetti. Nel 2018, le case europee hanno prodotto, complessivamente, 1,7 milioni vetture negli Stati Uniti, pari al 15% della produzione totale nazionale, una percentuale che sale al 27% se si somma la produzione del gruppo FiatChrysler.

Su questo sfondo, la minaccia della Casa Bianca è quella di introdurre un dazio ‘ad valorem’ del 25% su tutte le importazioni di prodotti finiti e di componentistica automotive’ proveniente dall’Europa. In termini quantitativi, l’impatto di una simile misura rischia di essere pesante. Secondo le stime elaborate dall’Atlantic Council, per l’UE essa potrebbe significare una contrazione fino al 20% del tasso di crescita del PIL e possibili conseguenze occupazionali su oltre 31.000 addetti attivi nel settore. Il peso maggiore graverebbe sui produttori tedeschi (che oggi contribuiscono per il 55% circa al totale dell’export) ma se si considera l’impatto dei provvedimenti annunciati sul settore della componentistica anche altri Paesi (Francia in testa, attiva sul mercato statunitense con realtà come Michelin, Faurecia e Valeo) potrebbero subire conseguenze importanti. Più ambigui appaiono i possibili effetti sugli Stati Uniti, la cui produzione si troverebbe a scontare le conseguenze di un significativo aumento nei prezzi della componentistica (oltre alle pressoché certe misure ritorsive dell’UE), ma che potrebbe beneficiare sia della contrazione dell’import legata all’introduzione del dazio, sia dell’eventuale decisione degli operatori europei di aumentare la produzione negli stabilimenti stanziati negli USA.

L’interrogativo maggiore riguarda, tuttavia, la logica ‘politica’ dell’annuncio del Presidente. Negli scorsi giorni, la Casa Bianca ha firmato il tanto atteso accordo commerciale con la Cina che, sebbene criticato da diverse parti e sotto diversi aspetti, ha portato a una indubbia riduzione della tensione con Pechino. A fronte di ciò, la riapertura del fronte con l’Europa sembra muoversi in netta controtendenza; soprattutto, essa sempre muoversi in netta controtendenza con le dichiarazioni ottimistiche dello stesso Trump, che durante il recente vertice di Davos ha anche avuto un incontro (giudicato largamente positivo) con il nuovo Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. D’altra parte, la contraddizione è forse più apparente che reale. Come ha rilevato il Segretario al commercio, Wilbur Ross, dazi e trattative si muovono su binari paralleli, con i primi nella funzione di ‘paracadute’ da aprire in casi di fallimento delle seconde. E’ un copione che – con contorni abbastanza simili – l’amministrazione statunitense sembra avere già recitato, sia con il Messico, nel quadro dei negoziati per la revisione del NAFTA, sia – con esiti forse diversi – in quello dei negoziati per il recente accordo con la Cina.

E’ un copione, inoltre, che sembra essere ‘nelle corde’ di Donald Trump. Già in più occasioni è stato rilevato come lo stile negoziale del Presidente appaia improntato alla ricerca di una posizione di forza quasi ostentata rispetto all’interlocutore; da questo punto di vista, la minaccia di nuovi dazi non rappresenta, quindi, segno della chiusura della via negoziale. Ciò non toglie che si tratti di una via complessa. La volontà statunitense di giungere a un accordo ‘globale’ che includa sia il settore agricolo sia quello industriale si scontra, ad esempio, con la volontà europea di stralciare i due temi, riservando alle più controverse questioni agricole un accordo separato. Allo stesso modo, Washington ha espresso da tempo le sue riserve sulle norme europee di trattamento dati, a suo modo di vedere penalizzanti per i giganti statunitensi del web. La distanza fra le parti resta, quindi, notevole; uno stato di cose che rafforza la credibilità delle ‘minacce’ USA. Resta tuttavia da chiedersi se e quanto la Casa Bianca voglia davvero arrivare allo scontro con l’Europa in un anno ‘delicato’ come quello che è appena iniziato, in cui gli effetti di una guerra commerciale su larga scala finirebbero per impattare anzitutto su una forza lavoro cheper Donald Trumpcostituisce un importante serbatoio di consenso elettorale.

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