giovedì, Novembre 14

USA – Turchia: Trump e il rapporto con Erdogan E’ ancora presto per capire se e quanto le iniziative USA saranno efficaci davanti alla determinazione delle forze di Ankara

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L’annuncio della volontà statunitense di ritirare le proprie truppe dal nord della Siria e l’avvio dell’operazione militare turca ‘Fonte di pace’ hanno portato a una escalation di tensione fra Ankara e la comunità internazionale. Intenzionato a perseguire la sua strategia di messa in sicurezza del Paese dalla minaccia del terrorismo del PKK e dei suoi ‘affiliati’ dell’YPG, il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato la volontà di non porre fine alle operazioni finché tale obiettivo non sia stato raggiunto. A sua volta, ciò ha portato a un almeno apparente irrigidimento della posizione di Washington che – pur senza rinunciare al previsto disimpegno – ha in forme diverse invitato la repubblica anatolica alla moderazione e al self-restraint. E’ ancora presto per capire se e quanto le iniziative USA saranno efficaci davanti alla determinazione delle forze di Ankara e alla loro presenza ‘boot on the ground’ in territorio siriano. Ciò che è certo è che – al di là dei toni usati dalla Casa Bianca – la crisi in corso potrebbe portare a un serio deterioramento dei rapporti fra Washington e Ankara, deterioramento dalle conseguenze difficilmente prevedibili, dato anche il ruolo che la Turchia ricopre all’interno della NATO e il peso che le sue Forze Armate hanno nel dispositivo militare comune.

Da tempo i rapporti della Turchia con gli Stati Uniti e con la NATO non sono facili. La parte svolta da Ankara nella crisi siriana e i ripetuti cambi di fronte che l’hanno caratterizzata (in particolare per quanto concerne il rapporto con la Russia) sono una delle pietre d’inciampo. Già negli scorsi mesi, la scelta turca di acquistare da Mosca il nuovo sistema di difesa aerea S-400 fuori dagli schemi di procurement NATO e – anzi – appoggiandosi a un fornitore i cui rapporti con l’Alleanza sono da tempo ridotti al minimo è stata un’altra importante causa di tensione, così come lo è stata la minaccia statunitense di escludere la repubblica anatolica del progetto F-35, progetto nel quale Ankara avrebbe già investito – secondo fonti governative — oltre un miliardo di dollari. Da tempo, inoltre, Washington ventila la possibilità di introdurre sanzioni economiche a carico della Turchia, proprio per la vicenda degli S-400, contribuendo anche in questo modo da mantenere viva la tensione. Non stupisce che — date queste premesse – diversi analisti abbiano messo in luce, negli scorsi mesi, i potenziali rischi presenti nel rapporto fra Stati Uniti e Turchia e l’asimmetria — a svantaggio di Washington — che esiste nella percezione che i vertici dei due Paesi hanno riguardo all’utilità di questo rapporto.

Negli scorsi anni, la Turchia ha ampiamente capitalizzato sia il fatto di possedere il secondo maggior esercito della NATO in termini di consistenza numerica, sia la particolare collocazione geografica di cui beneficia. Proprio questa collocazione geografica è stata l’elemento che ha favorito la sua entrata nell’Alleanza Atlantica (1952) e che ha consolidato il suo ruolo all’interno di questa negli anni della guerra fredda. Inoltre, è anche a causa di essa che il Paese ha potuto beneficiare di un certo margine di autonomia nel perseguimento dei suoi interessi regionali, interessi solo in parte coincidenti con quelli dello schieramento occidentale. Nemmeno la crisi e la scomparsa dell’Unione Sovietica hanno alterato davvero questo stato di cose. L’‘apertura al mondo’ del Caucaso e dello spazio centroasiatico hanno, anzi, rafforzato per un certo periodo la posizione di Ankara, vista come un potenziale ponte verso queste regioni e come modello virtuoso di modernizzazione e laicizzazione da proporre ai loro Stati, appena giunti all’indipendenza. Questo stato di cose è proseguito (seppure fra alti e bassi) fino allo scoppio e alla successiva internazionalizzazione della crisi siriana, che hanno finito per mettere in luce la fragilità di fondo della politica dell’AKP di ‘zero problem with the neighbors’.

L’interrogativo è se e quanto questi assets riusciranno a mantenere il loro valore in futuro. Al di là del modo in cui ‘Fonte di pace’ si concluderà, l’azione militare turca in Siria è stata, per l’amministrazione USA, fonte di grave imbarazzo, sia in casa, sia fuori. Essa ha scavato in pericoloso solco fra il Presidente Trump e i vertici repubblicani in una delicata fase di avvicinamento alla campagna per le elezioni presidenziali e ha contribuito ad approfondire il divario che esiste oggi fra Washington e i suoi alleati, primi fra tutti quelli europei. I tentativi dell’amministrazione di spingere Ankara a più miti consigli si spiegano in larga parte con la necessità di porre un rimedio (seppure parziale) a questo stato di cose. E’, tuttavia, dubbio che gli Stati Uniti possiedano, oggi, una merce di scambio adeguata a portare a casa il risultato. Le sanzioni sinora adottate hanno un valore soprattutto simbolico e anche la minaccia di spostare in un altro Paese degli assetti nucleari oggi presenti presso la base di Incirlik rischia di essere un’arma spuntata, dati in tempi necessari alla sua messa in atto. Ancora una volta, sembra quindi esistere uno scollamento profondo fra gli obiettivi di breve periodo perseguiti dalla Casa Bianca e le loro ricadute a più lungo termine; ricadute che – come in questo caso – finiscono per mettere in luce la crescente debolezza di Washington sulla scena del mondo.

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