domenica, Maggio 26

USA – Turchia: qualche luce, ma tante ombre I toni accesi non sembrano, tuttavia, avere portato a una vera rottura

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Difficili da diversi anni, negli ultimi mesi i rapporti fra Turchia e Stati Uniti sembrerebbero avere sperimentato un nuovo deterioramento. All’inizio dello scorso ottobre, la vicenda Khashoggi a visto i due Paesi schierati su fronti opposti, con Ankara fra i primi a indicare l’Arabia Saudita come responsabile per la scomparsa del giornalista dissidente. L’annuncio statunitense di volere ritirare la propria presenza militare dalla Siria, immediatamente seguito da quello turco su una possibile ripresa della campagna contro i miliziani curdi del Rojava, ha portato a un’altra impennata della tensione. Proprio sulla questione curda, la Casa Bianca ha assunto una posizione particolarmente rigida, minacciando di ‘devastare economicamente’ la Turchia qualora questa intervenga contro i curdi. Le parole di Donald Trump hanno sollevato le vibrate proteste del Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e di altri membri del suo governo. I contrasti fra Washington e Ankara riguardo al ruolo svolto dalle forze dell’YGP in Siria sono note, così come è nota la volontà delle turca di porre fine – in un modo o nell’altro – all’esperienza della Federazione Democratica della Siria del Nord, che insieme con quella della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, è considerata un pericoloso modello per le rivendicazioni della popolazione curda dell’Anatolia.

I toni accesi non sembrano, tuttavia, avere portato a una vera rottura fra le parti. Al contrario, gli ultimi tempi sono stati caratterizzati da vari segnali di distensione. L’annuncio del ritiro delle truppe USA dalla Siria è stato valutato positivamente da Ankara. Inoltre, gli scontri verbali non hanno interrotto i negoziati in corso per la creazione, alla frontiera fra Turchia e Siria, di un cuscinetto demilitarizzato a protezione della repubblica anatolica da possibili ‘infiltrazioni terroristiche’, come Ankara considera anche le attività delle milizie curde. Parallelamente, voci insistenti sono circolate intorno alla possibile estradizione di Fethullah Gülen, leader del movimento ‘Hizmet’, residente negli Stati Uniti dal 1999 e accusato dalle autorità turche di essere la mente dietro il tentativo di colpo di Stato del luglio 2016. Su quest’ultimo punto, le posizioni sono discordi. La Casa Bianca ha dichiarato di non essersi mai impegnata in tal senso e che – al momento – l’estradizione del contestato leader religioso sarebbe ‘esclusa’. D’altra parte, sembrerebbero esservi segnali di trattative in corso, che confermano come il dialogo fra Washington e Ankara sia aperto. Da alcune parti è stata, infine, rilevata la coincidenza fra la ripresa delle voci sul dossier Gülen e la scarcerazione, da parte delle autorità turche, di Andrew Brunson, cittadino americano, arrestato nell’ottobre 2016 con una serie di accuse legate al tentato colpo di Stato di luglio.

Se la scorsa estate ha segnato la fase più bassa nel rapporto fra Stati Uniti e Turchia, il momento difficile appare quindi, oggi, dietro le spalle. Tuttavia, com’è stato notato già all’epoca, se le tensioni possono essere superate, è difficile ipotizzare il ritorno a uno scenario ‘business as usual’. Per molti anni, la Turchia è stata, per Washington, un ‘alleato modello’, sia dentro la NATO, sia fuori. Nonostante il (o forse proprio a causa del) contenzioso aperto con la Grecia intorno al futuro di Cipro, Ankara ha mantenuto sempre una posizione solidamente filo-occidentale, capitalizzando con ciò anche la sua collocazione strategica rispetto all’Unione Sovietica. Le cose hanno iniziato a cambiare nei primi anni Duemila. In occasione dell’intervento in Iraq (2003), il Parlamento di Ankara ha polemicamente rifiutato alle forze della coalizione multinazionale l’uso delle installazioni presenti sul suo territorio, prima fra tutte la base aerea di Incirlik, tuttora uno dei perni del dispositivo militare NATO nel Mediterraneo orientale e delle operazioni contro il sedicente ‘Stato Islamico’. Negli anni seguenti, pur se fra alti e bassi, il processo di allontanamento è continuato, insieme al crescere, da una parte, delle ambizioni turche a giocare un ruolo di primo piano sulla scena regionale, dall’altra al consolidarsi della presa sul potere da parte di Erdogan e dell’AKP.

La crisi siriana – che Ankara ha affrontato con tante ambizioni ma anche con una politica non sempre all’altezza – ha messo ancora più in evidenza le differenze che esistono fra i due ex alleati. Date le scelte dall’amministrazione Trump, il teatro mediorientale offre tuttora importanti spazi di collaborazione, primo fra tutti il contenimento di un Iran percepito come pericoloso da entrambi (anche se Ankara continua ad acquistare petrolio iraniano grazie a una deroga temporanea concessa da Washington che la pone al riparo da possibili sanzioni). Non sembra, però, che questa collaborazione sia destinata a tradursi in un nuovo legame strategico. La scelta di Trump di puntare, come possibile egemone nel mondo sunnita, sull’Arabia Saudita è stata causa di malcontento per la Turchia. Allo stesso modo, Washington guarda con fastidio agli ambigui rapporti che Erdogan intrattiene con la Russia, Paese dal quale Ankara sarebbe in procinto di acquistare – nonostante l’appartenenza alla NATO – sofisticati sistemi d’arma. I rapporti fra USA e YGP (che pure alcuni analisti, negli Stati Uniti, invitano ad allentare) sono un altro motivo di frizione, così come lo sono i dubbi statunitensi sull’azione internazionale della turca Halk Bankası. Uno scenario, quindi, con qualche luce ma molte ombre, certo diverso da quello che ha caratterizzato per anni i rapporti fra i due Paesi e che appare, per il futuro, foriero di ulteriori complicazioni.

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