domenica, Gennaio 24

USA: Trump, prove di moderazione? Ecco cosa rappresentano le recenti dichiarazioni di Donald Trump riguardo alla sua disponibilità a lasciare la Casa Bianca qualora il Collego elettorale, il prossimo 14 dicembre, dovesse formalizzare ufficialmente la scelta di Joe Biden

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Le recenti dichiarazioni di Donald Trump riguardo alla sua disponibilità a lasciare la Casa Bianca qualora il Collego elettorale, il prossimo 14 dicembre, dovesse formalizzare ufficialmente la scelta di Joe Biden come quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti potrebbero rappresentare una svolta importante nell’intricata vicenda delle elezioni 2020. Come tutti i media hanno rilavato, esse rappresentano il primo gesto di ‘The Donald’ che possa essere interpretato come un riconoscimento (seppure implicito) della vittoria del suo avversario, un riconoscimento che Trump, probabilmente, non darà mai in modo esplicito. Esse rappresentano, inoltre, un allontanamento importante della linea combattivatenuta sino ad oggi dal Presidente uscente e che – a suo dire – avrebbe dovuto vedere la Corte Suprema arbitro finale del confronto fra i due candidati. Esse, infine, imprimeranno, probabilmente, un’accelerazione al processo di transizione che – già avviato da qualche tempo sul lato democratico – si è finora dovuto scontrare con la ‘resistenza passiva’ opposta dalla Casa Bianca e dall’entourage presidenziale.

I margini di incertezza sono, tuttavia, molti. Da alcune parti, per esempio, è stata ventilata la possibilità di dimissioni del Presidente prima del termine naturale del mandato. Dal punto di vista istituzionale, ciò non costituisce, in sé, un problema né apre alcun vuoto di potere. La Costituzione e la legge ordinaria definiscono, infatti, in modo chiaro la linea di successione qualora il Presidente non sia in grado di esercitare le sue funzioni per incapacità, morte, dimissioni o rimozione dallincarico. In particolare, il Presidential Succession Act identifica come successori del Presidente il Vicepresidente, lo Speaker della Camera dei rappresentanti, il Presidente protempore del Senato, il Segretario di Stato e il Segretario al Tesoro; seguono, sempre in ordine di priorità, i titolari degli altri dicasteri, con il Segretario alla Difesa al sesto posto e il Procuratore generale degli Stati Uniti al settimo. Eventuali dimissioni di Trump porterebbero, quindi, Mike Pence nello Studio Ovale, con tutti i poteri e le prerogative del Presidente dimissionario, fra cui il delicato compito di gestire il passaggio alla nuova amministrazione.

Più delicata è la questione dei motivi che potrebbero essere dietro la scelta di lasciare la Casa Bianca prima della scadenza del mandato. Da alcune parti è stato osservato come, date le pendenze legali che Trump dovrà affrontare dopo l’insediamento della nuova amministrazione, la scelta di cedere, nelle prossime settimane, il potere a Mike Pence metterebbe il Presidente uscente nella condizione di beneficare di uneventuale grazia (Federal pardon) concessa dal suo successore senza rischiare la mossa di un ‘self pardon’ potenzialmente rischioso viste le incertezze che esistono sulla materia. Vale la pena di notare come lo stesso Trump abbia appena concesso la grazia all’ex Consigliere per la scurezza nazionale, Michael Flynn (già condannato per fatti legati al c.d. ‘Russiagate’), e come la stampa statunitense parli con insistenza di possibili nuovi atti di clemenza a favore di altre figure coinvolte nella vicenda. In questa prospettiva, prima che motivazioni politiche, dietro la decisione del Presidente ci sarebbe, quindi, la necessità ‘garantirsi il futurodi fronte alle possibili iniziative della magistratura.

Siamo, tuttavia, nel campo delle speculazioni. Ciò che resta è il fatto che, nella stessa conferenza stampa in cui ha annunciato il possibile ‘passo indietro’, Trump ha anche ribadito la sua posizione secondo cui il voto di novembre sarebbe stato inficiato da ‘frodi su larga scala’ e annunciato l’intenzione di non rinunciare a portare avanti in tribunale quelle che considera le sue ragioni, sebbene già diverse corti abbiano rigettato le istanze presentate dal suo comitato elettorale. Ancora una volta, quello che arriva dalla Casa Bianca è, quindi, un segnale ambiguo, che se da un lato sembra in qualche modo smorzare le tensioni degli ultimi giorni, dall’altro continua ad alimentare le divisioni che hanno caratterizzato la campagna elettorale e l’immediato post-voto. E’ un’ulteriore conferma delle difficoltà cui Joe Biden si troverà di fronte dopo l’insediamento; difficoltà destinate probabilmente a sommarsi ai ‘fatti compiuti’ che il Presidente uscente sembra volere porre in essere soprattutto in campo internazionale per condizionare il più possibile le scelte del suo successore e contenere i suoi spazi d’azione.

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