giovedì, Ottobre 29

USA: Trump, l’arte di farsi nemici È chiaro come il deteriorarsi della competizione elettorale finisca per rafforzare la percezione negativa che, di Donald Trump e della sua amministrazione, hanno molti alleati degli Stati Uniti

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Le dichiarazioni di Donald Trump riguardo alla possibilità– in caso di sconfitta nelle elezioni di novembre – di non prestarsi a un cambio di testimone pacifico con la nuova amministrazione democratica, non annunciano nulla di veramente nuovo. Già da diverso tempo, la Casa Bianca ha espresso il timore che il voto di novembre possa essere in qualche modo pilotato e affermato di non essere disposta ad accettare senza contestazioni un possibile esito negativo. A luglio il Presidente aveva ipotizzato di posticipare le elezioni a causa dell’emergenza sanitaria in corso e ancora prima aveva evidenziato la (presunta) scarsa sicurezza del voto postale, polemizzando anche con i responsabili di Twitter, che avevano etichettato alcuni dei suoi messaggi sulla pericolosità di tale forma di voto come necessari di ‘fact checking’. In questo quadro, le parole degli ultimi giorni sono un ulteriore misura del deterioramento sperimentato, negli ultimi anni, dalla vita politica statunitense e riflettono bene il modo in cui la delegittimazione dell’avversario sia diventata – su tutti i fronti in campo – un ‘normale’ strumento di competizione.

Nemmeno la contestazione del risultato elettorale è, in sé, qualcosa di veramente nuovo. In tempi recenti, per esempio, la vittoria ‘sul filo di lana’ di George W. Bush contro l’ex Vicepresidente Al Gore nel 2000 è stata accompagnata da una lunga stringa di polemiche a causa del risicato successo conseguito da Bush in Florida, Stato di cui il fratello Jeb era Governatore e che si era rivelato fondamentale per l’esito finale. Polemiche altrettanto accese hanno accompagnato, all’epoca, la decisione presa della Corte Suprema (con voto a maggioranza di cinque a quattro) di porre fine alla sequenza di riconteggi avviata dai due contendenti nel quadro di un intricato duello legale. Significativamente, anche le elezioni del 2000 hanno avuto luogo in una fase di incipienti difficoltà economiche (innescate a marzo dal crollo dell’indice NASDAQ dopo lo scoppio della c.d. ‘dot-com bubble’) e di forte polarizzazione della vita pubblica, anche a causa delle vicende che, fra la fine del 1998 e gli inizi del 1999, avevano portato la Camera dei rappresentati (a maggioranza repubblicana) a votare a favore dell’impeachment di Bill Clinton.

Resta il fatto che le nuove dichiarazioni di ‘The Donald’ alzano di un altro gradino l’asticella dello scontro. Sia Joe Biden e il suo entourage, sia alcuni ambienti repubblicani hanno criticato le parole del Presidente, arrivando a prefigurarese necessaria – una soluzione ‘di forza’ per imporre all’inquilino della Casa Bianca il rispetto dell’esito del voto. Al netto della retorica, è una misura chiara dalle profondità delle fratture che attraversano il Paese e delle difficoltà che il vincitore incontrerà, nei prossimi quattro anni, nel portare avanti la sua azione di governo sul piano interno come su quello internazionale. A questo livello, i quattro anni dell’amministrazione Trump hanno visto crescere drammaticamente il senso di estraneità fra Stati Uniti ed Europa; un fatto che, sa da un lato dipende da dinamiche ‘strutturali’ che è impossibile contrastare, dall’altro è il risultato di precise scelte politiche. Non stupisce, quindi, che praticamente tutti i Paesi europei guardino alla possibile vittoria di Biden come all’occasione per rilanciare un rapporto entrato in crisi soprattutto a causa delle scelte fatte dal suo predecessore.

Se e quanto queste aspettative potranno realizzarsi è una questione che avrà forse risposta dopo l’eventuale vittoria del candidato democratico. E’ tuttavia già chiaro come il deteriorarsi della competizione elettorale finisca per rafforzare la percezione negativa che, di Donald Trump e della sua amministrazione, hanno molti alleati degli Stati Uniti. In questo quadro, i dubbi gettati sulla correttezza della competizione e dei suoi esiti, se sul fronte interno possono contribuire a mobilitare la base di consenso repubblicana, all’estero rischiano di confermare l’immagine di un Presidente pericolosamente unilateralista e di consolidare il senso di distacco oggi esistente. Al momento, l’Europa sembra avere scelto di restare alla finestra, osservando ‘da fuori’ lo svolgersi della campagna elettorale. Salvo poche eccezioni, il suo favore per Biden è però chiaro, così come è chiaro che un eventuale successo di Trump non potrà non tradursi in un ulteriore deterioramento dei rapporti, soprattutto con quei Paesi che come Francia e Germanianegli scorsi anni sono stati in prima fila nel criticare molte delle scelte compiute dall’amministrazione.

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