domenica, Gennaio 24

USA, tra sogno americano e questione razziale Democrazia oltre che ‘potere al popolo’ significa, come scolpito nelle Costituzioni dalle rivoluzioni francese ed americane, tolleranza verso i ‘diversi’

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Pensiero lento vs velocità elettronica

I can’t breathe (sussurrava il cittadino americano madi pelle nera George Floyd al poliziotto squadrista Derek Chauvin il 25 maggio 2020 che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio sul suo collo per 8 minuti e 46 sec. Poliziotto con ottime referenze, negli anni scorsi aveva sparato alla pancia una ventiduenne ammazzandola. Ad oggi è sospeso ma libero… Questa è l’America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli umani neri, dalla schiavitù alla segregazione razziale)

Dal giugno scorso ho riflettuto su questo quotidiano sulla reale vita sociale quotidiana negli Stati Uniti d’America di oggi, a cui la pratica e la retorica della democrazia liberale ci ha da sempre indirizzato, per ‘specchiarci’ nella sua apparente limpidezza di faro della democrazia nel mondo. Che oggi attraversa una fase di turbolenza e violenza razziale acuita dall’attuale presidente in queste settimane che ci separano dal 4 novembre, resa dei conti delle prossime elezioni presidenziali americane. Con contraccolpi che si riverbereranno il tutto il mondo. Per generazioni molti sono stati pedagogicamente forgiati da piccoli, mediaticamente orientati da giovani, manipolati e persuasi da adulti che quando si parla di America non possiamo non fare il tifo per lei, perché ‘arrivano i nostri’. L’ultima volta che è successo, ottant’anni fa, gli americani sono arrivati e ci hanno salvato dai nazisti e minori fascisti, minore solo in apparenza per i neo-post-fascisti odierni truci violenti, perché tra le malefatte promulgatoridelle leggi razziali in Italia. Firmate, da quell’Almirante che oggi l’ex ministretta eia eia trallallà avrebbe voluto lo scorso 2 giugno commemorare tra i patrioti italiani! Un fascista, da una borgatara post (?)-fascista! Ennesima provocazione permessa dalla troppa tolleranza, formalmente democratica ma nel concreto indifferente e retorica. Ciò perché in un serio democratico paese fatto di diritti sui quali noi italioti siamo disposti a tutto ma non sul versante dei doveri indicandonellaltrismo’ il principio guida, non ci assumiamo mai la responsabilità dei nostri atti, ma abbiamo sempre bisogno di giustificarci con ciò che fanno gli altri. Così da non scambiare la tolleranza per ignavia o per indifferenza.

Ma torniamo alla Storia, nota come magister vitae, a quella ufficiale che viene sempre scritta dai vincitori delle guerre che esalta le conquiste e glissa sugli episodi più torbidi che potrebbero abbassare il morale delle truppe o generare pericolosi dubbi. Perché i dubbi impongono di riflettere per argomentare. Tema ben compreso da Umberto Eco neIl nome della rosa in cui fa dialogare padre Guglielmo di Barskerville con Borges, il cieco padre superiore dei religiosi, il quale lancia anatemi verso alcuni dei libri greci antichi forse scomparsi dal Convento, no, forse mai esistiti perché tendenziosi ed inclini alla risata, dunque a mettere in dubbio l’autorità inscalfibile. Ed il ridere è storicamente lo sberleffo peggiore nei confronti di ogni autorità costituita.

Quella dei vinti, è viceversa una storia sovente cancellata o al massimo con generosità rielaborata, riscritta, ripulita, attribuita a poche ‘mele marce’ che non devono sporcare il quadretto retorico su cui fondare relazioni tra Stati, rapporti tra istituzioni, convivenze tra collettività ed identificazioni personali.

Qui il torbido ha i colori del nero, africani rapiti e deportati in stato di schiavitù nella nascente America, ed il colore rosso per sintesi simbolica è dei ‘pellerossa’, ovvero i nativi d’America trucidati e confinati in ‘riserve’, con quei muri che piacciono tanto oggi per proteggerci dai ‘barbari’. Ovvero quelli che c’erano prima a cui sono state rubate centinaia di migliaia di vite, terre e libertà. In nome di una nascente democrazia, storia narrazione e finzione con cui l’America ha incantato il mondo, faro della libertà delle opportunità del libero fare. Senza raccontare la parte finale della storia: i pochi che riescono si ergono su un cumulo di morti che non ce l’hanno fatta. Insomma pionieri e quaccheri, tagliagole ed assassini, avventurieri biscazzieri pistoleros, in buona parte ex galeotti cacciati dall’Inghilterra, hanno tentato fortuna nel Nuovo Mondo, privo di leggi tribunali diritti. Distese immense libere, di qui la famosa mitica ‘corsa all’oro’ senza paletti confini recinti a delimitare una proprietà acquisita con pistole e senza leggi.

Questa la ‘civile’ America dei padri fondatori schiavisti assassini massacratori, di neri di indiani di donne e bambini. Che cosa abbiamo visto noi dall’altra parte dell’Oceano? John Wayne (emblema del bianco razzista che ha comunque ragione), Cary Grant, James Stewart e tanti altri, facce bonarie di ‘testimonial’ in una finzione cinematografica per costruire un falso vero divenuto mito per le generazioni a venire ad usum del mondo, ‘libero’ of course. Vale a dire sulla pelle di quelli che son nati appunto lì massacrati e decimati dalla migliore organizzazione tecnica, la tecnica del fucile e della polvere da sparo, contro le frecce degli indiani. Da piccoli abbiamo giocato tutti ad indiani e cowboy, sempre con truce impeto nel fare scontrare i secondi sopraffacendo i primi. Poi crescendo qualcuno ha approfondito gli studi di storia o di sociologia, cominciando una sorta di rieducazione ed azzeramento delle fantasie fanciullesche. Una personale analisi genealogica poi diffusasi, per risalire ad atti documenti azioni memoriali testimonianze di un corso della realtà al vaglio della storia. Scoprendo fatti luoghi persone assenti dai manuali scolastici e da molti libri e racconti degli adulti basati solo su storie apologetiche ed esemplari retorizzate dai vincitori. Per risalire ad un ‘atto primigenio’ la cui carica e contenuto fa volgere lo sguardo verso orizzonti cosiddetti alternativi. Per ritrovare una sorta di principio, se non di tutte le cose, almeno di riconsiderazione dell’insieme per comprendere l’altro da noi così ben occultato o lasciato talmente ai margini che nelle ‘foto’ ufficiali non viene messo a fuoco. O proprio scompare. Come nei ‘gulag’ sovietici. Di modo che emerge una data significativa, a suo modo emblematica che diviene paradigmatica, un simbolo, da cui tutto cambiò. È quella del 1619, 401 anni fa. Perché, come si dice in questi casi, è così emblematica questa data? Che cosa si narra e che cosa successe che condusse una nazione a rappresentarsi diversa da ciò che effettivamente era stata, e su cui aveva edificato il suo mito di terra delle promesse e delle opportunità? Perché chi vince con crudeltà sterminando, poi quando si mette in posa nelle foto ufficiali non può presentarsi con la camicia sporca di sangue. Che lascia o butta via e con essa occulta ed obnubila a se stesso il reale accadimento dei fatti. Che sono questi: il moderno ‘progressista’ bianco di buoni sentimenti, pio e religioso ha ucciso stuprato venduto uomini e donne come schiavi, tradotti dall’Africa. Non è scritto in alcuna Bibbia né il diritto naturale ha mai fornito il ‘diritto’ di fare dell’uomo bianco il supremo suprematista di tante migliaia di teste di c…o odierne che con fucili e mitragliatori ammazzano come da sempre i ‘negri’ perché ritenuti ‘naturalmente’ inferiori. Ringraziando per l’appoggio (im)morale e concreto il fCB(fascista alla Casa Bianca) il cui slancio isolazionista di ‘Make America great again’, costituisce la palese fotografia dell’ultima difesa dell’uomo bianco in crisi di vocazioni che non vuol fare i conti con i cambiamenti della storia umana, essendo altri popoli ed etnie già in numero superiore agli umani con pelle bianca. L’ancoradello slogan dice molto. Quella del volgare misogino razzista ignorante, violento arrogante sbruffone incapace di pensiero, intollerante suprematista amico di terroristi come Qanon, Ku Klux Klan, Proud Boys, organizzazionneonaziste sdoganate da un presidente che dovrebbe comunicare e diffondere pensieri e valori democratici. Insomma, come è possibile un tale oscuramento della realtà dei fatti e delle parole? Come si fa, lo chiedo ai tanti solerti conformisti moderatamente democratici disposti a tutto (anche con lauti incarichi e molta visibilità) a credere che un individuo simile possa essere solo accostato ad serio democratico. Secondo, perché una certa democrazia quando viene declinata da destre poco conservatrici e molto reazionarie di fatto assume i colori del peggior nero? Ché democrazia oltre che ‘potere al popolo’ significa, come scolpito nelle Costituzioni dalle rivoluzioni francese ed americane, tolleranza verso i ‘diversi’ (che non so che cosa significhi, perché siamo in sostanza noi dall’altra parte, per cui chi è diverso da chi, eccetto neofascisti, nazisti, odiatori, ignoranti, volgari), difesa di minoranze, purché riconoscano l’autorità statuale. Dicevo del 1619. In quel tempo una ventina di angolani di stanza nell’allora colonia britannica della Virginia viene venduta come schiavi da commercianti di corpi umani portoghesi. (segue)

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.