sabato, Gennaio 19

USA: shutdown, esistono vie d’uscita? Lo stralcio dal bilancio federale del contestato finanziamento del 'muro' potrebbe rappresentare la soluzione

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L’esperienza degli ultimi anni ha ormai abituato a considerare lo ‘shutdown’ (la sospensione dei servizi federali a causa della mancata approvazione del bilancio da parte del Congresso) una prassi quasi normale nella politica statunitense. Dallo scontro che nel 2013 ha visto contrapposti per diciassette giorni l’amministrazione Obama e un Legislativo spaccato fra la Camera a guida repubblicana e il Senato a guida democratica, la minaccia di bloccare la macchina dello Stato è stata brandita con frequenza crescente, da una parte e dall’altra. Tuttavia, con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, la violenza dello scontro sotteso sembra avere fatto un salto di qualità. Nel 2018, gli shutdownsono stati tre (contando quello in corso) e sebbene i precedenti siano durati solo pochi giorni (20-22 gennaio il primo; limitato al 2 febbraio il secondo), la violenza del confronto in atto compensa ampiamente la mitezza degli altri due. I servizi federali risultano sospesi dal 22 dicembre e – data la posizione ‘muro contro muro’ assunta da Congresso e Casa Bianca – si giungerà con ogni probabilità a superare il ventuno giorni di sospensione (15 dicembre 1995 – 6 gennaio 1996) che, al momento, risultano essere la durata-record di uno ‘shutdown’.

Le vicende che hanno portato a questo stato di cose sono note e si legano alla volontà del Congresso di non garantire all’amministrazione i fondi necessari alla realizzazione del ‘muro di confine’ con il Messico. Il successo democratico nello scorso voto di midterm (che he permesso al partito dell’asinello di guadagnare una tranquilla maggioranza alla Camera dei rappresentanti) ha contribuito a spingere verso questo risultato favorendo prima dell’insediamento del nuovo Congresso (3 gennaio 2019) l’adozione di tattiche dilatorie da parte della minoranza, successivamente il passaggio all’opposizione aperta alle richieste dell’amministrazione. La frammentazione della rappresentanza repubblicana – sempre più chiaramente divisa fra una componente ‘turmpiana’ e una ‘anti-trumpiana’ – ha favorito il successo di questa strategia. La radicalizzazione della rappresentanza democratica (che, in molti casi, ha fatto del contrasto alle politiche presidenziali il proprio cavallo di battaglia elettorale), infine, unita al fatto che i sondaggi evidenzino come l’elettorato, in genere, tenda a non punire (in termini di consenso) i responsabili di uno ‘shutdown’ è un altro elemento che concorre a spiegare come mai si sia giunti alla attuale situazione di stallo.

La domanda è: esistono vie d’uscita? L’esperienza risponde di sì. Anche il già ricordato ‘shutdown’ del 2013, per quanto caricato di pesanti significati sia dall’amministrazione, sia dall’opposizione (oggetto del contendere era, all’epoca, il finanziamento di alcuni provvedimenti del Patient Protection and Affordable Care Act ritenuti fondamentali dall’amministrazione e osteggiati dalla maggioranza repubblicana), è stato, alla fine, risolto con l’approvazione del compromesso incarnato nel Reid-McConnell Bill. Con ogni probabilità, tuttavia, l’apice dello scontro, oggi, non è stato ancora raggiunto. Nelle scorse ore, il Presidente Trump ha prospettato il ricorso ai poteri d’emergenza per la realizzazione del muro di confine attingendo ai fondi non utilizzati dalle Forze Armate senza dovere attendere l’approvazione del Congresso. Questo, a sua volta, ha risposto ventilando la possibilità di adire le vie legali (fino a portare la questione davanti alla Corte suprema) contro ciò che considera un esorbitare del Presidente dai suoi poteri. La stampa statunitense ha già sollevato pesanti riserve riguardo alla soluzione prospettata da Donald Trump, identificando in essa un precedente potenzialmente pericoloso in caso di scontri fra Legislativo ed Esecutivo.

Paradossalmente, proprio lo stralcio dal bilancio federale del contestato finanziamento del muro di confine potrebbe rappresentare la soluzione per uscire dall’attuale impasse. Indipendentemente da quella che sarà la soluzione trovata, resta, tuttavia, una questione aperta. Lo scontro ‘muro contro muro’ fra amministrazione e Congresso è, infatti, foriero di ulteriori tensioni. Piaccia o meno, Trump e l’odierna Camera a guida democratica sono chiamati a convivere per almeno altri due anni. Il rischio è che questo stato di cose finisca per produrre una sorta di ‘campagna elettorale permanente’ potenzialmente pericolosa sia per la Casa Bianca che per Capitol Hill. Sinora, Trump ha cavalcato abilmente le molte crisi che si è trovato ad affrontare, evidenziando i suoi tratti di outsider e appellandosi alla legittimazione derivante dalla sua postura anti-establishment. L’assunzione della responsabilità presidenziale finisce, d’altra parte, per elidere questa posizione. Se, quindi, da un lato, la Camera democratica non può subordinare alla ‘pregiudiziale anti-Trump’ le sue responsabilità di governo, lo stesso non può fare – mutatis mutandis – il Presidente; salvo accettare entrambi l’alea di pagare, nel voto del 2020, il costo politico delle scelte oggi compiute.

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