sabato, Settembre 21

Usa-Russia: che fare?

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Russia e Stati Uniti sono ormai da tempo ai ferri corti. Dall’Ucraina alla Siria, dal crollo pilotato del prezzo del petrolio alla questione del nucleare iraniano, le due principali potenze geopolitiche appaiono divise praticamente su tutto.

Eppure, l’elezione di Donald Trump si basava su presupposti tali da lasciar intendere che una distensione dei rapporti fosse assolutamente realizzabile, dal momento che il tycoon newyorkese dichiarava di voler attuare un progressivo disimpegno che consentisse agli Stati Uniti di trovare una soluzione di compromesso con gli altri grandi attori internazionali e di impiegare le risorse a disposizione per correggere i propri scompensi strutturali. La campagna elettorale condotta dall’imprenditore di New York era infatti tutta protesa a porre l’accento sulla necessità di favorire un ripiegamento sulla politica interna mirato a generare occupazione e ridare vigore alla sofferente middle-class (ormai in via di estinzione), attraverso l’applicazione di calibrate misure protezionistiche, nonché a ricostruire le logore infrastrutture del Paese con i fondi ricavabili da un progressivo disimpegno imperial-militare (ripensamento della Nato e dell’alleanza strategica con Giappone e Corea del Sud, riduzione delle basi militari al”estero, ecc.). Un cambio di rotta destinato quasi sicuramente a risultare indigeribile per un’economia mai riconvertita al tempo di pace dal 1945 in poi e ancora oggi strettamente dipendente dal colossale apparato di warfare come quella Usa, ma che scaturisce da una realistica presa d’atto della condizione critica in cui versano gli Usa destinata a porre implicitamente le basi per una (relativamente indolore, fatta eccezione per alcuni inevitabili colpi di coda) ridefinizione dei rapporti di forza internazionali.

Prospettive del tutto inaccettabili per l’establishment Usa, come testimoniato dalla dura presa di posizione dell’influente neocon Robert Kagan, il quale si è detto più che certo che un  qualsiasi ridimensionamento dell’esposizione imperial-militare statunitense non possa che rappresentare l’anticamera di un crollo paragonabile a quello dell’Impero Romano, suscettibile a sua volta di produrre sconquassi geopolitici analoghi a quelli verificatisi all’indomani della Grande Guerra.  Anne Applebam, firma di grande prestigio del giornalismo statunitense, si è invece spinta a denunciare sul ‘Washington Post‘ che l’ascesa di Trump alla Casa Bianca «potrebbe comportare il dissolvimento della Nato, la scomparsa dell’Unione Europea e forse la conclusione dell’ordine liberista occidentale così come lo abbiamo conosciuto».

Esternazioni dello stesso tenore sono state formulate da Martin Wolf, editorialista di punta di un altro baluardo del sistema come il ‘Financial Times‘ che ha addirittura paragonato l’elezione di Trump a «un evento rivoluzionario di portata equivalente alla Prima Guerra Mondiale, alla Rivoluzione Bolscevica, alla Grande Depressione, all’ascesa al potere di Hitler, alla Seconda Guerra Mondiale, all’inizio della Guerra Fredda, al tracollo degli imperi europei, alle riforme di Deng Xiaoping in Cina, alla fine dell’Urss e alla crisi finanziaria del 2007-2009 con successiva Grande Recessione […]. Un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida Usa) come forza centrale degli affari mondiali. Il risultato non sarebbe un nuovo ordine, ma un pericoloso disordine».

Trump non ha fatto in tempo ad assumere le redini del potere per rendersi conto di quanto radicale fosse l’opposizione dello ‘Stato profondo’ nei confronti della sua linea politica annunciata in campagna elettorale. Nelle settimane immediatamente successive a quel fatidico 8 novembre, le strade di Washington e di altre grandi città statunitensi si sono riempite di manifestanti ostili al magnate che operavano secondo modalità non dissimili da quelle riscontrate in tutte le ‘rivoluzioni colorate’ sorte in numerosi Paesi che Mosca considera parte integrante della propria sfera egemonica. Parallelamente, l’Fbi e l’intera comunità d’intelligence sfornavano dossier in cui si accusava Trump di aver beneficiato del supporto attivo dei cosiddetti ‘hacker russi’, che grazie ai loro attacchi informatici ordinati direttamente da Mosca avrebbero fatto venire a galla gli scheletri nell’armadio di Hillary Clinton e dell’apparato dirigenziale del Partito Democratico influenzando pesantemente il verdetto del urne. E mentre il ‘Russiagate’ dominava le prime pagine di tutti i giornali statunitensi ed europei, una fronda bipartisan del Congresso affossava la riforma sanitaria su cui Trump aveva speso una parte non indifferente del proprio capitale politico.

A quel punto, il presidente in carica ha deciso di varare una sostanziale mutamento di approccio, silurando due stretti collaboratori come Michael T. Flynn e Stephen Bannon, ritenuti dall’establishment i maggiori sostenitori di un rapporto di collaborazione con la Russia. Non a caso, il licenziamento di questi due stretti collaboratori del presidente ha preluso lancio di una salva di missili Tomahawk contro la base militare siriana da cui Washington ha affermato che era stato lanciato l’attacco chimico su Idlib. Il colpo di scena ha suscitato il plauso della stampa statunitense e di larga parte del Congresso, e consentito con ogni probabilità a Trump di ritagliarsi un margine di manovra sufficiente a portare avanti almeno alcuni dei propositi annunciati in campagna elettorale.

Segno eminente che negli Stati Uniti esiste ancora oggi, a Guerra Fredda conclusa da quasi un trentennio, un partito trasversale che considera la Russia come il nemico. E tale partito è molto presente e ben rappresentato soprattutto nel Pentagono, massimo artefice (molto più del Dipartimento di Stato) della politica  estera degli Stati Uniti. Vladimir Putin, pienamente consapevole di ciò, ha accuratamente evitato di suscitare in patria eccessive aspettative nei confronti di Trump, anche perché memore dei precedenti. Negli anni ’90, Bill Clinton non solo bombardò la Serbia (storico alleato di Mosca), ma allargò i confini della Nato verso est contravvenendo con grande disinvoltura al cosiddetto ‘accordo tra gentiluomini’ che era stato siglato in forma verbale tra Mikheil Gorbacëv e George Bush sr., in base al quale l’Urss avrebbe acconsentito all’ingresso nell’Alleanza Atlantica di una Germania riunificata in cambio dell’impegno Usa a non estendere l’organizzazione militare «di un pollice oltre il confine orientale tedesco». George Bush jr. avviò i lavori di realizzazione del cosiddetto ‘scudo anti-missile’, si adoperò per fare in modo che la Nato inglobasse altri Paesi che un tempo avevano fatto parte del Patto di Varsavia e dello stesso Stato sovietico e appoggiò le velleità anti-russe della Georgia. Barack Obama, che aveva parlato di ‘reset nei rapporti con Mosca’, cercò di rovesciare il governo siriano di Bashar al-Assad e preparò il terreno per il colpo di Stato in Ucraina per privare la Russia di due dei suoi più stretti e importanti alleati e mantenere Mosca ben separata dall’Europa.

Tutti esempi che hanno indotto Putin a dubitare che Trump fosse in grado di varare un radicale cambio di registro in materia di politica estera. Il leader del Cremlino è tuttavia convinto che la politica muscolare e assertiva condotta da Washington non possa che alienare agli Stati Uniti sempre più simpatie e solidarietà internazionale, e rivelarsi quindi un colossale fallimento sul piano eminentemente strategico. Ma è proprio quando una grande potenza non riesce più ad elaborare politiche di ampio respiro e lungo termine che la congiuntura contingente si fa più pericolosa e problematica. In tempi meno recenti, gli Usa hanno dato prova di intelligenza e lungimiranza proprio nelle fasi in cui il loro apparato dirigenziale era consapevole di non poter fare a meno di tenere in debita considerazione gli interessi dell’Unione Sovietica. Un esempio di ciò si è avuto nel 1972, quando Richard Nixon si recò a Mosca per siglare con Leonid Breznev il trattato Salt I sulla limitazione delle armi nucleari, in base ai quali le due potenze si impegnarono a proteggere con missili intercettori soltanto una delle loro grandi città e a lasciare deliberatamente sguarnito il resto del proprio territorio nazionale. Questa ammissione di reciproca vulnerabilità fu uno dei più validi fattori di stabilità e di distensione di tutta la Guerra Fredda, e risultava vantaggioso ad entrambe le parti in causa (una situazione win-win, nel gergo odierno) perché consentiva loro di alleggerire il budget militare e di dedicare maggiori risorse ad altri settori sensibili. Ciò non significa che i due Paesi fossero diventati alleati, perché fu lo stesso Nixon a rompere, di concerto con Henry Kissinger, il sodalizio sino-sovietico, aprendo le porte alla Cina di Mao Zedong per relegare l’Urss a un isolamento politico ed economico destinato a influire in maniera determinante sull’esito della Guerra Fredda. Di fatto, la strategia di Nixon e Kissinger appariva orientata ad evitare qualsiasi scontro frontale con il nemico, in favore di un approccio più sottile e diplomatico che avrebbe permesso agli Usa di raccogliere i frutti maturi a un paio di decenni di distanza.

Se gli Stati Uniti abbiano mantenuto o meno questa capacità strategica, fondata sul riconoscimento degli interessi di un nemico troppo ostico da sottomettere coi metodi tradizionali, è il nodo gordiano da cui dipende il futuro del pianeta.

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