giovedì, Luglio 2

USA: quei sondaggi ‘mainstream’ nel mirino di Trump Le accuse del Presidente puntano tutte sulla presunta natura strumentale dei dati diffusi, oltre che sulle distorsioni che affliggerebbero i campioni considerati

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Nelle ultime settimane, gli indici di popolarità di Donald Trump hanno sperimentato una netta flessione. Ancora alla fine di marzo, secondo l’indice aggregato elaborato da RealClearPolitics, lo scarto fra quanti esprimevano un giudizio positivo sulla leadership del Paese e quanti ne esprimevano uno negativo era del 17% circa contro il 41% attuale. Allo stesso modo, nel confronto diretto con quello che appare il pressoché certo candidato democratico, l’ex vicepresidente Joe Biden, tutti i sondaggi danno il Presidente uscente sconfitto con uno scarto medio di 9,4 punti percentuali e una forchetta che va dai 4 ai 14 punti. Sempre secondo i sondaggi, Biden sembra inoltre registrare progressi costanti (anche se non sempre eclatanti in termini quantitativi) in Stati importanti come il Michigan, la Florida e il Wisconsin. L’impatto di COVID-19 e le vicende delle ultime settimane hanno avuto una parte importante in questi sviluppi, che accentuano una fragilità che, comunque, Donald Trump ha sempre dimostrato. Non stupisce, quindi, che proprio i sondaggi siano finiti al centro del mirino del Presidente e che, parallelamente al consolidarsi del vantaggio del suo rivale, i suoi attacchi si siano moltiplicati.

Le accuse del Presidente puntano tutte sulla presunta natura strumentale dei dati diffusi, oltre che sulle distorsioni che affliggerebbero i campioni considerati. In altre parole, secondo Trump, i sondaggi oggi in circolazione, indipendentemente dalla fonte da cui provengono, oltre a essere ‘orientati’ nella scelta degli intervistati, avrebbero soprattutto lo scopo di scoraggiare il suo elettorato, spingendolo a disertare le urne a fronte di una sconfitta pressoché certa. Indirettamente, essi servirebbero inoltre a rafforzare la posizione di Bidenspingendo gli indecisi a ‘saltare sul carro del vincitore’, presentando il suo successo come altrettanto certo. Si tratta, per molti aspetti, della riproposizione di un argomento già noto: il ruolo che i mediamainstreamavrebbero nel veicolare una narrazionedi partedegli eventi, tesa a gettare una luce negativa sulla Casa Bianca e sul suo operato e, al contrario, a enfatizzare l’azione di un’opposizione ‘fuori contatto’ rispetto alle effettive esigenze del Paese. Da qui la promessa (che si accompagna agli attacchi del Presidente) di chiudere da qui a novembre il gap che lo separa dal suo avversario, così da giocarsi la rielezione ‘sul filo di lana’, come accaduto nel 2016.

In effetti, i sondaggi politici (specie così lontano dal voto) sono strumenti da utilizzare con cautela. Nel 2016, la loro capacità predittiva si è dimostrata limitata, non tanto in termini complessivi (al contrario: il successo di Hillary Clinton nel favore popolare e a livello nazionale è stata anticipata con un notevole grado di affidabilità) quanto di singoli Stati, all’interno dei quali vittorie ‘di misura’ di Trump (in questo caso non previste dai sondaggi) si sono dimostrate centrali per la sua elezioni a causa del sistema indiretto che regola l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Anche nella profilazione dell’elettorato per classi di età e titolo di studio l’esperienza del 2016 ha evidenziato diversi limiti. E’ per questi motivi che, nonostante gli ampi divari evidenziati in molti casi (il sondaggio CNN che il Presidente ha attaccato con più forza, arrivando a chiederne il ritiro con le scuse dell’emittente, indica uno scarto di 14 punti percentuali, lo stesso di un successivo sondaggio New York Times/Siena, mentre l’ultimo sondaggio Harvard-Harris parla di 12 punti e l’ultimo sondaggio Economist/YouGov di 8 punti), i vertici democratici sono i primi a guardare questi risultati con una buona dose di prudenza.

Non sono solo i limiti ‘strutturali’ dello strumento a giustificare questa prudenza. Nonostante i sondaggi a favore, Joe Biden resta, infatti, un candidato fragile e se l’emergenza COVID-19 e le vicende innescate dalla morte di George Floyd hanno influito negativamente sulla popolarità di Trump, il rischio è che possano influire negativamente anche sulla sua. Su entrambe le questioni, le ambiguità dell’ex vicepresidente lo hanno esposto a critiche all’interno di un partito in cui ormai da tempo la ‘questione razziale’ e – in generale – i temi delle minoranze sembrano essersi imposti come il centro del dibattito. E’ quindi possibile che, nelle prossime settimane, il bacino del voto nero (che per Biden è tradizionalmente importante, come hanno dimostrato anche le ultime primarie, in cui la sua ripresa ha avuto inizio, non a caso, in South Carolina) possa, almeno in parte, inaridirsi. Non che questi elettori possano spostarsi in massa verso Trump, ma se decidessero di disertare il voto i sondaggi oggi oggetto del contendere perderebbero molta della loro validità e la strategia del Presidente di cercare la vittoria ‘sul filo di lana’ in un numero ridotto di Stati-chiave potrebbe risultare più pagante del previsto.

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