mercoledì, Ottobre 28

USA: quei dollari che non inguaiano Trump La pronuncia della Corte Suprema sull’accesso alle dichiarazioni dei redditi del Presidente finisce per portare acqua al mulino della Casa Bianca

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La pronuncia della Corte Suprema che ha confermato la legittimità delle richieste avanzate dal procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance, per avere accesso alle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump e da diversi comitati dalla Camera dei rappresentanti per avere accesso alle sue posizioni bancarie e finanziarie è stata salutata come una vittoria importante da parte dagli avversari del Presidente. In linea con una giurisprudenza consolidata, la Corte è stata, infatti, unanime nel rigettare la posizione della Casa Bianca secondo cui il Presidente in carica godrebbe di una sorta di immunità assoluta temporanearispetto all’azione penale; una posizione peraltro assunta, in passato ed egualmente senza successo, fra gli altri, da Richard Nixon e da Bill Clinton. Secondo gli avversari del Presidente, la messa in luce dei dati fiscali e finanziari del Presidente e dei possibili conflitti d’interesse che questi porterebbero con sé, rappresenterebbe un nuovo colpo sulla strada della rielezione; un colpo tanto più grave perché si andrebbe ad aggiungere – oltre che alla difficoltà che il Paese sta continuando ad attraversare — alla già lunga striscia di ‘rivelazioni’ che ha caratterizzato le ultime settimane.

La realtà è, tuttavia, più complessa. Se la Corte Suprema, rigettando la posizione della Casa Bianca, ha infatti ammesso la legittimità di principio delle richieste, essa ha anche stabilito (con una pronuncia sette a due, che taglia trasversalmente gli schieramenti di appartenenza e con i due giudici nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, che hanno votato insieme alla maggioranza) che la decisione di merito debba essere rinvitata alle rispettive corti competenti, cui spetta, quindi, pronunciarsi nuovamente sulla concessione o meno l’accesso concreto. Nella stessa pronuncia, la Corte ha evidenziato, inoltre, la delicatezza dei problemi costituzionali che le richieste sollevano (soprattutto quelle avanzate dalla Camera dei rappresentanti), invitando i giudici di merito a prestare particolare attenzione alle ricadute che le loro decisionipotrebbero avere in sotto questo profilo e ponendo una serie di paletti cui essi dovranno tenere conto nel prendere tali decisioni. C’è, quindi, più di un dubbio riguardo al fatto che l’accesso ai dati richiesti possa giungere in tempo per svolgere un ruolo di qualche rilievo nella campagna elettorale o che – al limite – possa anche non essere concesso.

La pronuncia di questi giorni finisce così per portare acqua al mulino politico del Presidente. Il rinvio degli atti alle corti competenti permette alla Casa Bianca di guadagnare tempo prezioso in vista del voto di novembre (eventualmente anche con un nuovo ricorso alla Corte Suprema contro le possibili decisioni delle stesse corti competenti), mentre l’attenzione che il dispositivo redatto dal Chief Justice John Roberts (di nomina repubblicana, come i due giudici dissenzienti, il decano Clarence Thomas, nominato da George H.W. Bush, e Samuel Alito, nominato da George W. Bush) pone nel sottolineare la sensibilità costituzionale dell’argomento in questione permette all’amministrazione di inquadrare la disputa intorno all’accesso ai dati di Trump come il tentativo di un Legislativo ostile di esorbitare dalle sue competenze per portare avanti la sua politica ‘persecutoria’ nei confronti del Presidente. Non a caso, lo stesso Trump, nel commentare la pronuncia della Corte Suprema, ha parlato di quella in corso come di una ‘caccia alle streghe’, un’espressione già usata all’epoca del dibattito intorno alla richiesta di impeachment successivamente approvata dalla Camera dei rappresentanti.

Tuttavia, in questa occasione, la reazione della Casa Bianca è stata particolarmentenervosa’. Il Presidente ha attaccato con forza la decisione della Corte, chea suo direne confermerebbe il pregiudizio verso “tutti quelli che sono orgogliosi di dirsi conservatori e repubblicani”. In effetti, in questi mesi, la Corte Suprema si è espressa più volte contro le posizioni dell’amministrazione, ad esempio in tema di diritti dei dipendenti LGBTQ sul posto di lavoro e di applicazione dal Deferred Action for Childhood Arrivals. Tuttavia, gli attacchi dal Presidente a un organo la cui maggioranza è comunque di nomina repubblicana appaiono più un segno di debolezza che di forza. Dietro ad essi, inoltre, filtra forse il disagio che,negli ultimi tempi, ha ripreso a circolare dentro il GOP verso quello che, a novembre, dovrebbe essere il suo candidato ‘di bandiera’. Il tweet-appello del Presidente agli elettori per ‘votare Trump’ così da avere ‘più giudici [della Corte Suprema]’ repubblicani e non ‘perdere il Secondo emendamento e tutto il resto’ si inserisce bene in questo contesto. In un’America più fragile e divisa, la scelta della Casa Bianca sembra essere – come nel 2016 – quella di forzare la polarizzazione dello scontro, sia contro lo sfidante democratico sia, se necessario, contro il suo stesso partito.

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