giovedì, Novembre 14

USA: Powell cede, i tassi potrebbero diminuire Il braccio di ferro tra Trump e il governatore della Fed sembra volgere a favore della Casa Bianca

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Dopo mesi e mesi di schermaglie con Donald Trump, che gli rimproverava di aver portato avanti una politica monetaria lesiva per l’economia statunitense, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell sembra ora pronto a rivedere il proprio operato. Durante un incontro a New York moderato dal giornalista del ‘New York Times’ Neil Irvin, Powell ha dichiarato che, nonostante l’economia Usa versi in una situazione sostanzialmente salutare, da maggio sono emersi «correnti, contrarie», quali le tensioni sul commercio internazionale nel quadro di un generale rallentamento dell’economia mondiale, che potrebbero costringere il board della Federal Reserve a rivedere la linea operative tenuta finora.

La quale ha visto la Banca Centrale Usa varare ben quattro rialzi dei tassi nell’arco del 2018, provocando forti scossoni borsistici e suscitando l’ira della Casa Bianca. A partire dal 2019, Powell e i suoi collaboratori hanno tuttavia adottato un approccio maggiormente improntato alla moderazione, con un attendismo tipico della navigazione a vista. Benché lo stesso governatore abbia ribadito che la Federal Reserve non si attiene al breve termine e non guarda all’esito dei sondaggi per cercare invece di cogliere «i segnali nel breve cerca al fine di indirizzare la politica monetaria verso crescita e stabilità nel lungo termine», in realtà ha dovuto  ammettere che molte delle decisioni della Banca Centrale dipenderanno dagli avvenimenti che avranno luogo nell’arco di prossimi giorni, a partire dalla riunione del G-20 a Osaka dove Trump incontrerà il suo omologo cinese Xi Jinping per cercare di rilanciare le trattative commerciali tra i due Paesi.

Secondo numerosi analisti, l’apertura di Powell rende alquanto probabile un taglio dei tassi già in occasione del proprio vertice della Federal Reserve, previsto per la fine di luglio. Quali effetti si propone di ottenere la Federal Reserve decretando un abbassamento dei tassi? Per comprenderlo occorre guardare al quadro generale dell’economia statunitense. I dati indicano che il debito federale è letteralmente fuori controllo, così come il deficit di bilancio e il disavanzo commerciale: tra il 2017 e il 2018, il rapporto debito/Pil è passato dal 106,1 al 107,8%, il deficit di bilancio dal 3,8 al 4,7% del Pil (il saldo primario è passato dal 2,2 al 2,9% del Pil) e il disavanzo commerciale da 552 a 621 miliardi di dollari. Con i conti in rosso e una posizione finanziaria netta con l’estero in continuo peggioramento (9.627 miliardi di dollari di passivo registrati nel 2018, a fronte dei 7.625 del 2017), il Paese ha un disperato bisogno di attrarre capitali esteri e di riequilibrare la bilancia commerciale. Obiettivi alquanto difficili da centrare simultaneamente, visto che per richiamare capitali non è sufficiente varare una riforma fiscale estrema come quella escogitata dall’amministrazione Trump, ma occorre anche rivalutare la moneta e quindi innalzare i tassi di interesse, ma ciò implica oneri finanziari aggiuntivi per le casse pubbliche oltre che un forte incoraggiamento alle importazioni.

L’obiettivo del tycoon newyorkese è quello di mantenere la barra sulla linea monetaria iper-espansiva portata avanti sotto la gestione Bernanke e Yellen per permettere a Wall Street di continuare nella sua corsa forsennata e riequilibrare allo stesso la bilancia commerciale Usa, attraverso lo smantellamento dei trattati di libero scambio elaborati dall’amministrazione Obama in funzione anti-russa e anti-cinese, la rinegoziazione del Nafta in direzione smaccatamente anti-tedesca e l’applicazione di dazi nei confronti dei principali esportatori verso gli Usa. Allo stesso tempo, come rileva l’economista Guido Salerno Aletta, «il numero dei focolai di crisi deve essere talmente elevato da rendere impossibili risposte razionali: ognuna è infatti potenzialmente incompatibile con l’altra. Le variabili e le loro interconnessioni si moltiplicano a dismisura. Un nuovo ordine oltre il caos, per mezzo del caos. Il risk appetite degli investitori, con una crisi che deflagra dopo l’altra, svanisce. Meglio investire nel “biglietto verde” che correre rischi sempre più probabili».

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