sabato, Ottobre 24

USA: per Trump una nomination in salita Da alcune parti è stata evidenziata la debolezza della strategia di Trump in un contesto ancora dominato dalla paura per COVID-19 e il suo impatto sull’economia nazionale

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La convention repubblicana di Charlotte si è chiusa lungo le stesse (prevedibili) linee lungo le quali si è svolta. Nel discorso con cui ha accettato formalmente la nomination del Grand Old Party per il voto del prossimo novembre, Donald Trump ha rilanciato ancora una volta i temi con cui ha tenuto banco nelle ultime settimane e intorno ai quali hanno ruotato la maggior parte degli interventi di questi giorni, primi fra tutti il rischio della deriva ‘socialista’ e ‘radicale’ che comporterebbe una vittoria del candidato democratico e le questioni della sicurezza e della ripresa economica, particolarmente sentite in un Paese che sta ancora vivendo le conseguenze dell’emergenza COVID-19. In termini di presenza, il ruolo del Presidente uscente e dei suoi familiari è stato schiacciante e, in un contesto fortemente polarizzato come l’attuale, difficilmente le cose avrebbero potuto essere diverse. In un certo senso, si è trattato di una scelta obbligata, imposta oltre che dallo stile fortemente personalistico di ‘The Donald’ — da una campagna elettorale che sin dall’inizio ha inquadrato anche questo voto come una sorta di referendum pro o contro Trump e la sua idea di America’.

In questa prospettiva, il meeting che si è appena chiuso è apparso simile – seppure speculare rispetto a quello democratico che si è tenuto a Milwaukee fra il 17 e il 20 agosto. In entrambi i casi, il centro dei diversi interventi sembra essere stato, più che il tentativo di tratteggiare una specifica proposta politica, quello di mettere in luce la minaccia che rappresenterebbe, per gli Stati Uniti, un successo ‘dell’altra parte’. Sul fronte democratico, ciò è, in una certa misura, prodotto della fragilità di un candidato come Joe Biden, che, nonostante gli endorsement ricevuti, fatica a tenere insieme le anime di un partito sempre più frammentato e in cui la figura di Bernie Sanders appare a molti quella più adatta per imboccare la strada per un credibile rilancio. Nemmeno la scelta di Kamala Harris come ‘running mate’ sembra essere riuscita a risolvere questo problema; anzi, la decisione di candidare alla vicepresidenza l’ex Procuratore generale della California ha spianato la strada a nuove polemiche, che hanno riguardo sia le sue passate prese di posizione in tema di ‘law and order’, sia le pesanti critiche rivolte proprio a Joe Biden durante la campagna per le scorse primarie.

Dal lato repubblicano, le cose sono in parte diverse. La crisi ‘di lungo periodo’ delle posizioni mainstraem (di cui il successo di Trump del 2016 è in parte il prodotto e che la politica della sua amministrazione ha contribuito ad accelerare) ha rafforzato la posizione del Presidente uscente all’interno del partito. Ciò non significa, tuttavia, che fra ‘The Donald’ e l’establishment repubblicano esista piena convergenza di vedute, come anche la convention ha messo in evidenza. Nessuno dei ‘nomi storici’ del partito, per esempio, ha partecipato all’evento né, durante i discorsi, sono state quasi mai citate figure come Ronald Reagan o George W. Bush, che pure occupano un posto importante nel ‘pantheon’ del GOP. Le dichiarazioni degli organizzatori, secondo cui obiettivo della convention era “dare voce alla gente vera […] che ha beneficiato delle politiche del Presidente Trump” sembra confermare la linea ‘di rottura’ rispetto ai riti del partito e, al contempo, ribadire la distanza fra le posizioni della Casa Bianca e quelle una ‘politica politicanteche anche in questi giorni, nella narrazione trumpiana, si dimostrerebbe lontana dai ‘veri’ bisogni dell’elettorato.

Il riferimento implicito è al ferimento di Jacob Blake a Kenosha (Wisconsin), lo scorso 23 agosto, da parte di un agente di polizia, e alla stringa di proteste che questo ha innescato, culminata nell’uccisione di due dimostranti e nel ferimento di un terzo nella notte fra il 25 e il 26 agosto. La Casa Bianca ha risposto annunciando l’invio in città di reparti della Guardia nazionale e personale delle agenzie di ‘law enforcement’ come fatto in occasione degli incidenti di Portland, a conferma della centralità del tema dell’ordine pubblico nell’attuale strategia comunicativa della Casa Bianca. Da alcune parti è stata evidenziata la debolezza di questa strategia in un contesto ancora dominato dalla paura per COVID-19 e il suo impatto sull’economia nazionale. Non appare però un caso che anche Joe Biden abbia deciso di rafforzare le sue credenziali in materia scegliendo proprio Kamala Harris come candidato alla vicepresidenza. In un recente sondaggio ABC News/Washington Post, gli unici temi in cui l’opinione degli intervistati su Biden è risultata peggiore di quella su Trump sono stati quelli legati alla criminalità e all’ordine pubblico. E’ quindi probabile che proprio su tali temi si combatta, nei prossimi mesi, una parte importante dello scontro per la Casa Bianca.

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