giovedì, Ottobre 22

Usa, Obama stacca l'Nsa field_506ffb1d3dbe2

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Obamacare

Limiti per la privacy, stop allo spionaggio industriale, nuovi metodi della raccolta dei dati, solo in nome della sicurezza nazionale. Il Presidente americano Barack Obama stacca la spina al “sistema Nsa”, lo spionaggio di massa della National Security Agency, che in nome della guerra al terrore ha frugato nei cellulari e tra le mail dei capi di Stato e di Governo e di milioni di cittadini stranieri.

Annunciando la riforma dei servizi segreti interni, con un discorso alla nazione l’inquilino alla Casa Bianca ha dichiarato chiuso il controverso programma di monitoraggio informatico, per arrivare, nei prossimi mesi, a un nuovo sistema d’intelligence, in cui l’Amministrazione Usa non avrà più a disposizione la mole di informazioni (200 milioni di sms intercettati al giorno, è l’ultima rivelazione della talpa del Datagate, Edward Snowden) rubate. Resta da chiarire che fine farà l’enorme banca di metadati intercettati: la comunità d’intelligence e il Congresso valuteranno, durante la «transizione», dove e a chi farli custodire. Una commissione incaricata avrebbe consigliato a Obama di affidarli alle compagnie telefoniche o a una parte terza, ma queste si sarebbero opposte.

Il dogma dell’antiterrorismo viene comunque abbattuto: l’articolo 215 del Patriot Act, legge all’indomani dell’11 settembre, sarà vincolato al rispetto della privacy. Secondo le indiscrezioni del ‘New York Times‘ il nuovo protocollo imporrà agli 007 degli Usa la richiesta di autorizzazione a una Corte segreta ad hoc, prima di registrare telefonate. L’Amministrazione americana manterrà comunque le «capacità necessarie di controllo, per la lotta efficace al terrorismo, ma senza che il Governo detenga più questi dati». «Chiaramente le nostre agenzie continueranno a raccogliere informazioni sulle intenzioni dei Governi in tutto il mondo», ha dichiarato Obama, «come fanno i servizi segreti di ogni altra nazione. Ma i nostri partner siano fiduciosi».

L’agenda è stringente. Il passaggio dal vecchio al nuovo sistema sarà messo a punto, entro il 28 marzo, in un rapporto del Ministro della Giustizia Eric Holder, coordinato da alti funzionari dell’intelligence. «La transizione non sarà semplice, ma è necessario un nuovo approccio. L’intelligence non può funzionare senza segretezza e lo spionaggio elettronico dell’Nsa ha impedito attacchi e salvato vite innocenti, non solo negli Usa», ha detto Obama, «Ma nuove minacce che vengono dalla Rete chiedono nuove politiche e nuove regole legali. Limiteremo il controllo ai danni di leader stranieri. Si va verso al fine del programma Section 215 di raccolta di metadati. Una nuova commissione farà da garante del pubblico, i casi saranno affidati a una speciale Corte segreta, che regolerà la raccolta dell’intelligence. L’attività dei servizi sarà più trasparente».

Sul fronte internazionale, fervono i preparativi americani per organizzare, insieme con la Russia e l’Onu, la Conferenza di Pace sulla Siria di Ginevra 2, in Svizzera, per il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon «un’opportunità unica per porre fine alle violenze». L’obiettivo dei negoziati è istituire, come convenuto a Ginevra 1 il 30 giugno 2012, un nuovo Governo transizione siriano basato sul consenso reciproco delle due parti in guerra. La Coalizione nazionale siriana (Cns), principale organo di coordinamento dell’opposizione, è riunita a Istanbul, per votare se partecipare o meno alla Conferenza, dopo aver annunciato, a parole, la sua non adesione. Il Segretario di Stato americano John Kerry ha rassicurato i ribelli, sottolineando che «nessuno si farà ingannare da Assad», pur avendo gli Usa aperto un canale di dialogo con Damasco, attraverso il Cremlino. Dalla grancassa di Mosca, Assad si è detto pronto a uno scambio di prigionieri con gli insorti, ventilando una «serie di misure umanitarie» nelle regioni di Guta est, Aleppo e Damasco. 

Con il Caucaso scosso dagli attentati, è priorità anche della Russia contenere l’avanzata jihadista, in Siria e non solo. A poche settimane dalle Olimpiadi invernali di Sochi, dal 7 al 23 febbraio in Russia, due esplosioni hanno ferito dalle 5 alle 9 persone (le fonti sono contrastanti) in un ristorante Makhatchkala, in Daghestan, colpito da un lanciarazzi e un’autobomba, alimentando il generale clima di terrore.

Alla vigilia della Conferenza sulla Siria anche le zone calde del Medio Oriente si infiammano. In Libano due razzi dal territorio siriano hanno fatto «sette morti, tra i quali cinque bambini, e 15 feriti, nel villaggio di Arsal». In totale sarebbero una ventina i razzi scagliati verso diverse località libanesi, compreso il distretto di Hermel, bastione invece del movimento sciita Hezbollah, schierato nella guerra civile con il Presidente siriano Assad. Massima allerta anche in Israele, all’indomani dei sette razzi piovuti sulla città meridionale di Ashkelon dalla vicina Gaza. Il timore è che stia venendo meno la pax armata stretta, un anno fa, con Hamas al governo nella Striscia, grazie alla mediazione del deposto presidente egiziano Mohammed Morsi, leader della Fratellanza musulmana.

 

In Egitto sale l’insicurezza, per gli scontri violenti tra militari e islamisti, che, dal referendum sulla Costituzione del 14 e 15 gennaio, non cessano di insanguinare il Paese. Con il 97,7% dei sì, hanno vinto le modifiche alla Carta dell’esercito, ma l’affluenza al 38% conferma una partecipazione bassa. Cortei pro Morsi attraversano il Paese, con un bilancio provvisorio di quattro dimostranti morti a colpi d’arma da fuoco al Cairo (sette in tutto l’Egitto) e decine di feriti. Nuovi scontri tra studenti islamici e polizia sono esplosi anche all’Università di al Ahzar, nella capitale, prestigioso centro teologico sunnita simbolo della spaccatura nel Paese.

Israele getta benzina in uno scenario infuocato, favorendo lo stop dei negoziati di pace con la Palestina, riaperti attraverso gli Usa. All’indomani delle critiche del Premier Benjamin Netanyahu per la convocazione «ipocrita», il 16 gennaio, degli Ambasciatori israeliani a Londra, Parigi, Madrid e Roma (lo stesso passo, a dicembre, fatto dall’Unione europea), presso i rispettivi Governi «preoccupati» per il via libera a nuove case per coloni in Cisgiordania, da Tel Aviv il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha richiamato a sua volta gli Ambasciatori di Italia, Gran Bretagna, Francia e Spagna, per «chiarimenti sulle loro posizioni non equilibrate sul conflitto israelo-palestinese». Per la Farnesina, durante i colloqui diretti è stato compiuto «un passo su entrambe le parti», l’intento originario era «far abbassare i toni». Ma il risultato è stato opposto. L’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue Catherine Ashton ha ribadito che gli «insediamenti israeliani sono illegali per la legge internazionale e costituiscono un ostacolo alla pace, minacciando di renderla impossibile». 

Secondo fonti palestinesi, i militari israeliani hanno anche aperto il fuoco al valico con Gaza, uccidendo almeno due manifestanti della Striscia. In visita ufficiale in Palestina, il Presidente della Camera Laura Boldrini ha raccolto l’invito di Ramallah a proseguire, attraverso l’Unione europea, il processo di pace in Medio Oriente. «Per i palestinesi il ruolo di Bruxelles è rilevante», ha commentato Boldrini, «pur preoccupati su alcuni punti per loro irrinunciabili, credono nei colloqui con Israele. Non vedono alternative al dialogo e alla pace stessa».

 

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