martedì, Giugno 25

Usa, nuova strage a scuola. Ma Trump tace sulle armi Intelligence americana: 'Smartphone prodotti in Cina rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale'

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Ieri nuova strage in una scuola degli Usa.  In Florida, nella Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, un ex studente ha aperto il fuoco sui compagni. 17 morti il bilancio delle vittime. Dalle prime informazioni è emerso che l’autore della strage, il 19enne Nikolas Cruz, era stato curato per un certo periodo in una clinica psichiatrica dove però non era più tornato da oltre un anno.

«Possiamo e dobbiamo fare meglio», il commento dell’attorney general Jeff Sessions, promettendo sforzi per prevenire che si ripetano stragi scolastiche. Sessions ha sottolineato la necessità di una maggiore interazione tra le varie istituzioni e di studiare il rapporto tra le malattie mentali e il possesso di armi e il diritto ad averne.

«Bisogna lavorare insieme per cambiare la cultura americana per abbracciare la vita, costruire rapporti», ha invece affermato Donald Trump in diretta tv, senza mai toccare il tema della vendita o dell’accesso facile alle armi. Il presidente americano ha annunciato che si recherà nella scuola della strage per incontrare le famiglie delle vittime e i dirigenti locali.

Intanto i vertici di Fbi, Cia, Nsa e il capo dell’intelligence americana hanno lanciato in Congresso un’allarme alle istituzioni e ai cittadini americani: non comprate smartphone prodotti in Cina da gruppi come Huawei o ZTE, perché rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. «Il rischio principale è quello di permettere a società vicine al governo di Pechino di infiltrarsi nella rete tlc Usa, con la possibilità di rubare o modificare informazioni e di fare spionaggio», ha detto il direttore dell’Fbi Chris Wray. «Huawei è consapevole di una serie di attività del governo degli Stati Uniti che sembrano destinate ad inibire il business della società sul mercato americano. Huawei gode della fiducia di governi e clienti in 170 Paesi in tutto il mondo e non pone rischi di cyber security più elevati di qualsiasi altro fornitore del settore tlc, condividendo la catena distributiva e capacità produttive», ha risposto in una nota la società cinese.

In Sudafrica, Cyril Ramaphosa è stato eletto nuovo presidente. La nomina del Parlamento arriva il giorno dopo le dimissioni del capo di Stato Jacob Zuma. Il quale ha negato il peso di oltre 700 scandali che lo hanno colpito: «Non hanno potuto provare cosa io abbia fatto di male», ha sostenuto ancora mercoledì il 75enne Zuma.

Passiamo all’Etiopia, perché qui a sorpresa si è dimesso il primo ministro Haile Mariam Desalegn. Una scelta che arriva dopo le peggiori proteste anti-governative degli ultimi 25 anni nel Paese. La popolazione chiede libertà più ampie e le proteste hanno provocato centinaia di morti e decine di migliaia di arresti.

In Europa, il commissario dei diritti umani del Consiglio, Nils Muiznieks, ha lanciato l’allarme: «Sono estremamente preoccupato per il pacchetto legislativo annunciato dal governo ungherese con il nome di ‘Stop Soros’. Se approvato dal parlamento introdurrà ulteriori restrizioni arbitrarie all’indispensabile lavoro delle ong e dei difensori dei diritti umani in Ungheria. Il pacchetto di leggi proposto dal governo introduce oneri amministrativi e finanziari che limitano la libertà di associazione». Muiznieks ha evidenziato che tali «restrizioni non possono essere considerate necessarie in una società democratica e sono quindi contrarie agli standard internazionali» e ha messo in guardia contro «l’uso crescente da parte del governo ungherese di una retorica che dipinge ong e migranti come minaccia alla sicurezza nazionale».

Mentre il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani  è tornato sulla vicenda della Saipem 12000, la nave da perforazione noleggiata dall’Eni bloccata al largo di Cipro dalla marina militare turca: «Ho parlato con il presidente cipriota e gli ho espresso la solidarietà della Ue. La Turchia viola le regole del diritto internazionale con una provocazione inutile».

Andiamo in Russia, perché torna a parlare Alexiei Navalni. Nel mirino i fornitori di servizi internet, secondo il quale hanno iniziato a bloccare l’accesso al suo blog navalny.com su ordine di Roskomnadzor, l’agenzia statale per il controllo delle telecomunicazioni. Roskomnadzor bloccherebbe il sito in base a una sentenza che obbligava Navalni a cancellare un’inchiesta sulle relazioni fra il vice premier Serghei Prikhodko e l’oligarca Oleg Deripaska, finito al centro del ‘Russiagate’.

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