venerdì, Maggio 29

USA – Mike Pompeo: un tour africano anti-Cina Gli Stati Uniti tentano di rimediare alla politica di disimpegno di Trump, riuscendo ad offrire ben poco oltre alla retorica anti-cinese, che non fa presa sui governi africani affamati di sviluppo e rivoluzione industriale

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Si è concluso da pochi giorni il tour diplomatico del Segretario di Stato americano Mike Pompeo in tre paesi africani: Angola, Etiopia, Senegal per promuovere gli scambi commerciali tra Stati Uniti e il continente, rafforzare la democrazia nel continente e tentare di diminuire l’influenza della Cina. Un compito difficile, considerando la politica di disimpegno imposta dal Presidente Donald Trump. Certamente non un buon biglietto da visita, in quanto la politica estera dell’era Trump verso l’Africa ha alienato le poche simpatie rimaste per l’America.

Imposizione di un trattato commerciale iniquoche, a differenza della Cina, non prevede l’avvio della rivoluzione industriale, ma il peggioramento della classica economia coloniale di esportazione delle materie prime. Il disimpegno militare in vari Paesi del Sahel nella lotta contro un terrorismo islamico sunnita sul quale gravano forti dubbi, primo tra tutti che sia stato promosso dalla Francia per mantenere il controllo delle sue colonie Oltremare. Drastici tagli ai fondi destinati agli aiuti umanitari. Inserimento di vari Paesi africani nella lista dei Paesi che non possono accedere al visto migratorio.

«Il disimpegno dell’Amministrazione Trump verso l’Africa è stato un regalo inatteso per Pechino. Ora gli Stati Uniti tentano di rimediare riuscendo ad offrire ben poco oltre alla retorica anticinese se rimangono ancorati alle logiche di Trump. Occorre dare parola non ai politici, ma agli imprenditori americani, più pragmatici e meglio preparati per contrastare la Cina in Africa», spiega Witney Schneidman, del Brookings Institution’s Africa Growth Initiative.

Pur mantenendo la politica di importazione del greggio dal continente africano, Trump si concentra ancora su Medio Oriente e America Latina, come fonte di approvvigionamento energetico. Una scelta che spiega le manovre in Siria e Venezuela, le tensioni con l’Iran e il sostegno incondizionato ad Israele. Anche l’importazione di minerari preziosi, come il coltan o le terre rare, dall’Africa sta diminuendo, causa la politica estera di un Presidente che esterna una disarmante e offensiva ignoranza sull’Africa.

Per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo di matrice sunnita, l’Amministrazione Trump si concentra solo su Egitto e i Paesi del Corno d’Africa: Etiopia, Gibuti, Somalia a motivo della loro strategica posizione sulle rotte commerciali mondiali che unisco l’Europa con l’Asia.
Per proteggere queste rotte l’impegno militare americano è stato esteso anche in Kenya, a scapito dei Paesi dell’Africa Occidentale, dove il ritiro delle truppe statunitensi sembra teso ad evitare la conflittualità con l’alleato francese, che, secondo alcuni osservatori, usa il terrorismo islamico come arma di destabilizzazione di ex colonie come il Burkina Faso e Mali. Anche la Libia di fatto è stata lasciata sotto giurisdizione di Parigi, accontentandosi di siglare accordi tra multinazionali petrolifere e attendere gli sperati frutti, qualora la Francia riesca in un qualche modo a stabilizzare il Paese.

Perché Mike Pompeo ha scelto Angola, Etiopia e Senegal? La principale ragione è quella dicontrastare la Cina in Africa facendo pressione su tre Paesi che hanno le relazioni politiche e militari più strette con Pechino.
Non dimentichiamoci che Pompeo è stato il maggior sostenitore della guerra commerciale contro Huawei nel 2019.
Secondo il Segretario di Stato americano, gli investimenti cinesi per modernizzare e ampliare le infrastrutture nel continente (investimenti strettamente legati alla Nuova Via della Seta) sono una trappola economica e diplomatica. Attraverso l’aumento del debito, Pechino vorrebbe schiavizzare l’Africa per creare un potente alleato politico e ridurre l’afflusso di materie prime all’Occidente. Un’analisi in parte veritiera, ma che non considera volutamente il dato più importante per gran parte degli africani, ovvero il supporto cinese nell’avvio della rivoluzione industriale in molti Paesi africani.

Sul debito si nota un allarmismo ingiustificato da parte di Stati Uniti e Unione Europea. L’aumento del debito estero africano è collegato a investimenti produttivi e la percentuale dei singoli Paesi non supera il 50%. Ironiche e non credibili le raccomandazioni di contenere il debito estero rivolte all’Africa da Nazioni che da un ventennio non si curano più del loro debito estero, semplicemente rifiutandosi di riconoscere e onerare gli impegni finanziari. A solo titolo di esempio, il debito estero americano è salito a 22 mila miliardi di dollari e i principali detentori sono Giappone e Cina.

«Le prediche sul debito estero e i buoni consigli per contenerlo non fanno presa sui governi africani. Al contrario i Capi di Stato africani stanno attendendo da Europa e Stati Uniti un robusto piano finanziario che gli aiuti a promuovere una moderna economia e aumentare il tenore di vita delle loro popolazioni. Un aiuto finanziario che stenta a concretizzarsi. L’Africa necessita di ingenti investimenti nelle infrastrutture ma i fondi vengono centellinati dall’Occidente. Anche la Banca Mondiale e il FMI sembrano disinteressarsi. Ovvio che dinnanzi a questo disimpegno l’Africa si rivolga alla Cina», fa notare Cheikh Anta Diop, professore di economia presso l’Università del Senegal.

In Angola, però, vi sarebbe spazio per contrastare la Cina a condizione che gli Stati Uniti aumentassero il loro impegno finanziario e gli investimenti produttivi. Il ‘modello Angola’ promosso da Pechino sembra ora arenarsi, causa di investimenti sbagliati e corruzione che hanno minato l’efficacia degli investimenti cinesi nel Paese. Il Presidente João Lourençio ha diminuito sensibilmente le relazioni con Pechino e si attende che l’Occidente gli offri una valida e più conveniente alternativa che non lo costringa a rinegoziare con il Dragone Rosso in una posizione di fragilità economica e debolezza politica. L’Angola necessita di differenziare il suo apparato produttivo ancora concentrato sul petrolio e gas. Per differenziarlo servono ingenti capitali stranieri che l’Occidente al momento è restio a rilasciare.

Il Senegal è considerato un baluardo dell’Occidente dinnanzi all’avanzata della Cina. Un modello di stabilità e democrazia da proteggere a tutti i costi che, negli ultimi anni, ha iniziato a rivolgere le sue attenzioni a Pechino, destando forti preoccupazioni in Europa e Stati Uniti. Mike Pompeo ha promesso a Dakar di aumentare gli investimenti americani e gli scambi commerciali. Per aggraziarsi le simpatie del Presidente, Macky Sall, Mike Pompeo ha evitato di sollevare il problema dei diritti umani in protezione delle minoranze sessuali. È la prima volta che gli Stati Uniti non usano la difesa dei diritti degli omosessuali come condizione per scambi commerciali e investimenti. Mike Pompeo si è ben guardato di non criticare la criminalizzazione degli omosessuali in Senegal come ha fatto il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, due settimane fa durante la sua visita di Stato nel Paese.

Avvertire il Presidente Macky Sall dei pericoli insiti nella cooperazione con la Cina, e promettere una manciata di aiuti, è offerta non sufficiente per convincere il Governo di Dakar a non implementare i suoi legami con Pechino. Il Senegal tutt’ora rimane una colonia della FranceAfrique, dove gli imprenditori francesi agiscono indisturbati saccheggiando le sue risorse naturali e considerando il Paese come valvola di sfogo per il mercato interno della Francia che versa in profonda crisi. L’economia senegalese ristagna in quanto soffocata da speculazione e fughe di capitale degli investitori francesi. Attività secolari come la pesca sono ora in declino, causa la pesca industriale e illegale attuata al di la delle acque territoriali a cui varie Nazioni europee e Stati Uniti partecipano con entusiasmo per poi colpevolizzare solo le navi cinesi, sudcoreani e giapponesi, anch’essi presenti al grande banchetto.

Il Senegal è una colonia alla deriva dove ben maggiore e più preoccupante è il rafforzamento dell’estremismo islamico, contenuto a fatica solo dalla presenza militare francese. La maggioranza della popolazione non ha altra alternativa che emigrare e la maggioranza delle donne si dedica contro voglia alla prostituzione come unica alternativa per sfamare i figli. Schiacciati da una moneta straniera imposta, il FCFA, da una assenza totale di Sovranità economica e politica, i senegalesi vedono solo peggiorare le loro condizioni di vita e non riesco a trovare una valida alternativa politica, in quanto il sistema democratico è stato trasformato sul modello europeo, per tanto assenza di una vera opposizione e imposizione del pensiero unico, ovviamente asservito agli interessi della Francia e dell’Occidente, a scapito dello sviluppo nazionale.

L’Etiopia è per gli Stati Uniti un Paese strategico. Storico alleato regionale, Addis Ababa contribuisce attivamente nel contenimento del terrorismo islamico sunnita nel Corno d’Africatramite il costante impegno militare in Somalia, interamente finanziato dagli Stati Uniti. La politica di riforme economiche varata dal Primo Ministro, Abiy Ahmed, comprende la privatizzazione di aziende statali che attirano l’attenzione degli investitori americani. Non è un caso che l’Etiopia, assieme ad Angola, Mozambico e Rwanda, sia tra i Paesi africani privilegiati dalla Prosper Africa Initiative (P.A.I.)promossa dal Vice Segretario del Commercio Karem Dunn Kelly e da Mark Green Amministratore di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale).

La P.A.I. è un progetto del Governo americano di supporto agli investitori americani che desiderano investire in Africa. E’ nato sotto la pressione degli imprenditori per facilitare l’accesso al commercio e agli investimenti nel continente. La P.A.I. è rivolta anche allo sviluppo dell’imprenditoria africana (legata, ovviamente, agli investitori americani) e rappresenta la risposta più adeguata alle politiche economiche ed imprenditoriali promosse dalla Cina.  

La Prosper Africa Initiative è collegata alla USIDFC (Cooperazione degli Stati Uniti per lo Sviluppo Finanziario Internazionale), una nuova agenzia finanziaria rivolta allo sviluppo dell’Africa, voluta da Donald Trump per contrastare l’impero cinese nel continente. P.A.I. e USIDFC sono regolate dalla legge denominata Build Act, votata nell’ottobre 2018 in un raro clima di bipartitismo tra Repubblicani e Democratici.

Nonostante le serie difficoltà interne (vedi il fallito attentato presso la città di Ambo nello Stato della Oromia, avvenuto domenica scorsa) il Primo Ministro Abiy Ahmed ha conquistato la fiducia dei Democratici e dei Repubblicani che lo ritengono più affidabile e adeguato dei vecchi alleati del TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino), che controlla la coalizione di governo EPRDF (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope). L’appoggio americano ad Abiy è concreto e vitale per il Primo Ministro che si trova in seria difficoltà dopo la decisione presa dal TPLF di uscire dalla coalizione di governo e le politiche etniche intraprese dai principali partiti di opposizione Amara e Oromo.

La visita di Mike Pompeo ai tre Paesi africani è stata salutata positivamente dagli imprenditori americani che chiedono da tempo una politica più attiva, consapevoli che l’Amministrazione Trump è ossessionata dall’espansione cinese a livello mondiale ma incapace di contrastarla.

«L’Africa è un continente chiave per contrastare il dominio mondiale della Cina. Non necessariamente perché attualmente l’influenza di Pechino sta progressivamente aumentando nel continente, ma a causa della debole politica estera dell’Amministrazione Trump. Per vincere la battaglia economica gli Stati Uniti devono sostituire la politica di disimpegno di Donald Trump con una Via della Seta Made in USA capace di contrastare il Dragone Rosso con le stesse armi di investimenti e avvio di unità produttive in Africa», sottolinea Ovigwe Eguegu, analista geopolitico basato ad Abuja, in Nigeria, esperto di sicurezza economica e relazioni commerciali internazionali.

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