martedì, Settembre 22

USA: Michael Bloomberg, un candidato di troppo? Ecco come appare la mossa dell'ex Sindaco di New York

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L’annuncio della ‘discesa in campo’ di Michael Bloomberg per le primarie del Partito democratico è l’ennesimo colpo di scena di una campagna elettorale che – prima ancora di essere entrata nella fase più accesa – ha già riservato numerose sorprese. Eterno ‘cavallo di rincorsa’, Bloomberg, nel 2016, è stato dato in lizza per la Casa Bianca, anche se, alla fine, la sua candidatura non si è mai concretizzata. Sindaco di New York per dodici anni (2002-13) sotto bandiera repubblicana, Bloomberg è uscito dal GOP nel 2007, ritornando progressivamente ad avvicinarsi alle originarie posizioni democratiche dopo una parentesi da indipendente (2007-18). Nel 2012 è stato fra i sostenitori della rielezione di Barack Obama e ancora nei mesi scorsi, per un certo periodo, si è speculato su una sua possibile candidatura in funzione anti-Trump, candidatura che lo stesso Bloomberg ha a suo tempo escluso. Imprenditore ben noto nel campo dei media e dei servizi finanziari, Bloomberg vantava, nel 2018, un patrimonio personale netto quantificato in 58 miliardi di dollari, cifra che lo rendeva il nono uomo più ricco degli Stati Uniti e il quattordicesimo nel mondo secondo la classifica annuale stilata dalla rivista ‘Forbes’.

Che cosa significa, quindi, la sua candidatura e quali possono esserne le conseguenze? Come nel 2016, la mossa di Bloomberg appare, prima di tutto, legata alle difficoltà che sta attraversando il Partito democratico. Nel 2016, il movente dell’annunciata candidatura era stato – a detta dello stesso Bloomberg – la distruttività della dialettica estremizzata del confronto Trump/Sanders, dialettica lontana dai veri interessi dell’elettorato statunitense e distorsiva delle sue effettive posizioni. Quest’anno, come lo stesso Bloomberg ha scritto nel messaggio postato sulla pagina Internet della sua campagna (www.mikebloomberg.com), l’intenzione è quella di «sconfiggere Trump e ricostruire l’America», evitando altri quattro anni di iniziative «azzardate e prive di etica», destinate a produrre, in caso di riconferma di ‘The Donald’ alla Casa Bianca, ‘un danno irrimediabile’ per il Paese. Tuttavia, la frammentazione del campo democratico e quella che è percepita come la crescente radicalizzazione del suo messaggio e delle sue posizioni, svolgono, seppure in modo non dichiarato, una parte importante nel sostenere questa decisione, anche a fronte dell’indebolimento che la posizione di Joe Binden – solo credibile candidato ‘moderato’ – sembra avere sperimentato dopo lo scoppio del c.d. ‘Ukrainegate’.

E’ soprattutto al bacino di consenso di Biden, infatti, che Bloomberg sembra guardare. Legato da sempre agli ambienti economici e finanziari, l’ex sindaco di New York rappresenta – per l’elettorato moderato – un’alternativa credibile all’ex vicepresidente, sottoposto a una crescente bordata di attacchi da parte dell’establishment repubblicano, e potrebbe intercettare – anche in virtù del suo passato – una quota importante del voto di un centro conservatore che appare, oggi, sottorappresentato dalla proposta politica del Grand Old Party trumpiano. Coetaneo di Biden (settantasette anni) e anagraficamente vicino allo stesso Donald Trump (settantaquattro), cui è accomunato anche dal profilo biografico e professionale, Bloomberg rappresenta inoltre un’opzione rassicurante per chi non si identifica nel profilo sempre più giovane e ‘etnico’ dell’attuale Partito democratico. In questo senso è significativo che – con l’eccezione dell’emergente Pete Buttigieg (trentasette anni) – anche gli altri frontrunner democratici (la settantenne Elizabeth Warren e il settantottenne Bernie Sanders) siano tutte figure di una certa età e, in tutti e due i casi, navigatori di lungo corso delle acque turbolente della politica nazionale. 

Potrebbe essere forse questa la maggiore debolezza della candidatura Bloomberg. In un panorama politico in cui il tema del cambiamento appare sempre più importante, Bloomberg rappresenta – come Biden – il ‘vecchio’ cui si oppongono le nuove leve democratiche. Sebbene prodotto ‘della società civile’, inoltre, l’ex sindaco di New York sfugge solo in parte agli strali che la ‘retorica dell’outsider’ di Trump lancia alla ‘vecchia’ ‘politica politicante’. Senza dubbio, Bloomberg possiede le risorse economiche e relazionali necessarie a lanciare il suo nome nelle dieci settimane che mancano all’inizio delle primarie. Bloomberg può anche volgere a suo favore la confusione di un partito che – nonostante il ritiro di diversi candidati – continua a faticare nel mettere a fuoco la sua proposta politica. Non sembra, tuttavia, che la sua decisione possa costituire l’atteso ‘game changer’. Anche i primi sondaggi non sono incoraggianti, con solo il 4% degli elettori democratici disposti a sostenerlo. E’, comunque, un risultato che sorprende poco se si considera che, pochi giorni prima dell’annuncio della sua candidatura, un sondaggio condotto su diciotto Stati-chiave già mostrava come il 78% degli elettori democratici fosse soddisfatto dei candidati in corsa e come solo il 22% desiderasse una scelta più ampia.

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