lunedì, Ottobre 26

Usa: la scomparsa della middle-class

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Un recente studio condotto dall’autorevole Pew Research Center ha rivelato che la classe media statunitense è in via di estinzione. I dati mostrano infatti che, per la prima volta da oltre un secolo, le famiglie della middle-class non costituiscono più la maggioranza della società.

La quota di ricchezza nazionale detenuta dalle famiglie a medio reddito nel 2014 ha raggiunto il 43% del totale, a fronte del 62% registrato nel 1970. Negli ultimi 15 anni, si è assistito a un abbassamento del 28%, mentre la porzione della ricchezza nazionale posseduta dalle famiglie a più alto reddito è aumentata dal 29 al 49%. Al 2016, il potere d’acquisto è diminuito del 32% rispetto al 1968, almeno un cittadino su 50 non ha alcuna fonte di guadagno e sopravvive solo grazie ai ‘buoni-pasto’ (food-stamp) e qualcosa come 50 milioni di persone  incombono in gravi difficoltà a mettere insieme pranzo e cena. Nel 2015, il 20% dei cittadini statunitensi in età adulta è finito stabilmente nel gruppo sociale a più basso reddito, rispetto al 16% del 1971. Nello stesso anno, la categoria dei maggiorenni statunitensi a più alto reddito riuniva il 9% del totale, a fronte del 4% conteggiato nel 1971.

Il risultato tangibile di questa divaricazione è che il 62% della popolazione non dispone di sufficienti risparmi per pagare la riparazione di un’auto o una spesa medica da 500 dollari, mentre la vendita di immobili continua ad essere lontana dai livelli antecedenti la crisi – il che non è strano se si pensa che gli unici impieghi creati dal 2009 in poi sono quasi esclusivamente part-time. Naturalmente, questo tipo di occupazione non può supportare né la creazione di nuclei familiari né l’acquisto di nuove automobili o abitazioni. I dati sui salari confermano infatti che dal fallimento della Lehman Brothers non si è verificata alcuna crescita degli stipendi, come certificato dal fatto che l’aumento del salario nominale medio per ora lavorata è a malapena sopra l’obiettivo di inflazione della Federal Reserve, anziché al livello di sicurezza fissato dalla Yellen, corrispondente più o meno al 4%. Come nota il sempre ben informato sito d’analisi economica e finanziaria ‘Zero Hedge, la situazione appare molto più preoccupante se si prende in esame l’andamento dei salari di quelli che il Bureau of Labor of Statistics (Bls) classifica come ‘impiegati nella produzione in ruoli non dirigenziali’. Questo gruppo comprende ruoli lavorativi quali impiegati d’ufficio, negozianti, autisti, medici, infermieri, avvocati, ragionieri, insegnanti, estetisti, musicisti, ristoratori, custodi, camerieri, braccianti, bidelli, guardiani e altri lavoratori situati a livelli occupazionali simili. La caduta libera dei salari dell’80% della forza lavoro a fronte di un andamento generale delle retribuzioni stabile indica che gli stipendi del rimanente 20% degli occupati, che il Bls classifica come ‘dirigenti’, è in fase di grande crescita.

All’incremento del divario salariale va inoltre sommato un livello di disoccupazione decisamente preoccupante, che le statistiche ufficiali non riflettono. La disoccupazione, che rappresenta uno degli indicatori principali presi in esame dalla Federal Reserve per valutare lo stato dell’economia, viene calcolata dalla Federal Reserve con il tasso U3, il quale tiene conto del totale dei disoccupati in percentuale rispetto alla forza lavoro. Il Bls, prendendo in esame un bacino più ampio, ottiene invece un tasso denominato U6, che si calcola sommando al tasso U3 gli individui che lavorano part-time ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno oltre alle persone che hanno lavorato per un certo periodo negli ultimi 12 mesi ma che al momento non lavorano né sono alla ricerca di un’occupazione e soffrono di questa condizione disagiata determinata dal particolare stato del mercato del lavoro. Prima del 1994, lo stesso Bls utilizzava però un metro ancora diverso, che consentiva di esprimere un tasso di disoccupazione che sommava all’U6 tutti i lavoratori scoraggiati di lungo termine. Continuando ad utilizzare questo metro per calcolare il tasso di disoccupazione, l’autorevole economista John Williams ha riscontrato che dal 2009 in poi i tassi U3 ed U6 hanno registrato un andamento declinante, mentre il tasso di disoccupazione calcolato con il vecchio metodo ha disegnato una traiettoria rialzista, che porta il coefficiente di disoccupazione ben oltre il 20%.

Disoccupazione USA

I più colpiti da questa situazione sono come sempre i giovani. E il potenziale distruttivo della disoccupazione giovanile presente all’interno degli Usa è enorme, poiché i cittadini in giovane età che faticano a trovare un lavoro – anche a causa dello scollegamento, molto marcato in alcuni Paesi, tra l’apparato educativo e la realtà economica – tendono ad accontentarsi di salari più bassi e di contratti precari pur di trovare un’occupazione, cosa che li espone costantemente al rischio di rimanere senza lavoro e che, soprattutto, determina il trasferimento della loro condizione di sfavoriti ai discendenti, innescando un circolo vizioso che incide profondamente sull’equilibrio sociale interno. Negli Stati Uniti, infatti, la popolazione carceraria tende ad aumentare regolarmente durante periodi di crisi economica perché oltre oceano la prigione funziona come una sorta di cassa integrazione (che negli Stati Uniti non esiste). Dai dati pubblicati dall’autorevole ‘Prison Policy, la percentuale dei cittadini di pelle nera detenuti supera quella vigente nel 1850, quando ancora i neri non godevano dello status di cittadini ma erano soltanto schiavi. I neri e gli ispanici coprono una larga maggioranza degli oltre 6 milioni di statunitensi che si trovano sotto ‘sorveglianza correzionale’ (detenzione o libertà vigilata, o con diritti decurtati per un reato).

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