sabato, Giugno 6

USA: Joe Biden, lo scomodo candidato per Trump Una possibile candidatura Biden offrirebbe alla Casa Bianca meno possibilità d’attacco rispetto a quella di Bernie Sanders

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Il voto del ‘super martedì’ ha sparigliato nuovamente le carte in campo democratico. Già alla vigilia della consultazione, Pete Buttigieg e Amy Klobucher (i cui risultati sopra le attese erano stati una delle sorprese di inizio primarie) avevano annunciato il loro ritiro della corsa e offerto in modo più o meno aperto il loro endorsement a Joe Biden, fresco vincitore nel tradizionale feudo democratico del South Carolina. Dopo gli esiti del 3 marzo, il campo si è ulteriormente semplificato con l’uscita di scena dei due grandi sconfitti della tornata: Michael Bloomberg (che proprio sul ‘super Tuesday’ aveva deciso di puntare tutte le sue carte) ed Elizabeth Warren, all’inizio accreditata come uno dei possibili candidati alla nomination. Quello che si profila nelle prossime settimane è, quindi, un ritorno al testa a testa fra Joe Biden e Bernie Sandars, con Tulsi Gabbard (ancora ufficialmente in corsa nonostante i due delegati sinora raccolti contro i 627 di Biden e i 551 di Sanders siano un risultato tutt’altro che esaltante) nei panni del ‘terzo incomodo’; una sorta di ‘remake’ del confronto che, quattro anni fa, ha visto Sanders contrapporsi a Hillary Clinton, un confronto che – secondo molti osservatori – ha finito per spianare a Donald Trump la strada della Casa Bianca.

Da molte parti, la ripresa di Biden dopo le cattive performance in Iowa, New Hampshire e Nevada ha rappresentato una sorpresa. In effetti, alla metà di febbraio, l’indice di popolarità dell’ex Vicepresidente (ondeggiate per tutta la seconda parte del 2019 e le prime settimane del 2020) aveva toccato il minimo storico. Il 24 febbraio, secondo l’indice aggregato di RealClearPolitics, il vantaggio di Sanders su Biden (che aveva iniziato ad affacciarsi due settimane prima, alla vigilia del voto in New Hampshire) era di oltre dodici punti percentuali (29,2 vs 17). Le ragioni di questa ripresa (i cui segni, nei sondaggi, emergono già alla vigilia del voto in South Carolina) sono diversi. In primo luogo, hanno giocato proprio le attese riguardo agli esiti del voto in South Carolina, tradizionalmente uno Stato ‘amico’ per il mainstream democratico: nel 2016, Hillary Clinton qui aveva raccolto il 73,5% dei consensi contro il 26,2% di Sanders; oggi, con un numero maggiore di candidati ‘forti’ in lizza, Biden ha raccolto il 48,7% contro il 19,8% di Sanders. In secondo luogo, il ritiro di Buttigieg e Klobucher ha contribuito a ‘portare acqua al mulino’ dell’ex Vicepresidente, semplificando la scena su un fronte ‘moderato’ che sinora è parso più frammentato di quello ‘liberal’.

Il ritiro di Bloomberg e l’endorsement fatto a Joe Biden non possono che favorire questo processo, anche se, visti gli scarsi risultati ottenuti del tycoon newyorkese, in modo meno consistente di quanto si potesse prevedere. Sul fronte opposto, il ritiro di Elizabeth Warren potrebbe concorrere a rafforzare la posizione di Bernie Sanders, sebbene la mancanza di un endorsement formale sia vista da alcuni come un segnale non del tutto positivo. Gli esiti del ‘super martedì’ sembrano, quindi, confermare l’immagine di un voto diviso secondo linee che, prima ancora che geografiche, sono sociali e generazionali. Come è emerso anche nel ‘super Tuesday’, il voto di Biden è quello degli over45 e (ancora di più) degli over65, che insieme formano la maggioranza dell’elettorato. E’ anche il voto della componente di colore (mentre Sanders è più forte fra gli ispanici, che hanno avuto un peso importante nel suo successo in California) e di un consenso bianco che appare ormai trasversale rispetto al livello distruzione. I prossimi appuntamenti (il 10 marzo si vota in Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri, North Dakota e nello Stato di Washington, con 352 delegati in palio e un pregresso favorevole a Sanders) costituiranno un ulteriore banco di prova di queste dinamiche.

La vera incognita restano le eventuali probabilità di successo di Biden in un confronto con Donald Trump. Al momento, pressoché tutti i sondaggi aggregati da RealClearPolitics sono concordi nel dare lo sfidante (Biden o Sanders) in vantaggio sul Presidente uscente con una forchetta che va da due a otto punti percentuali (media: 4,7) nel caso di Sanders e da tre a nove punti (media: 5,5) in quello di Biden. Sola eccezione, il sondaggio Emerson College sul periodo 16-18 febbraio dà Trump in vantaggio su Biden di quattro punti percentuali pur se perdente di due punti nel testa a testa con Bernie Sanders. E’ ancora presto per considerare questi dati del tutto attendibili. Fra l’altro, la diffusione di COVID-19 negli Stati Uniti e gli effetti che essa potrà avere sul sistema sanitario e sull’economia del Paese sono variabili importanti e ancora difficili da quantificare, sia per l’impatto sull’immagine dell’amministrazione, sia per il modo in cui troveranno spazio nella campagna elettorale dei due sfidanti. D’altra parte, nonostante le debolezze che oggettivamente ha, una possibile candidatura Biden offrirebbe alla Casa Bianca meno possibilità d’attacco rispetto a quella di Bernie Sanders, ponendo qualche difficoltà in più a un Presidente che si è sempre mostrato più a suo agio a ‘smontare’ gli avversari che a costruire una sua piattaforma elettorale.

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