giovedì, Gennaio 23

USA: il Governo federale a comando del ‘cartello’ dello zucchero Mercato dello zucchero e USA: il programma da abolire. La verità sul binomio politico-economico secondo Colin Grabow del Cato Instutute

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NEW YORK. Il popolo americano consuma annualmente più di 50 miliardi di libbre di zucchero. Per decenni, Il Governo federale statunitense, è intervenuto su questo mercato con una serie di interventi, fissando un prezzo minimo per il prodotto, resitringendo le importazioni dall’estero, limitando la produzione interna e l’acquisto di eccedenza. Stiamo parlando del programma per il controllo, la produzione e l’importazione dello zucchero. Un programma oggetto di numerose critiche. Il motivo?

Perché, così, i prezzi dello zucchero sono significativamente più alti rispetto a quelli che si trovano sui mercati internazionali, il che si traduce in maggiori costi per i consumatori statunitensi. Secondo quanto ha evidenziato uno studio dell’’American Enterprise Institute’ dello scorso anno, i produttori ed i consumatori statunitensi finiscono per pagare da 2.4 miliardi a 4 miliardi di dollari in più ogni anno per lo zucchero. Pasticcieri e fornai costretti a pagare lo zucchero 9 centesimi (per libbra) in più rispetto alla media mondiale. Proprio a causa del programma.

A rimetterci tra i primi, sicuramente le industrie delle caramelle. Basti pensare che, in tutti gli Stati Uniti, è rimasto ‘a casa’ solo un produttore dei celebri bastoncini di zucchero. Alcuni, come la Atkinson Candy Co. hanno optato per il lo spostamento della produzione all’estero, -in questo caso in Guatemala-, dove lo zucchero è abbondante e costa poco.

E perché si è continuato così per anni e anni se i danni erano così evidenti? Chi è dalla parte del programma, sostiene che, finché gli stati in via di sviluppo, -come la Thailandia e l’India-, sovvenzionano la produzione di zucchero e mantengono artificialmente bassi i prezzi all’esportazione, gli Stati Uniti dovrebbero continuare sulla vecchia strada. Il rischio? Sarebbe il sopravvento delle economie asiatiche emergenti sui produttori nazionali. Retorica elegante, per quanto semplicistica e, forse, improbabile nel mondo reale, secondo i contrari. Improbabile che paesi emergenti eliminino i sussidi allo zucchero, visti i timori di un’instabilità interna. Una retorica che, insomma, rischia di mantenere il programma al suo posto, così com’è. E’ difficile da digerire, inoltre, che, per riformare un sistema, gli Stati Uniti debbano attendere il resto del mondo.

Insomma, quote e tariffe che rincarano lo zucchero ed importazioni dall’estero molto limitate, a scapito di molti ed a beneficio di -soliti- pochi. Si inizia, ora, a parlare concretamente di modifica legislativa: da qui a cinque anni, infatti, potrebbe entrare in vigore una nuova regolamentazione, a detta di molti, a beneficio di milioni di contribuenti, consumatori e produttori di zucchero di tutto il Paese.

Chiaramente, c’è, però, chi preferirebbe che le cose rimanessero così come sono: le 5.000 aziende agricole che beneficiano di questo accordo, ad esempio. La lobby dello zucchero, poi, sostiene che i posti di lavoro sarebbero minacciati dal cambiamento futuro, spostando l’attenzione sulle 142.000 persone che lavorano nel settore. Ma le stime di perdita di posti di lavoro non terrebbero conto dell’effetto negativo che il programma sullo zucchero ha sulle piccole imprese. La ‘International Trade Commission’, un’agenzia federale indipendente, infatti, ha scoperto che, per ogni posto di lavoro che si risparmia nella produzione di zucchero, il programma costa tre posti di lavoro nell’intera produzione alimentare, -un’industria molto più grande-.

Il Congresso, però, potrebbe prendere coraggio, decidere di agire e far dimenticare che il Governo federale si è comportato, in sostanza, come fosse «il leader di un cartello nazionale dello zucchero». Lo ha scritto nel suo studioCandy-Coated Cartel: Time to Kill the U.S. Sugar Program’, Colin Grabow, analista politico del Cato Institute di Washington. Gli abbiamo chiesto di raccontarci l’essenza di questo programma.

Potrebbe spiegare nel dettaglio in cosa consiste il programma per controllare la produzione e l’importazione di zucchero?

Il Governo degli Stati Uniti, tramite il ‘Commodity Credit Corporation’ del Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), concede prestiti alle industrie di trasformazione dello zucchero a prezzi più convenienti di quelli che otterrebbero da altre fonti di mercato (come una banca). A titolo di garanzia per tali prestiti, i produttori forniscono zucchero. Una libbra di zucchero vale una certa quantità di centesimi, a seconda del tipo di zucchero, di canna o da barbabietola. Parliamo di 18.75 centesimi per ogni chilo di zucchero di canna grezzo e 24.09 centesimi per libbra di zucchero raffinato di barbabietola. Questa garanzia viene incamerata nel caso in cui il beneficiario non possa rimborsare. In altre parole, in caso di inadempienza (impossibilità di rimborsare il prestito), il Governo si approprierà della garanzia (dello zucchero, nel nostro caso). Il Governo, ovviamente, preferirebbe veder ripagato il prestito, piuttosto che, incamerare la garanzia. Questi prestiti, peraltro, sono di natura “non recourse”, “senza diritto di rivalsa”, il che significa che i prestatari non sono responsabili oltre la garanzia fornita. Così, il Governo federale è incentivato a garantire un prezzo minimo del prodotto, in modo che, i prestiti vengano agevolmente rimborsati ed i produttori di zucchero non siano inadempienti (se il prezzo scende al di sotto dei termini del prestito, infatti, ha più senso per i produttori venir meno ai propri obblighi piuttosto che rimborsare il prestito). Per evitare che il prezzo dello zucchero scenda troppo in basso, il Governo federale attua una serie di misure per ridurre artificialmente la fornitura. Queste assumono principalmente la forma di quote di produzione interna (l’OAQ che menziono nella mia ricerca) e di quote tariffarie che limitano le importazioni straniere. L’industria statunitense dello zucchero beneficia di questo programma in quanto offre sia prestiti a basso costo che prezzi significativamente più alti (in genere almeno il doppio più alti) rispetto a quelli che si trovano sul mercato internazionale.

Qual è la storia del programma? Quali sono i motivi della sua esistenza?

Lo zucchero è stato soggetto a dazi quasi dalla nascita del Paese, ma la versione moderna del ‘programma’ può essere rintracciata negli anni ’30, poi, ha assunto la sua forma attuale più o meno all’inizio degli anni ’80. Mentre trasformatori e produttori di zucchero usano una serie di argomenti per giustificare l’esistenza del programma, -compreso quello della sicurezza nazionale-, l’argomento principale utilizzato, all’inizio degli anni ’80, sembra essere una presunta necessità di evitare l’instabilità dei prezzi. Un’altra giustificazione chiave spesso usata è che anche altri paesi si impegnano negli sforzi per proteggere e promuovere le loro industrie dello zucchero, e, quindi, gli Stati Uniti non dovrebbero eliminare il loro programma finché altri paesi non lo faranno. Questa giustificazione, ovviamente, tiene in ostaggio i consumatori statunitensi di politiche di altri paesi.

Potrebbe parlarci del suo studio?

La mia analisi riscontra fondamentalmente che il programma non è necessario: aumenta i costi per i consumatori e per le imprese che utilizzano lo zucchero come input (ad esempio i produttori di caramelle, le panetterie, ecc.), producendo poco in termini di compensazione dei benefici. È un costo economico netto per il Paese.

Qual è l’impatto del programma sui consumatori e sui produttori?

Sia i consumatori che i produttori finiscono per pagare di più per i prodotti che consumano e che includono lo zucchero. Per i consumatori questo è irritante anche se gli effetti sono modesti (40-50 dollari all’anno per una famiglia di quattro persone). Per i produttori che usano lo zucchero come input primario, gli effetti, invece, sono molto più significativi, con l’alto costo dello zucchero che spinge molti di loro a spostare la produzione in paesi dove i costi sono inferiori, come il Canada ed il Messico. I produttori di bevande analcoliche come Coca-Cola e PepsiCo, nel frattempo, si sono adattati facendo un maggior uso di sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (si noti, inoltre, che la produzione di mais è sovvenzionata negli Stati Uniti).

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