martedì, Marzo 26

USA: i Democratici e la crisi in Venezuela, una nuova linea di frattura? La crisi venezuelana ha sembra quindi avere portato di nuovo alla luce le divergenze che il successo di midterm aveva spinto sottotraccia

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Con il trascorrere dei giorni, la crisi istituzionale aperta in Venezuela dalla decisione del Presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, di autoproclamarsi Presidente del Paese appare sempre più incancrenita. Il braccio di ferro che contrappone il Presidente eletto, Nicolás Maduro, al suo oppositore ha trovato riflesso nella polarizzazione della scena internazionale, con Russia, Cina, Turchia e Iran (fra gli altri) schierati dalla parte del primo e USA e Unione Europea (fra gli altri), insieme a buona parte dei Paesi della regione, schierati da quello dello sfidante. L’accelerazione prodotta, all’inizio di febbraio, dal riconoscimento da parte di vari governi europei (fra gli altri: Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Austria, Paesi Bassi, Portogallo, Lituania e Lettonia) di Guaidó come nuovo Presidente ‘ad interim’ non sembra avere smosso davvero le cose, mentre gli osservatori stanno cominciando a rivolgere la loro attenzione sulla posizione che potranno assumere, nei prossimi giorni, le Forze Armate bolivariane. I Paesi del gruppo di Lima hanno rivolto a queste ultime (da sempre parte importante del bacino di consenso di Maduro) l’invito a riconoscere la legittimità del nuovo ruolo di Guaidó ma questo invito non sembra essere stato ancora accolto.

La crisi venezuelana ha trovato posto nel discorso sullo stato dell’Unione che il Presidente Trump ha presentato al Congresso lo scorso 6 febbraio. In tale occasione, Trump ha ribadito l’appoggio offerto a Guaidó dall’inizio della crisi e ha dichiarato che gli Stati Uniti sono ‘accanto al popolo venezuelano nella sua nobile ricerca della libertà’ (‘we stand with the Venezuelan people in their noble quest for freedom’). Il favore che queste parole hanno raccolto presso una parte dei congressmen democratici è significativo, tenuto anche conto di come, in un discorso in cui il Presidente ha cercato di enfatizzare un inatteso tratto bipartisan, i temi di politica estera hanno offerto forse i maggiori punti di contrasto. La situazione, tuttavia, non così semplice. Su questo come su altri punti, le posizioni dentro al Partito dell’asinello sono assai differenziate, in genere lungo la frattura ‘moderati’/‘radicali’ delineata dallo scontro Clinton/Sanders del 2016. Negli scorsi giorni, tre Rappresentanti democratici, fra la cui possibile candidata presidenziale Tulsi Gabbard, hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna delle iniziative prese da Washington nella crisi venezuelana e in cui si afferma che ‘lo sforzo [del Presidente]Trump di insediare al potere [a Caracas]un’opposizione di estrema destra otterrà il solo risultato di incitare la violenza e destabilizzare ulteriormente la regione’.

Sebbene le posizioni dei firmatari della dichiarazione (oltre alla Gabbard, Rappresentate per il 2° distretto delle Hawaii, il Rappresentante per il 17° distretto della California, Rohit Khanna, e quella per il 5° distretto del Minnesota, Ilhan Omar) siano minoritarie in seno al loro stesso partito, esse sono tuttavia indicative di una frattura che senza dubbio esiste. Nelle ultime settimane, diversi esponenti democratici si sono, infatti, espressi apertamente in favore delle scelte fatte dall’amministrazione nella crisi venezuelana, pur criticando la politica del ‘doppio standard’ adottata dal Presidente Trump in favore delle ‘autocrazie amiche’ e le voci ‘avventate’, circolate nell’entourage della Casa Bianca, su una possibile azione militare. I vertici del Partito al Congresso sono anch’essi in larga misura favorevoli a sostenere Guaidó e il processo in atto in Venezuela, anche attraverso la fornitura di aiuti e assistenza umanitaria. Una risoluzione in tal senso, redatta dal repubblicano Jim Risch, Presidente della Commissione affari esteri, e dalla sua controparte democratica, il Senatore del New Jersey Bob Menendez, è tuttavia bloccata (con scarse possibilità di giungere al voto) proprio a causa delle divergenze esistenti intorno alla possibilità di lasciare una porta aperta all’eventuale uso della forza.

Poco più di un mese dopo l’insediamento del 116° Congresso, con il Partito democratico forte di una rassicurante maggioranza alla Camera dei rappresentanti (235 a 198, con un seggio ancora disputato e uno vacante), la crisi venezuelana ha sembra quindi avere portato di nuovo alla luce le divergenze che il successo di midterm aveva spinto sottotraccia. La posizione di Gabbard, Khanna e Omar ha già ottenuto l’endorsement ‘de facto’ di Bernie Sanders, che ha parlato delle vicende venezuelane come dell’ennesimo prodotto dell’ingerenza USA negli affari interni di uno Stato sovrano e che ha tracciato uno scomodo paragone fra i fatti di Caracas e gli interventi di regime change promossi da Washington in America Latina fra gli anni Cinquanta e gli Ottanta. Le parole di Sanders hanno innescato un vivace dibattito, alimentato anche da quanto affermato dal Presidente durante il discorso sullo stato dell’Unione, secondo cui il ‘regime’ di Nicolás Maduro sarebbe il prototipo di un socialismo radicalmente incompatibile con l’identità americana. In questo gioco di specchi fra interno ed esterno, il rischio, per il Partito democratico, è che anche sul tema del Venezuela la frattura fra ‘moderati’ e ‘radicali’ finisca per risultare penalizzate e che l’opposizione ‘senza se e senza ma’ alle politiche dell’amministrazione finisca per rafforzare la posizione del Presidente, specie alla luce di quello che è l’ormai prossimo appuntamento con le elezioni del 2020.

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